Nimrod, Mosul, Leptis Magna. L’iconoclastia islamica fra storia e propaganda

MARINA MONTESANO*
Le immagini delle distruzioni nei siti archeologici in Medio Oriente hanno profondamente colpito l’opinione pubblica mondiale. La cronaca può essere fuorviante se non si conosce la storia dell’iconoclastia islamica.

Qasr_Amra

Nel deserto della Giordania orientale, Qasr’Amra non fa una grande impressione dall’esterno: le guide lo indicano come un “castello”, uno dei castelli del deserto, ma in realtà è un casotto di caccia con i bagni.

Scarsamente controllato ancor meno frequentato in questi anni di fuga dei turisti europei dal Vicino Oriente, Amra riserva tuttavia una grande sorpresa una volta entrati all’interno. Le sue pareti sono completamente affrescate e le pitture, sebbene graffiate e, si vede, abbandonate per secoli, sono un trionfo di iconografia paganeggiante: donne ai bagni, lottatori, scene di caccia, una teoria di re sconfitti dai musulmani, animali musicanti, una delle primissime raffigurazioni dei cieli e dello zodiaco su una parete concava (la cupoletta che copre il calidarium).

Qasr’Amra appartiene alla prima metà dell’VIII secolo e fu voluto, insieme a un edificio abitativo più grand,oggi scomparso, da uno dei califfi umayyadi, probabilmente Walid II. Quella degli Umayyadi è stata la prima dinastia dell’Islam.

Quando i sunniti ebbero la meglio sui seguaci di Ali, da allora detti sciiti, fondarono con la dinastia umayyade il califfato ereditario avente sede in Damasco (661-750). Anche se il primo, Uthman, era stato un califfo eletto, con il suo successore, l’ex governatore della Siria e suo cugino Muawiya, le cose cambiano e nel maggioritario universo sunnita comincia ad affermarsi una linea dinastica: tale dinastia prenderà il nome di umayyade. Muawiya, sostenendo  di seguire l’operato di Abu Bakr, scelse il proprio successore fra uno dei propri figli; Yazid prese il potere nel 680 e lo conservò per quattro anni.

A quel punto gli successe lo zio, Marwan, considerato il membro più influente del clan, e da quel momento in poi, ossia sino alla fine della dinastia umayyade (750) il califfato resterà alla sua discendenza. Con l’avvento al potere di Marwan si delinea una duplice linea politica per la nuova dinastia: da una parte improntata a continuare l’espansione, dall’altra preoccupata di consolidare quanto già ottenuto; due linee necessarie ma controverse anche  sotto il profilo economico, perché l’espansione terriitoriale poteva aumentare il gettito fiscale, ma organizzare le campagne militari impoveriva le finanze califfali.

Con il califfato umayyade, soprattutto, vennero abbandonati molti costumi propri dei tempi nomadici, e la corte di Damasco (una città dalle tradizioni culturali greche) andò sempre più assomigliando a quella bizantina che ne era in effetti l’ammirato modello. Se il nucleo di comando e dell’esercito rimase ampiamente arabo-siriano, sotto la dinastia umayyade crebbe anche il ruolo nei non arabi all’interno della’Islam. Si andarono  anche creando un’arte e una letteratura musulmana molto vicina alle grandi tradizioni eclettiche della cultura bizantina, il che comportò un certo lassismo nelle cose relative alla fede. Ad esempio, il divieto di raffigurare esseri animati, ch’era stato molto rigoroso, secondo la tradizione biblica, fu largamente aggirato nella tradizione iconica umayyade.

Amra è uno fra i pochi esempi rimasti di questa tendenza, con il suo forte carattere bizantino, ancor più sorprendente in decenni in cui nella stessa Bisanzio si diffondeva il movimento iconoclasta e le immagini venivano distrutte e proibite. Vero è che la dinastia califfale abbaside, che nel 750 avrebbe rovesciò quella umayyade, utilizzava proprio il lassismo dei costumi come argomento polemico contro i predecessori. Salvo poi trasferirsi nella nuova capitale Baghdad e dar vita nei secoli successivi a una civilizzazione altrettanto aperta.

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Il che si sarebbe verificato anche nella Spagna musulmana: nell’XI secolo i cristiani di Castiglia minacciavano di espandersi più a sud di Toledo. Il sire musulmano di Siviglia, il colto e brillante al-Mutamid – un qadi che guidava una specie di repubblica aristocratica di notabili – sentiva che ormai le fortune di al-Andalus stavano declinando: ma oltre le Colonne d’Ercole si era affermato il potere della rigorosa confraternita degli al-Murabitun (da cui “Almoravidi”), “uomini dei ribat“, gli austeri abitanti dei conventi-fortezze formatisi lontano, oltre il deserto, sulle rive del Senegal e del Niger e impadronitisi di Marocco e Algeria a scapito delle dinastie che vi si erano affermate nel X secolo Al-Mutamid non li amava certo questi tenebrosi fanatici: né fu felice di rivolgersi al loro capo Yusuf Ibn Tashfin. Ma, a chi gli chiedeva il perché d’una così triste scelta, pare rispondesse: “Preferisco finir cammelliere in Africa che guardiano di porci in Castiglia”.

