E se sarà uno spritz a decidere la battaglia di Venezia?

GUIDO MOLTEDO
Casson o Brugnaro? Se il duello sarà tra loro due, per la poltrona di sindaco di Venezia, potrebbe rivelarsi cruciale quello che in America chiamano il “beer test”.

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Metti una sera di quelle tiepide con la brezza della primavera appena arrivata, un tavolino a campo Santa Margherita, o a piazza Ferretto, due spritz ghiacciati, perfetti, patatine e olive. Sei lì in attesa che arrivi all’appuntamento o Felice Casson o Luigi Brugnaro. E sta a te decidere chi dei due invitare a sedersi e far do ciacole, non necessariamente di politica, anzi, tra un sorso e l’altro, una patatina e un’oliva. Felice o Gigio? È lo “spritz test”, variante veneziana del “beer test”, il test della birra che, a un certo punto delle campagne elettorali americane, immancabilmente è evocato per fiutare l’orientamento dell’elettorato.
Quanto piace un candidato alla pancia degli elettori? Quanto conta la sua personalità? Con quale dei due ci si mette più facilmente in relazione? Quanti voteranno a pelle più che con la testa?

Il beer test che Kerry perse con Bush

Nel 2004, John Kerry sembrava poter vincere su George Bush quando da un sondaggio, non lontano dal voto, emerse che il 57.3 per cento degli intervistati avrebbe condiviso una birra con il candidato repubblicano (peraltro alcolista pentito) piuttosto che con quello democratico. Altezzoso e aristocratico il bostoniano, cowboy e battutaro il texano, tutta testa il primo, istinto e informalità il secondo. Quel sondaggio fu preso sul serio dagli strateghi democratici. Perché? Perché la cosiddetta “politics of personality” conta e può rivelarsi un fattore decisivo. Non certo al cospetto dell’elettorato di sinistra o di destra, che vota a sinistra o a destra convintamente, a prescindere. Lyndon Johnson chiamava questi elettori, sul versante democratico, gli yellow dog democrats, i votanti che avrebbero votato anche un cane giallo, se si fosse candidato, piuttosto che votare un repubblicano.

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La politica della personalità conta nell’elettorato in bilico, incerto, spesso indeciso fino all’ultimo, in genere votanti centristi, moderati, disposti di volta in volta a segnare la scheda senza principi ideologici, con la disinvoltura con cui si sceglie tra gli scaffali di un supermercato.
In realtà, non è storicamente una fetta rilevante dell’elettorato, dal momento che spesso quelli che si dicono indecisi non lo sono affatto, semplicemente non vogliono dichiararsi.

Certo, quando c’è un candidato forte, questo spicchio di elettorato è irrilevante. Ma quando un’elezione si decide per una manciata di voti? Diventa molto rilevante. Decisivo.

Nella politica d’oggi, nel mondo d’oggi, lo è sempre di più, dal momento che le fedeltà ai partiti si è molto stemperata, e quanto dicevamo prima, forse andrebbe rivisto: è ancora vero che solo una fetta modesta dell’elettorato vota con la pancia più che con la testa? E che la maggioranza vota più secondo l’affiliazione partitica o la consuetudine?

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A Venezia questa domanda è più che legittima e attuale. Felice Casson, le primarie le ha vinte a dispetto di un gruppo dirigente che indicava un altro candidato, che peraltro ha anche perso malamente.
La forza di Casson si è rivelata essere quella di un candidato capace di andare oltre gli steccati fissati dal partito di riferimento, confermando lo sfarinamento del “contenitore” Pd. Eppure, nel far questo, ha creato intorno a sé un nuovo perimetro politico, potenzialmente insidioso, se tale resta, quello rappresentato da un’evidente forte presenza in esso della sinistra-sinistra. E infatti, il suo assillo, adesso, è quello di conquistare una galassia elettorale centrista, fluttuante, con grossi blocchi di elettorato di sinistra moderata, che ormai nessun politico, nessun politologo, è in grado di definire e quantificare, ma che tutti sanno essere rilevante.

C’è un libera tutti che rende le elezioni veneziane, questa volta, cariche di interrogativi. È una partita tutta da giocare, nella quale le campagne elettorali dei due contendenti saranno più importanti e decisive che in passato.
In questa situazione in fermento e instabile s’inserisce la candidatura di Luigi Brugnaro, un imprenditore fuori della politica ma che c’è dentro fino al collo, anche con eclatanti conflitti d’interesse. Lo sostiene per ora una parte del centrodestra, ha l’appoggio di poteri forti, gode dentro il comune e delle aziende municipali della simpatia di molti alti dirigenti. Ha tanti soldi da investire in una campagna elettorale che considera “aperta”.

