Padri e privilegi. Perché nel caso Lupi il figlio raccomandato non è un dettaglio

ALFONSO M. IACONO*
Nella storia di Maurizio Lupi, forse la faccenda della sistemazione del figlio è quasi un dettaglio. La questione, a quanto è possibile capire, appare, dal punto di vista della giustizia, assai più torbida e complessa. Ma quanto conta un dettaglio?

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Non so se, come si dice, un dio si vede dai dettagli, quello che so è che il mondo in cui viviamo spesso lo comprendiamo dai dettagli.

Quando venni a Pisa per studiare all’Università, mio padre mi chiese se preferivo in regalo per la maturità una Fiat 500 che allora costava relativamente poco oppure andare fuori dalla Sicilia. Non esitai un istante, decisi per la partenza. Tra i motivi di questa scelta c’era la mia volontà di misurarmi con il mondo fuori dalle raccomandazioni e dai favori che in Sicilia erano anche allora come ora la prassi quotidiana. Nel mio velleitarismo giovanile intendevo misurarmi con me stesso senza amici e amici degli amici. Ma per me era una scelta facile.

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Mio padre era un semplice impiegato, non era un uomo potente. Ero comunque fuori dal pericolo delle raccomandazioni per me, ma non fuori da quella diffusa ingiustizia che privilegia i raccomandati e che mi avrebbe certamente sfavorito nel caso avessi avuto un qualche sogno su ciò che avrei voluto fare. Sono arrivato in Toscana e non avuto bisogno, e così tanti altri, di essere raccomandato.

Oggi? Come stanno le cose? Leggendo le trascrizioni delle telefonate fatte dall’ormai ex ministro Lupi a favore della sistemazione del figlio, la domanda sul privilegio dell’essere figli di uomini potenti sorge spontanea. Specialmente oggi con la disoccupazione giovanile dilagante. Tutto il paese è diventato come la mia Sicilia? I figli, si sa, sono “piezz’e core“. Chi non sogna di vederli sistemati? Quale padre non farebbe carte false per questo? Solo che le carte false che in quanto padri siamo disposti a usare non sono le stesse, e poi vi è anche qualche padre che ne vorrebbe usare di vere.

Ma in un mondo in cui prevalgono le carte false, chi vorrebbe usare quelle vere, apparirebbe come un pessimo padre. E poi le carte non sono le stesse per tutti in quanto chi ha più potere, ha più carte, vere o false che siano. E se sono false, un ingiusto privilegio diventa anche una vera e propria, non importa se consapevole o inconsapevole, espressione di arroganza. Se poi si usa un potere pubblico per interessi privati, l’arroganza è doppia.

È proprio in questa eguaglianza dei sentimenti e degli affetti in cui ci riconosciamo e ci identifichiamo, è proprio nel comprendere le angosce di un padre che prova le stesse cose che provano tutti i padri per il proprio figlio, è esattamente nella condivisione di questo voler bene paterno che si traduce in atti concreti, che si annida il privilegio e la sua giustificazione. Qualunque padre aiuterebbe il proprio figlio. D’accordo, ma può usare il proprio privilegio? Come ha osservato Primo Levi, il privilegio si annida in tutte le società umane. Solo nelle utopie esso è assente. Ma aggiunge anche che è compito dell’uomo giusto combatterlo in tutte le sue forme.

È strano. La storia occidentale (e non solo) ci dice che tra padri e figli vi è stato e dovrebbe esserci conflitto, non raccomandazione. Non penso che l’autonomia individuale, così come ci è stata raccontata dalle storie occidentali (e non solo), debba realizzarsi inevitabilmente nello scontro tra due maschi, il padre e il figlio. Penso che l’autonomia si possa conquistare all’interno di relazioni (padri, madri, figli e figlie) che si modificano ma non si spezzano. Non c’è bisogno che il figlio, per ottenere la propria autonomia, debba necessariamente rottamare il padre. Ma forse è anche peggio se è il padre a fare da badante al figlio,
in un mondo in cui il privilegio è norma e la diseguaglianza è regola.

*Ordinario di Storia della Filosofia
Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere
Università di Pisa

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