L’emiro passò dunque il mare; e, ad Alfonso che gli chiedeva di trattare, si dice rispondesse con un verso marziale: “Non ho altre carte che le spade e le lance, né altro ambasciatore che l’esercito numeroso”.

Lo scontro avvenne presso la Guadiana, a Zallaqa (oggi Sagrajas), il 23 ottobre del 1086: e fu una grande sconfitta per i cristiani. Lo stesso re Alfonso si salvò a stento, con poche centinaia di cavalieri, riparando a Coria. Le teste recise dei vinti furono accatastate in macabri mucchi trionfali.

Dopo la vittoria, i vecchi emiri di al-Andalus, giudicati corrotti e libertini dai nuovi padroni, dovettero andarsene in esilio. Nonostante la   barbarie dei mistici guardiani dei ribat, bisogna d’altro canto osservare che gli anni del dominio almoravide, che si estendeva dal Tago al Sahara, furono prosperi e sereni. Essi dettero impulso allo sviluppo urbano – con l’ampliamento d’una capitale di recente fondazione, Marrakesh (voluta da Yusuf  Ibn Tashfin nel 1062), e la sistemazione del complesso impianto di Fez -, mentre proteggevano le attività commerciali e manifatturiere che andavano crescendo in centri come Tlemcen o Sijilmassa in Africa e Almeria in Spagna, che sarebbe giunta a possedere ottocento laboratori di tessitura della seta, novecento luoghi di sosta per viaggiatori e di magazzini per merci (khan  e  funduk), numerose officine dove si lavoravano i metalli, un porto frequentato da tutte le navi dell’Islam mediterraneo. Le monete d’oro coniate nelle zecche delle città almoravide (dette perciò, in Occidente, “marabottini”) erano dappertutto apprezzate e ricercate.

Né si deve pensare che il misticismo delle confraternite dei ribat  avesse soffocato la vita intellettuale: al contrario, il dibattito teologico e giuridico vi era molto vivo. La biblioteca e le “madrase” di Córdoba conobbero allora uno sviluppo straordinario, che superò i già cospicui livelli dell’età califfale e che costituì la base di uno sviluppo culturale di cui, a partire dal secolo successivo, avrebbe beneficiato lo stesso Occidente.

Tuttavia anche il potere almoravide andò presto deteriorandosi  a causa tanto della riscossa militare dei regni cristiani di Spagna (soprattutto di quello d’Aragona), quanto d’una nuova corrente mistico-teologica sviluppatasi nel Maghreb a partire dal secondo quarto del XII secolo. Gli al-Muwahiddun (detti “Almohadi”) i “fedeli dell’unità divina”, erano sorti nel pieno del Marocco berbero come movimento politico-religioso a carattare rigoristico guidato dal mahdi Muhammad ibn Tumart, il quale era insorto contro le concessioni all’antropomorfismo letterale del Corano in qualche modo accettati dai teologi almoravidi.

Il nuovo califfo almohade Abu Ya’qub Yusuf (1163-1184) vinse non senza difficoltà le resistenze locali e lanciò un jihad contro il regno di Castiglia, mentre intraprendeva un ambizioso programma edilizio  nella sua nuova capitale di  Siviglia. Suo figlio  Abu Yusuf Ya’kub al-Mansur (1184-1199) sconfisse clamorosamente Alfonso VIII re di Castiglia nella battaglia di Alarcos, il 10 luglio 1195. Il potere almohade fu molto più duro e restrittivo di quello almoravide: furono perseguitati e costretti all’esilio o al confino anche i due più grandi pensatori del tempo, l’ebreo Moshe ben Maimun (Maimonide) e il musulmano Ibn Rush (Averroè).

Maimonide finì in Egitto dove sarebbe divenuto nel 1172 naghid – cioè capo della locale comunità ebraica – e quindi medico del sultano Saladino e dei suoi successori fino alla sua scomparsa, nel 1204. La fase intollerantistica almohade, tuttavia, terminò presto: la dinastia berbera permise l’impiantarsi in Marocco di culti simili a quelli santorali cristiani, mentre una rinnovata libertà di ricerca dava luogo al fiorire di pensatori come Ibn Tufayl e – dopo i primi sospetti nei suoi confronti – Averroè. Anche l’economia ebbe un forte rilancio sotto la nuova dinastia, attenta allo sviluppo agricolo, realizzato grazie a un massiccio impegno nel miglioramento delle opere d’irrigazione; senza dimenticare i commerci, per i quali si stipularono alleanze con le città italiane del Mediterraneo occidentale anche quest’ultimo un segno della duttilità della dinastia almohade.

