Cosa c’è di “naturale” in un “banale” licenziamento? Il caso di un call center SEAT

ALFONSO M. IACONO
450 dipendenti del Call Center di Guasticce (Livorno) sono a rischio di licenziamento. Non vi è niente di naturale nell’angoscia di una sopravvivenza messa a rischio dalla perdita o dalla mancanza di un posto di lavoro.

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Sapete cos’è la naturalizzazione? È l’accettare come naturali azioni e cose che non sono naturali. La naturalizzazione è diversa dalla banalizzazione. Quest’ultima è un momento importante della nostra facoltà di apprendere. Una volta che ho imparato a guidare l’auto, la mia capacità di guida si banalizza, assume cioè una specie di automatismo. Uso le marce e di sera accendo i fari, scalo le prime per rallentare e metto gli anabbaglianti se incrocio un’altra macchina. Faccio tutto questo in modo vigile e cosciente, ma nello stesso tempo sono in grado di conversare con il mio amico che mi sta seduto accanto oppure di parlare al cellulare (si spera sempre con gli auricolari).

Tutto questo vuol dire che ho banalizzato la guida, così come sono riuscito a banalizzare il nuoto o l’andare in bici. Che differenza c’è fra la banalizzazione e la naturalizzazione? Quest’ultima è una forma perversa e pericolosa di banalizzazione. Ma è con essa che si fonda gran parte del modo in cui accettiamo il mondo così come lo subiamo, come se fosse appunto per natura, senza neanche immaginare che vi possano essere delle alternative.

450 dipendenti del Call Center di Guasticce (Livorno) sono a rischio di licenziamenti. Ultimi in ordine di tempo di ciò che Marx chiamava il grande olocausto dei lavoratori. Contemporaneamente si parla degli effetti positivi del Jobs Act. Si comincia di nuovo ad assumere, si dice. Donne e uomini che vengono licenziati, donne e uomini che vengono assunti. Poco importano i loro nomi, i loro problemi, le loro vite. Sono numeri. Una triste ironia in una società dove dell’individuo e della persona si fa almeno apparentemente e comunque molto ipocritamente una sorta di (falsa) religione.

Parafrasando la vecchia battuta di una società di eguali dove alcuni sono più eguali degli altri, si potrebbe dire che in una società di persone alcune sono più persone di altre. Assunzioni qui, licenziamenti lì. Tutto appare come se fosse naturale. A proposito del Call Center di Guasticce e del crollo del Colosso di Rodi (che aveva i piedi d’argilla) Seat, il dirigente sindacale Giuseppe Luongo ha puntato il dito contro la speculazione finanziaria sottolineando il fatto che di fronte a un indebitamento di circe 1,4 miliardi di euro della Seat, i lavoratori di Chivasso (Torino) e Guasticce (Livorno) incidono per circa due milioni di euro, cioè poco più di un millesimo. Tutto il resto, più del 90 per cento è il risultato degli effetti perversi della speculazione finanziaria. Questo non ha niente di naturale, eppure tale sistema speculativo, dove guadagni tanto vertiginosi quanto immeritati si producono sulla pelle dei lavoratori continuamente esposti al rischio della propria sopravvivenza, viene accettato come legge di natura.

Viviamo in una società che produce ricchezze immani, ma che applica quotidianamente la legge della sopravvivenza del più adatto come se fosse una legge di natura. Non lo è affatto. Perfino in natura le cose sono assai più complesse di quel che si crede, eppure noi proiettiamo su di essa visioni sociali che poi presentiamo come naturali.

Ha scritto il grande paleontologo Stephen Jay Gould: “Molte delle nostre immagini sono incarnazioni di concetti mascherate come descrizioni neutre della natura. Queste sono le fonti più efficaci del conformismo, poiché le idee che ci vengono trasmesse sotto forma di descrizioni ci conducono a mettere sullo stesso piano il provvisorio con ciò che è inequivocabilmente fattuale. Suggerimenti per l’organizzazione del pensiero vengono trasformati in regolarità stabilite in natura. Congetture e supposizioni diventano cose”.

Non vi è niente di naturale nell’angoscia di una sopravvivenza messa a rischio dalla perdita o dalla mancanza di un posto di lavoro.

*Ordinario di Storia della Filosofia
Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere
Università di Pisa

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