Il ponte che divide la città. La controversia infinita sul “Calatrava”

CLAUDIO MADRICARDO
Di recente una sentenza della Corte dei Conti ha assolto l’archistar spagnolo e i tecnici del Comune sulla questione (una tra le tante) dei costi lievitati. Ma la vicenda del Ponte della Costituzione è tutt’altro che chiusa.

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“L’architetto Santiago Calatrava ha elaborato un progetto per un’opera sì molto complessa, ma anche molto ambiziosa: un arco rovesciato ribassato per coniugare la necessità del passaggio dei natanti in Canal Grande con quello di evitare il forte impatto sul contesto circostante. Per ciò l’ingegneria è rimasta stressata dall’asservimento all’estetica. Ora, una struttura di tale complessità e singolarità è ‘un’opera prototipale’, per la sua unicità, per com’è correlata al contesto urbanistico, per garantire la sua duplice funzione: la primaria funzione di Ponte e quella ulteriore di status symbol”.

Questo si legge nelle 400 pagine con le quali la Corte dei Conti pochi giorni fa ha mandato assolti dall’imputazione di danno erariale l’archistar valenziano, assieme ai tecnici del Comune che negli anni si sono susseguiti nella direzione dei lavori. E sembra mettere la parola fine a un’annosa vicenda che da lungo tempo, tra infinite polemiche e contestazioni, si trascinava su quel ponte che, col proprio manufatto, ha realizzato “la protesi moderna della città antica”. Rubando una frase felice a Leonardo Benevolo, che così se ne è uscito commentando la proposta di riassetto urbanistico che coinvolgeva l’area di Piazzale Roma e il suo necessario rapporto con la città antica. Il ponte.

E consentendo all’architetto spagnolo, che in seguito a quelle polemiche, a Venezia più non ha fatto ritorno evitando perfino di mettere piede su suolo italiano, come “questa decisione dimostri che i lavori che abbiamo progettato non hanno determinato né l’incremento dei costi della costruzione, né il ritardo nella consegna del ponte”. Un’affermazione che al primo momento sembrerebbe incomprensibile, perfino bizzarra, quella di Calatrava.

Agli occhi dei più, a Venezia, se non adeguatamente spiegata. Come ben ci è riuscita invece Roberta De Rossi su La Nuova Venezia, che osserva a commento della sentenza che “è vero che il Ponte della Costituzione è costato molto di più del previsto (11,6 milioni contro i 6,7 a bando) e per realizzarlo sono stati necessari 2052 giorni contro i 456 annunciati. Ma ritardi e costi lievitati non sono dovuti a errori di progettazione dell’architetto Santiago Calatrava, quanto a interventi di miglioria decisi dal Comune”. Con ciò riferendosi la De Rossi a quelle “lavorazioni aggiuntive, come nella sentenza si legge, riconducibili a circostanze non prevedibili e a finalità migliorative, quindi non a carenze progettuali”.

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Lavori tutti “riconducibili, e diamo la parola ai giudici, a migliorare funzionalità, accessibilità, illuminazione, durabilità, confort del ponte e non dovuti a carenze progettuali”. Probabilmente è questo il passaggio, la chiave di volta per comprendere un’intera vicenda, ora giunta apparentemente all’epilogo. Forse, perché già si profila all’orizzonte il ricorso da parte del procuratore Carmine Scarano, che potrebbe ritardare, rinviandola a chissà quando, una parola definitiva.

La storia inizia negli anni Novanta

Vediamo di ricostruirla questa vicenda andando à rebours nel tempo fino agli ultimi anni Novanta del secolo scorso. Quando nasce il piano regolatore della città e con esso le varie parti del territorio vengono rilette nel loro significato, nelle loro potenziali relazioni generatrici di traffici, umani e economici.

