Quell’ossessione per Amanda che fa dimenticare Meredith

PAUL SANDRI
Tutti i riflettori sulla sentenza della Cassazione per l’omicidio di Perugia. E al centro della vicenda di nuovo la Knox. Ma un film in uscita sugli schermi inglesi e americani ricorda Meredith, la vittima dimenticata di quel dramma.

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WASHINGTON. Il pg della Corte di Cassazione, Mario Pinelli, ha chiesto di confermare le condanne per Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher e di ridurre la pena di tre mesi ciascuno, per la prescrizione di un reato minore: la pena chiesta per la Knox sarebbe di 28 anni e tre mesi e quella per Sollecito per 24 anni e 9 mesi. Venerdì è attesa la sentenza.

Visto dall’America, questo quarto passaggio processuale alimenta la difficoltà a capire il nostro sistema giudiziario. La sua complessità, i diversi gradi di giudizio, la lunghezza di anni dei processi, non sono considerati meccanismi di tutela e di garanzia sia dell’imputato sia della parte lesa, ma la conferma della farraginosità arcaica e bizantina della nostra società e, in generale, della macchina amministrativa e giudiziaria italiana.

Così le varie tappe dell’infinita saga di Perugia finiscono per alimentare l’idea che una cittadina americana sia finita in un tritacarne incomprensibile e ostile nel quale sia impossibile difendersi come potrebbe fare negli Usa (dove però per il delitto per il quale è incriminata, in molti stati americani c’è la pena di morte).

La giustizia di Perry Mason

Parliamo, ovviamente, di quei media che, anche intenzionalmente, speculano su questi stereotipi, rivolgendosi a un pubblico che, la conferma di quegli stereotipi, cerca e vuole leggere. Per capirlo, basta osservare specularmente al rovescio come è rappresentata e immaginata in Italia la giustizia americana, che tutti pensano sia né più e né meno che un telefilm di Perry Mason o uno di quei film del cosiddetto filone del legal movie, in cui giganteggiano star come Gene Hackman e Robert Duvall.

“Un’odissea” viene definita dal New York Times la vicenda dell’allora giovane studentessa coinvolta in quello che viene ricordato come “il giallo” dell’uccisione di Meredith Kercher. Sempre il Nyt si chiede se questa storia debba “servire da monito a tutti i giovani americani che si comportano da scapestrati quando studiano all’estero”, oppure se Amanda Knox sia “la vittima innocente di un sistema giudiziario sconcertante”, quello italiano.

Amanda Knox

In ogni caso, percezioni e valutazioni a parte dei rispettivi sistemi giudiziari, i protagonisti del delitto di Perugia del 2 novembre 2007 sono diventate star, di cui si segue la vita personale, si cercano dichiarazioni e immagini, e così sarà per chissà quanto tempo ancora.

Il matrimonio a Seattle

Così, nello stato dove risiede Amanda Knox, lo stato di Washington, il principale giornale, The Seattle Times, ha rivelato qualche giorno fa che la principale imputata di Perugia si sposerà presto con un suo vecchio amico, Colin Sutherland, 27 anni come lei, musicista, suo compagno di scuola alle medie.

Inevitabile che il ciclo mediatico, per come tutto rimbalza incredibilmente sulla Rete, segua nei dettagli le vicende di Amanda e di Raffaele. Tutto questo a discapito della vittima di quella vicenda, Meredith Kercher, uccisa all’età di ventun anni.

Fin da allora, i media americani e i media britannici si sono trovati grosso modo schierati su due fronti opposti, i primi a sostegno di Amanda, o comunque presi dalla sua sorte, in generale “innocentisti”, i secondi interessati a che in qualche modo la loro concittadina uccisa trovasse giustizia e, nel complesso, “colpevolisti” nei confronti dei due principali imputati. Anche in questo caso, come capita nell’attuale circo mediatico, si fronteggiano due narrazioni tra loro talvolta inconciliabili. Ma c’è stato anche chi non si è prestato a questo gioco.

Il lavoro dietro le quinte

Tra i reporter che seguirono fin dall’inizio il giallo perugino c’era anche l’americana Barbie Latza Nadeau, interessata da subito a non consentire che “i dettagli e le contraddizioni [investigative e processuali] mettessero in ombra la sostanza” facendo sì, com’è successo, che “la vittima non potesse che sparire”. Ci fu, scrive Barbie sul britannico The Telegraph “un pugno di giornalisti che fecero tutto quanto potessero fare per mantenere viva la memoria di Meredith Kirchner, sia facendo in modo che il suo nome fosse in testa agli articoli che scrivevano o prestando ai legali della sua famiglia la stessa attenzione data a quelli di Amanda Knox”.

Quando Barbie Latza Nadeau, che “copre” il caso perugino per Newsweek e per The Daily Beast vede crescere sempre più l’interesse internazionale per il giallo italiano, decide di scrivere un libro. La decisione matura dopo la sentenza di colpevolezza del dicembre 2009, quando Tina Brown, fondatrice e direttrice del Daily Beast, la chiama al telefono e le chiede di scrivere un libro per una casa editrice che sta mettendo su.

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Raccontando la genesi del libro sul Telegraph, Barbie dice che era particolarmente interessata a quel che accadeva dietro le quinte, rispetto a quanto narravano i media e i blog. Il libro, Angel Face: The True Story of Student Killer Amanda Knox Beast Books, esce nell’aprile 2010, e certo non è l’unico. Gli scaffali sono pieni di libri sul caso di Perugia. La differenza è che dal libro di Barbie è tratto un film, presentato lo scorso anno al Toronto International Film Festival (TIFF) e dal 26 marzo nelle sale britanniche e americane, con il titolo, The Face of an Angel.

La faccia di un angelo

Diretto da Michael Winterbottom, la pellicola racconta le indagini di una giornalista (Kate Beckhinsale) e di un documentarista (Daniel Brühl) sull’omicidio di una studentessa inglese. Nel cast anche la modella Cara Delavigne, Genevieve Gaunt e Valerio Mastrandrea. girato interamente in Toscana, tenta di ripercorrere le vicende del delitto di Perugia lasciando alla cronaca un ruolo di contorno e incentrando la trama sulla storia di un filmaker che giunto a Perugia per altri impegni si trova ad assistere ai fatti giudiziari.
Ecco il trailer.

Barbie sottolinea come il film sia appunto un film, e non un documentario, e dunque un’opera di finzione che si ispira a fatti, nel quale dunque realtà e fantasia s’intrecciano. La messa a fuoco della storia su una ragazza assassinata “è uno straziante modo per ricordare una vita prematuramente spezzata, una vita piena di potenzialità, ed è questo il momento del film pieno di verità”. “Ogni volta che vedo il fil – scrive ancora Barbie – mi sento sempre più convinta che l’unico modo per raccontare una storia complessa come l’omicidio di Meredith Kercher è mostrare quello che non è accaduto piuttosto che scavare su quello che è accaduto. E l’unico modo per porre la questione intorno al fascino del pubblico per la morte e l’omicidio è mostrarlo di prima mano”.

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