Intesa Renzi-Casson, e il voto di Venezia diventa nazionale

GUIDO MOLTEDO
Casson ha bisogno di Renzi. Renzi ha bisogno di Casson. La politica può sorprendere quando propone incroci, incontri, convergenze che il giorno prima non t’aspetteresti.

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Eppure, a ben vedere, poiché la politica è una scienza esatta più di quanto non si creda, quel che è successo mercoledì al senato – quando il presidente del consiglio ha stretto calorosamente la mano del candidato del Pd a sindaco di Venezia – avviene in un contesto “obbligato” e quindi meno sorprendente di come raccontano le cronache politiche.

Certo, il fattore umano conta, e nel gesto di Renzi c’è molto del personaggio, del suo senso della scena e del volerne esserne al centro, con un colpo di teatro a un fatto determinato più dalla forza delle cose che dalla sua volontà. Se si vuole, la sua intelligenza politica, e quella di Felice Casson, è di aver saputo cogliere e valorizzare un’opportunità, una convenienza per entrambi, dote importante per chi vuol vincere in politica e non consumarsi in improduttivi rancori.

Felice, spina nel fianco

Proprio al senato, Felice Casson è stato una spina nel fianco per il governo Renzi. Uno degli irriducibili su dossier a cui tiene moltissimo il presidente del consiglio. E tra gli irriducibili c’è anche Corradino Mineo. L’ex-direttore di RaiNews è stato uno dei testimonial della campagna di Casson proprio nel tratto finale della campagna veneziana. Anche per questo, e per numerosi altri indizi, la corsa di Felice è stata vista a Venezia come una candidatura “di sinistra” e la sua vittoria è stata considerata il successo di un blocco elettorale anti-renziano. A Roma, al Nazzareno e a Palazzo Chigi, alla camera e al senato, quel che è avvenuto domenica scorsa a Venezia è stato visto con la stessa ottica. Anche perché, a torto più che a ragione, i due candidati rivali di Casson, Nicola Pellicani e Jacopo Molina, sono stati presentati come “renziani”. La verità è che Renzi sa poco di loro, non ha fatto nulla per loro, forse un po’ più ne sa Debora Serracchiani, che però non è entrata nella mischia veneziana. Come peraltro Alessandra Moretti.

Più Serracchiani e Moretti che Civati e Fassina

Queste etichette però contano nella narrazione politica, possono pesare nelle decisioni degli elettori. Per questo Casson, il giorno dopo la vittoria, ha subito messo in chiaro che intende parlare con tutti e che ha bisogno del coinvolgimento di tutti, innanzitutto dentro il suo partito. Nella campagna elettorale per diventare davvero sindaco avrà bisogno di avere al suo fianco più Guerini che Mineo, più Serracchiani e Moretti che Civati e Fassina. Soprattutto avrà bisogno del sostegno attivo di Renzi, che a Venezia verrà anche più di una volta per dare una mano al senatore.

«Con te vinceremo le elezioni» «Hai il mio sostegno totale, con te a Venezia vinciamo». In quel “noi”, in quel “vinciamo” non c’è una banale riappacificazione, ma l’idea di mettere il cappello renziano su una vittoria nata su presupposti opposti.

Se invece Felice riuscisse a vincere senza il sostegno di Renzi, non solo lui, ma le “due sinistre”, sia quella interna al Pd sia quella che si sta raccogliendo intorno a Landini, potrebbero magnificamente considerare proprio il successo veneziano, il primo dopo le ripetute, umilianti batoste ricevute dai renziani nelle precedenti elezioni primarie, in Emilia, in Liguria, in Campania.

Per Renzi – non solo per lui ovviamente – il voto veneziano ha dunque un significato più che mai nazionale. Un successo in laguna, ancor di più in accoppiata con un’eventuale affermazione nella Regione Veneto, sarebbe una sua vittoria, tanto più importante perché l’organizzarsi delle “due sinistre” comincia davvero a impensierire il premier-segretario. Di converso lasciare espugnare Ca’ Farsetti dalla destra, dopo l’onta dello scandalo del Mose, raddoppierebbe il peso politico della sconfitta.

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A palazzo Chigi ragionano sia sull’inevitabile “fatica” della carica che dà molto potere ma anche logora chi lo detiene, contrariamente al famoso detto andreottiano. Renzi quindi è forte ma anche più debole di qualche mese fa. E tra qualche mese? Più debole o più forte? Nel frattempo, chi gli si oppone non ha altro da fare che imbastire ogni tipo di trama mentre lui è occupato con Tipras piuttosto che con Cameron, con l’ultima crisi mediorientale e con il prossimo viaggio a Washington, e deve delegare ai suoi vice una battaglia interna che lui sente di poter condurre molto meglio, in prima persona, avesse le mani libere.

Il nemico a sinistra

Indubbiamente, nel giro renziano, si osserva che, nella produzione di riunioni a mezzo di riunioni che anima l’opposizione interna, non si vede emergere nessun leader che possa trascinare quello che considera un vecchio ceto politico rancoroso. Diversa l’analisi di quanto accade nell’area di Maurizio Landini, dove un leader di riferimento c’è, è lui, l’uomo con la felpa rossa e la scritta FIOM, e sembra avere la tempra e la personalità adatte per trovare simpatie anche oltre gli steccati della sinistra estrema, un po’ come Tsipras in Grecia e come Iglesias in Spagna.

Inoltre, è presa sul serio, nel perimetro renziano, la portata politica dell’operazione –il progetto di Coalizione sociale – perché è vista come il tentativo di costruire dal basso – non cooptando in parlamento esponenti di associazioni come avvenuto con Ingroia e lista Tsipras – un gruppo, meglio una coalizione di gruppi, che faccia massa critica e che a un certo punto possa anche essere la base per un partito.

Certo, i tempi dell’operazione non si presentano brevi dal momento che la segreteria Fiom di Landini scade nel 2018 e non si parla di una sua uscita prima di allora, ma intanto le sue iniziative – vediamo anche quella di sabato – hanno successo e fanno discutere, creano attese e alimentano l’idea di un’alternativa possibile a Renzi e al renzismo.

In un contesto così, Felice Casson ha valutato la maggiore convenienza politica di un endorsment da parte di Renzi, ha tenuto a far sapere della telefonata ricevuta dal premier dopo la vittoria, e ha scelto di andare in quella direzione piuttosto che in quella di un rilancio della connotazione politica che ha caratterizzato la sua corsa all’interno del Pd veneziano.

Ma a questo dovrà seguire anche un posizionamento coerente, un rapporto con forze centriste che fanno fatica ad arrivare a un livello di decenza politica e morale, con il rischio di perdersi per strada una parte del blocco che l’ha sostenuto. La sua forza consisterà nel saper mettere insieme, convincere gruppi ed elettori che oggi si guardano in cagnesco che la sua vittoria sarà della città, del centrosinistra nel suo insieme, non del leader del suo partito.

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