Ma cosa ha a che vedere tutto questo con l’ondata di iconoclastia corrente in alcune frange del mondo musulmano? Con la distruzione di Nimrod, delle statue di Mosul, delle minacce contro i siti archeologici in Libia, Leptis Magna in testa?

Il discorso precedente è utile per capire che quella iconoclasta è una tendenza insita nei monoteismi biblici, che seguono il dettato dell’Esodo e del Deuteronomio: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra” (Deut. 5: 8), e ancora più esplicitamente: “Darai alle fiamme le immagini scolpite dei loro dèi” (Deut. 7: 25). Non soltanto il mondo islamico, come detto, ha attraversato fasi in cui queste norme sono state osservate alla lettera. Nella Bisanzio fra VIII e IX secolo accaddeva lo stesso; e nell’Europa della Riforma i Luterani coprivano (e dunque cancellavano) gli affreschi nelle chiese, mentre gli ugonotti calvinisti distruggevano una volta per sempre i volti delle statue che campeggiavano sui portali delle belle chiese gotiche di Francia. Insomma le crisi iconoclaste sono ricorrenti, ma ampiamente reversibili, come la storia musulmana stessa dimostra.

Detto questo, però, è opportuno aggiungere alcune considerazioni ulteriori sugli eventi di questi ultimi mesi.

La nebulosa ISIS è assai difficile da comprendere; come accadeva con al-Qaeda, ci sono gruppi che si dichiarano affiliati, ma su quali basi non è dato saperlo; bastano un’affermazione o una bandiera per rivendicare l’appartenenza a organizzazioni di cui ignoriamo (volutamente e colpevolmente) quasi tutto.

La guerra mediatica che accompagna e spesso precede quella sul “terreno” in questo periodo sta applicando tecniche affinate da molti anni a questa parte: le stesse che durante la prima guerra del Golfo facevano vedere il cormorano agonizzante nel petrolio sparso da Saddam Hussein, in realtà un’immagine tratta da tutt’altro contesto (molti esempi sono nel libro di Marcello Foa, Gli stregoni della notizia).

Allora a orchestrare la campagna era stato lo spin doctor dell’aministrazione Bush Senior, John Rendon; ma ci si potrebbe chiedere quali e quanti siano gli spin doctors che fanno circolare la foto delle belle combattenti curde che coccolano orsetti o che diffondevano le notizie circa l’uso delle armi chimiche di Assad: quando alcuni paesi europei, Francia in testa, volevano intervenire militarmente contro il presidente siriano e a fianco degli Amis de la Syrie, sostenuti da Sauditi e Qatar (cioè dai principali finanziatori dell’ISIS), prima che Putin non mettesse il suo veto all’escalation militare.

Delle statue di Mosul distrutte si è già detto che erano delle copie, dei falsi; di Nimrod non abbiano molte notizie e ci si può solo augurare che si tratti di un’altra messa in scena. L’invito, in tutti i casi, è a stare sempre all’erta dinanzi a una propaganda pronta a servirsi di ogni strumento disponibile per spingere le opinioni pubbliche nella direzione voluta, che magari non è sempre la stessa e odeggia a seconda delle convenienze.

Infine, è necessaria un’ultima considerazione: da molte parti si è detto che “il fanatismo spinge questi musulmani a distruggere il loro stesso patrimonio storico”. Ma neppure questo è vero. Così come nel caso dei Buddha di Bamyan, si tratta di combattenti che non appartengono ai luoghi in cui combattono; sono invece dei mercenari: che possono anche essere ideologizzati e fanatizzati, ma che vengono pagati affinché facciano quel che fanno. In Siria, in Iraq, in Libia; e magari a Parigi. Le loro armi nuove e i SUV costosissimi hanno un prezzo; i libici e i ceceni che combattono con gli “amici della Siria” hanno un prezzo; i biglietti aerei che portano in giro per il mondo i terroristi musulmani nati in Europa hanno un prezzo: chi lo paga? Se davvero ci fosse interesse a sconfiggerli basterebbe seguire la traccia dei soldi e stanare chi li finanzia così riccamente. Salvo magari scoprire che siamo noi stessi e i nostri alleati.

*Marina Montesano insegna Storia medievale all’Università di Messina

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