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È allora che tutta l’area di Piazzale Roma è ripensata, e rivista in un progetto che avrebbe dovuto portare allo spostamento del traffico veicolare privato. Dividendo l’attuale terminal terrestre in una parte pedonalizzata, e in un’altra, all’altezza dell’attuale Garage Comunale, destinata al tram e ai mezzi pubblici. Ripensandone i collegamenti.

Da una parte con il Tronchetto (e di qui il People Mover) e dall’altra con un ponte che collegasse l’area nuova con la città antica. Istituendo un ideale percorso che mettesse in connessione il traffico su gomma a quello della ferrovia. Progetti, come si è visto, solo parzialmente realizzati. Addirittura contraddetti, come nel caso della pedonalizzazione di Piazzale Roma. O in quello, ultimo, del nuovo garage che colà recentemente si è deciso di ospitare. È in quel clima che all’allora assessore all’Urbanistica Roberto D’Agostino, artefice di questa intuizione, nel 1998 viene proposto dallo storico dell’architettura Francesco Dal Co la possibilità di coinvolgere Santiago Calatrava. Per corrispondere al bisogno di quel ponte.

Passano due mesi e i disegni e un plastico sono pronti, bellissimi. Tanto sono belli e tanto hanno entusiasmato i maîtres à penser che si decide, di lì a poco, di esporli nello Spazio Olivetti progettato da un altro grande architetto veneziano, Carlo Scarpa, in Piazza San Marco.

Non era ancora l’epoca delle polemiche

Non era ancora l’epoca delle polemiche allora. Delle accuse di aver fatto un servizio alla famiglia Benetton, impegnata con Grandi Stazioni nella riqualificazione degli edifici adiacenti alla stazione ferroviaria. O di aver costruito un ponte inutile di cui non si sentiva il bisogno, dando la mazzata finale al commercio operante sull’altra riva del Canal Grande.

Tesi, quella della sua utilità, per lo più smentita dalla realtà, dati i volumi di traffico pedonale che il ponte quotidianamente registra. Quindi si dà l’avvio alla procedura con una gara di progettazione cui partecipano un certo numero di studi, vinta dall’architetto spagnolo.

Un progetto certificato in seguito dall’Istituto di certificazione e marchio di qualità italiano, approvato dalla Commissione di Salvaguardia della laguna di Venezia, dal Responsabile unico di procedimento e dalla Soprintendenza archeologica nell’aprile del 2002. Ma con un bando di progettazione che riservava la direzione dei lavori al Comune.

Primo errore. Forse fatale per il lievitare dei costi di realizzazione verificatosi. Seguito da un altro imperdonabile errore, quando si arriva alla gara d’appalto con massimo ribasso aperto a tutte le imprese, e non circoscritto a quelle specializzate in opere in acciaio. Vince un gruppo che non aveva particolare competenza e probabilmente, come si è dimostrato in seguito, capacità di eseguire il lavoro. Per non parlare della polemica sulle fondazioni su cui il ponte avrebbe dovuto poggiare.

Dove a Calatrava che si dice convinto dell’inutilità di tali interventi, il Comune, cui spetta la direzione lavori, al fine di auto tutelarsi sceglie la strada del rafforzamento. Come anche rafforza le stesse strutture d’acciaio del ponte, sbagliando pure le saldature. E via con l’aumento di spesa, preda ormai dell’infernale spirale dei lavori pubblici all’italiana. E i costi lievitano, rigonfiano.

Storie già viste, di cui sono piene le gazzette e le aule di tribunale del nostro paese. Fino all’incredibile vicenda dell’ovovia, un oggetto per cui si è spesa la bellezza di quasi due milioni di euro, la cui realizzazione si è trascinata nel tempo. Che non ha in pratica mai funzionato, e della cui utilità in molti, fin dall’inizio, hanno dubitato. A cominciare dal rimpianto Enzo Cucciniello, l’architetto che pensava ai disabili, com’è stato definito. E che ora, con molto imbarazzo, si cerca di smantellare. O perfino, con un ultimo accanimento terapeutico, ancora di salvare. Con l’ultima geniale proposta in discussione che prevede di accostarle due ascensori, in modo che l’ovetto possa in qualche modo funzionare.