Un duello tra due narrazioni

In questo clima mobile e umorale, lo spritz test non è un gioco per i sondaggisti che non hanno altro di meglio e di più serio da misurare. Diventa un banco di prova importante. E, al di là delle apparenze, Felice ha più carte da giocare del suo probabile rivale. Perché in palio non ci sono solo due temperamenti, due caratteri, ma due storie, personali e politiche.
È un duello tra due narrazioni. E quella di Casson è più forte. Ma deve, con i suoi strateghi, lavorare ancor di più, molto di più, perché la sua narrative arrivi chiara ai vari e diversi blocchi elettorali, e raffinare il messaggio ancor di più tra il primo e il secondo turno, preparandosi all’impresa da subito.

La narrazione di Felice è quella che s’incrocia meglio con le attese dei veneziani e dei mestrini. Intanto, non è vero che sia freddo, come certi dicono di lui, e se lo era e non lo è più, è perché facendo politica ha imparato l’opposto di quel che in genere bisogna apprendere, cioè il controllo di sé. Oggi Casson è meno sorvegliato, è e sa essere empatico e simpatico, non è più il magistrato finito in politica, ma un politico che fa politica e sa fare politica, senza lasciarsi incastrare nei suoi giochi e nei suoi riti, nei suoi machiavellismi e nelle sue logiche tribali.

Il “romano” che non dimentica di essere veneziano

Da quando è a Roma, al senato, ha sempre lavorato, in aula, in commissione e con la stampa, a viso aperto e spesso in posizione scomoda. Senza mai perdere di vista la sua città e i suoi elettori.
Tutto questo risuona bene in una città ancora traumatizzata, incredula per quel che è successo il 4 giugno scorso, una storiaccia che, in tribunale, promette nuovi episodi molto poco edificanti.

Che ci possano essere grumi anche cospicui di elettori che a parole deprecano la corruzione e il corrompimento della classe politica cittadina ma che in realtà hanno avuto benefici da quel “sistema” e quel sistema vogliono che continui, ritagliandosi per sé ancora il comodo ruolo di cittadini indignati, è un problema molto serio, con il quale è difficile fare i conti.
Ed è a questi elettori del centrosinistra ambigui e ambivalenti che Brugnaro si rivolge, in un’operazione gattopardesca “venduta” come un’operazione di rottura con la vecchia classe politica che ha governato la città.

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Abbiamo scritto ampiamente sulle gesta e sul personaggio Brugnaro. Ma se la sua narrazione non sarà sufficientemente chiara, anche sul terreno della legalità, conflitto di interessi inclusi, a poco servirà il suo esibito buonumore e ottimismo da imprenditore che come dice il refrain, si dà alla politica perché me lo chiede la città.

Al tavolino con Matteo

E se chiedessimo a Matteo Renzi con chi gli piacerebbe prendere uno spritz insieme? Felice o Gigio? Chiunque direbbe: Renzi sceglierebbe Brugnaro. Ma lo direbbe probabilmente per la ragione sbagliata. Lo direbbe pensando che Matteo si divertirebbe un mondo con un altro tipo vulcanico come lui. Errore: come tutti i narcisisti, a Renzi piace essere l’unico mattatore, l’unico simpatico al bar. Certo, con Felice farebbe fatica a sedersi al tavolino di un bar a chiacchierare amabilmente, non perché Casson non gli possa essere simpatico, ma perché il premier è vendicativo e “non se la mette via” che Casson sia stato uno dei suoi più strenui e costanti oppositori.

Che questo però implichi che non lo vedremo davvero in un caffè di Venezia o di Mestre a prendere un aperitivo con il candidato ufficiale del Pd, ad aprile, e forse anche a maggio, significherebbe fare un torto alle virtù politiche (dopo che ne abbiamo detto i difetti) del presidente del consiglio. Che ha un impareggiabile senso della dinamica politica nel suo svolgersi, delle poste in palio, della tattica e della strategia, e ha una non comune capacità di rinviare le rese dei conti al momento più opportuno e al lui più favorevole.

Sarebbe insensato per Renzi volontariamente far perdere il Pd a Venezia, come è stato scritto, dopo lo tsunami del giugno scorso, sia pure a vantaggio di un avversario che gli è più congeniale. E certo, realista com’è, e vendicativo com’è, non si struggerebbe se Casson perdesse, e se dovesse trovarsi a trattare a Ca’ Farsetti con un tipo come Brugnaro. Ma questa sarà, eventualmente, una storia da scrivere a giugno.

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