È tornato il cuoco che rimesta nelle tensioni della Germania satolla

PIERLUIGI MENNITTI
È di nuovo per le strade di Dresda, Lutz Bachmann. Il cuoco trasformatosi in capopopolo lo scorso autunno, è tornato a guidare le marce di Pegida, il movimento di estrema destra che fa presa sulla miscela di tensioni che covano nella pancia apparentemente satolla della Germania.

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BERLINO. Sembrava scomparso, dopo lo scandalo delle foto in posa hitleriana apparse su Facebook lo scorso gennaio. E invece è di nuovo lì, per le strade di Dresda: Lutz Bachmann, il cuoco dalla fedina penale ricca di condanne per droga, furti, aggressioni, trasformatosi in capopopolo lo scorso autunno, è tornato a guidare le marce di Pegida, il movimento che protesta contro profughi e immigrati e paventa il pericolo dell’islamizzazione dell’occidente. E sono tornati anche i cittadini, uomini e donne di Dresda, che dopo una pausa di due mesi, nei quali il fenomeno sembrava essersi definitivamente sgonfiato, hanno ricominciato a marciare: ogni lunedì nelle Montagsdemonstrationen, una parodia delle manifestazioni che nel 1989 diedero la spallata al regime della Ddr.

Non ci sono più altri protagonisti dell’autunno populista che ha agitato la Germania: Kathrin Oertel, la donna che a Pegida aveva prestato volto e voce, si è sfilata dando vita a un gruppo politico concorrente di cui però si sono perse le tracce; Frauke Petry e Alexander Gauland, gli esponenti di Alternative für Deutschland che avevano a lungo lisciato il pelo al movimento, hanno preso le distanze. Ma Bachmann è riuscito nell’impresa di ridare fiato alle marce: siamo lontani dalle 35 mila presenze di inizio gennaio ma anche dalle appena duemila di febbraio. Negli ultimi due lunedì i numeri sono tornati a crescere: prima settemila, poi ottomila. Arrivano le settimane climaticamente più miti, Bachmann è di nuovo ringalluzzito. Promette proteste affollate per il giorno di pasquetta e per il lunedì successivo, il 13 aprile, quando ha in serbo una sorpresa: la visita del populista olandese Geert Wilders. I suoi si stanno montando un po’ la testa e c’è chi spera possa arrivare in futuro Marine Le Pen.

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Pegida non è certo la componente più pericolosa della variopinta galassia della destra radicale e per alcuni aspetti è anche difficile classificarla come movimento estremista. È un calderone troppo indistinto: xenofobi e anti-islamici, sciovinisti e antieuropeisti, borghesi declassati dalla crisi e cittadini impauriti dall’universo della globalizzazione, difensori di radici cristiane e populisti anti-establishment, teorici della fine della democrazia rappresentativa e uomini di mezza età preoccupati per la pensione. Ma è stato il movimento che ha acceso i riflettori su un ambiente di colpo apparso potenzialmente molto più ampio rispetto a quello limitato ai partiti neonazisti o ai gruppi di teste rasate che organizzano concerti rock in campagna e spedizioni anti-immigrati nella provincia tedesca.

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Ha soprattutto indicato l’esistenza di una miscela di tensioni che la Germania ufficiale non immaginava potessero covare nella sua pancia apparentemente satolla. C’è il timore di una saldatura tra le fazioni estremiste politicizzate e il grande corpaccione insicuro e spaventato emerso all’improvviso a Dresda. Rispetto alle decine di altri focolai tedeschi di protesta contro l’insediamento di centri profughi, i patrioti europei hanno offerto la rappresentazione plastica del disagio del ceto medio che teme di perdere (e forse ha già perduto) il suo ruolo di architrave della società. Un ceto medio lacerato da lavori mal retribuiti, disuguaglianze crescenti e smarrimenti esistenziali, che ha perso la fiducia nella politica tradizionale, che forse legge e si istruisce meno rispetto al passato, esponendosi al vento di slogan irrazionali e alla caccia al capro espiatorio: in questo caso l’Islam.

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Certo, il tentativo di esportazione di Pegida nel resto del paese si può considerare al momento fallito. Il franchising non ha funzionato, il marchio si è sbiadito spostandosi altrove. Soprattutto a ovest, nei vecchi Länder dove la rielaborazione del passato nazista ha creato anticorpi solidi, la società civile ha reagito, è scesa per strada, ha creato un contro-movimento che ha mostrato una maggiore capacità di mobilitazione. Ma a Est, nei nuovi Länder, i rapporti indicano che il pericolo è presente, addirittura crescente. Dresda resta un caso a sé, ma lo stesso fatto che appaia in ripresa significa che sotto la cenere cova sempre tensione.

Lo dimostra un episodio più recente, avvenuto appena due settimane fa, cui la stampa internazionale non ha dato quasi risalto. Per la prima volta nella Bundesrepublik, un sindaco democraticamente eletto è stato costretto alle dimissioni dalle minacce esplicite di gruppi militanti della destra radicale. È avvenuto nella piccola cittadina di Tröglitz, in Sassonia-Anhalt, la piccola regione orientale a sud di Berlino, confinante la Sassonia di Dresda, un Land che da sempre occupa le ultime posizioni nelle classifiche nazionali sullo sviluppo economico e demografico e sulla qualità della vita. Tröglitz conta appena tremila anime, che si sono sentite minacciate dall’arrivo di 60 rifugiati previsti dal piano distrettuale di smistamento dei profughi.

Il sindaco dimissionario si chiama Markus Nierth. Non viene dalla militanza politica ma dall’impegno civico, non ha alcuna tessera di partito ed è stato eletto come indipendente. Non è un fanatico del multiculturalismo, non ha ingaggiato battaglie per l’integrazione e, a dirla tutta, non sembrava neppure troppo contento di dover accogliere la quota di disperati assegnatagli. Ma è bastato che confermasse le voci sull’esistenza di un piano di accoglienza per scatenare una rivolta politica, da destra: insulti, accuse, minacce di morte estese anche al resto della famiglia, poi 7 fiaccolate di protesta, durante le quali è apparsa evidente la mano organizzativa dell’Npd, il partito neonazista che ha nelle regioni orientali il suo maggior seguito. Alla fine il sindaco ha preso carta e penna e ha scritto la lettera di dimissioni. Nel mondo politico berlinese è scoppiato un putiferio. Per quattro giorni. Poi si è passati ad altro argomento.

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