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Ancora soldi da buttare nella voragine. Tra le polemiche, il ridicolo e i lazzi di una parte della cittadinanza, quella che si raccoglie in 12mila followers nel primo social network cittadino, quel venessia.com che tante proteste ha organizzato. Fin dal passaggio dei primi conci in Canal Grande, quando a gran voce chiedeva più case per i residenti costretti ad andarsene, e meno ponti. Che ha alimentato negli anni la critica, ottenendo l’attenzione degli organi di stampa e delle televisioni anche internazionali, sempre in prima fila nelle tante battaglie a tutela della città e dei suoi residui abitanti.

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Già l’ovovia, la cui penosa vicenda sembra segnare l’apoteosi della debolezza della politica nelle scelte che contano in questa città. Dove ben tre sindaci (Costa, Cacciari e Orsoni) non sono riusciti a imporsi, a dire “Io non ci sto!” Cedendo. Sballottati da una polemica spesso pretestuosa, frutto di un mix di bassa politica e di malinteso senso del rispetto dei diritti, verso la folle idea di percorrere la strada dell’ovovia. Avendo perfino rifiutato la proposta originaria del progettista stesso, che prevedeva un servo scala a scomparsa. Quando invece sarebbe bastato un po’ di buonsenso per affermare, con voce chiara e polso fermo, che la soluzione migliore per il problema dei disabili non era tanto l’attraversamento del ponte, quanto il semplice traghetto da riva a riva con un normale vaporetto. E via di questo passo.

Fino alla scelta di Cacciari di rinunciare a ogni forma d’inaugurazione ufficiale del manufatto. Sostituita all’ultimo minuto da un’inaugurazione per pochi intimi una sera, con tanto di polizia municipale schierata a difesa degli invitati. Quasi un convegno clandestino. Costringendo così Giorgio Napolitano a prendere lui il telefono in mano e chiamare Calatrava in persona, e a organizzare una visita del ponte assieme, cui il sindaco non avrà modo di sottrarsi. Dando con ciò dimostrazione di maggior senso dell’opportunità in tale vicenda di quanto ne avesse saputa mettere in campo l’intera amministrazione locale.

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È Santiago Calatrava in persona a raccontare l’episodio. Ricordando di essere stato raggiunto dal suo studio di Zurigo, cui Napolitano aveva telefonato, mentre si trovava per lavoro a New York. Sentendosi dire dal suo collaboratore svizzero che gli passava la telefonata “C’è un signore di Napoli per te”. Com’è lo stesso architetto spagnolo a ricordare di quando il progetto del ponte fu presentato in Consiglio Comunale a tutti i consiglieri schierati per l’occasione e in gran lustro. Alla presenza di un Massimo Cacciari più che mai combattivo, allora. E che di lì a poco li avrebbe zittiti con un discorso memorabile, alto, che in molti ancora ricordano.

Presente alla passerella dei vari interventi, Calatrava, perfettamente padrone dell’italiano, a ogni discorso che si susseguiva, chiedeva dubbioso e in cerca di conferma “Opposizione?”. No gli faceva eco Roberto D’Agostino che gli sedeva accanto, soccorrendolo. “Maggioranza”. Colmando in tal modo le varie lacune dell’architetto. Di certo non quelle di carattere linguistico, ma quelle sul tema, molto più scivoloso per lo spagnolo, della conoscenza della politica cittadina. Già, scivoloso un po’ tutto. Scivoloso il suo ponte in caso di umidità e di ghiaccio. A tal punto da essere stato transennato per pericolo cadute per qualche giorno nell’inverno appena trascorso. Altra polemica, altre risa. Ma non tanto scivoloso alla fin fine, nonostante il gran numero di passanti andati a gambe all’aria, da essere giudicato in sentenza più pericoloso di un qualsiasi altro ponte della città.

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