Leader, con sentimento. Un ritratto di Maurizio Landini

FABRIZIA BAGOZZI
Chi è il segretario della Fiom, al quale si attribuisce, a torto probabilmente, il disegno di guidare un nuovo partito? Le sue radici, il suo percorso, i suoi maestri, i suoi alleati, le sue passioni.

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La settimana prima a prendere botte in piazza (la polizia caricò la manifestazione pacifica della Fiom con Landini a fare da forza di interposizione, Alfano dovette renderne ragione in parlamento). La settimana dopo a trattare con il premier Renzi e il ministro dello sviluppo, la già confindustriale Guidi, e poi a prendere i fischi degli operai in attesa dell’esito del confronto, evidentemente non gradito. Era il novembre 2014. Di tutti i dirigenti Fiom che erano con lui sotto un cielo romano plumbeo e una pioggia battente fu l’ultimo ad andarsene via, cappuccio in testa e scuro in volto. Certo, però, che i suoi avrebbero capito.

In gioco c’era la durissima vertenza dell’Ast di Terni, una catena di scioperi a oltranza e animi infiammati, e Landini era tutto lì, squadernato in una manciata di giorni: il sindacalista che dosa piazza e trattativa e che, se pensa che quello era il massimo che si poteva ottenere – nel qui e ora perché poi domani si ricomincia – si prende pure le contestazioni, convinto che “gli operai capiranno”.

E convinto perché è lui stesso a essere, prima che leader indiscusso della Fiom, operaio dentro. Diceva il suo maestro, il bolognese Claudio Sabattini, leggendario segretario generale Fiom del milieu intellettuale e dal carattere terribile: un sindacalista che non ha una condivisione sentimentale con chi rappresenta deve cambiare mestiere.

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Ma quella di Maurizio Landini è più di una condivisione sentimentale. È il Dna, l’aria respirata nella culla del quarto di cinque figli nato in un piccolo paese dell’appennino reggiano (Castelnuovo né monti, cuore dell’Emilia Rossa) da padre cantoniere (Guerino, già partigiano comunista col nome di battaglia Pataia) e madre casalinga. Che, da tifoso del Milan di Rivera e Prati, sogna di fare il calciatore (“ma non avevo i piedi buoni, ero un mediano, come quello di Ligabue”) e spera di costruirsi un futuro studiando ma che, causa sopravvivenza familiare, si mette a fare il saldatore.

Gianni Rinaldini

Gianni Rinaldini

Poi, approdato in Fiom, arriva presto alle massime cariche direttive locali, e con il supporto dei suoi “maestri”, Sabattini e Gianni Rinaldini (che nel 2010 lo ha portato alla segreteria generale), finisce per dirigere quello che ancora oggi è il più rappresentativo sindacato dei metalmeccanici italiani e che ha ancora all’attivo 350mila iscritti.
E finisce per incarnare più di chiunque altro, ben più della Cgil e degli sbiaditi partiti della sinistra italiana, l’opposizione al Renzi del Jobs act (da lui riunita oggi nella grande manifestazione di Roma il cui nome, Unions!, è già un programma) e, prima ancora, a un modo di concepire il mondo.

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A vederlo sul palco della piazza (o della tv, che frequenta con una certa disinvoltura), in divisa d’ordinanza – capello incolto sale e pepe da cinquantenne che non ci fa caso, felpa rossa della Fiom, maglietta della salute sempre in vista non per vezzo ideologico ma per dichiarata freddolosità – battono forte i cuori del devastato popolo della sinistra italiana che lo vorrebbe alla guida di un partito in grado di far risorgere la Fenice dalle ceneri e squillare le trombe dell’orgoglio rosso stracciato dal renzismo.

E già solo l’idea, il sospetto, il fantasma agitati dal suo nuovo progetto di Coalizione sociale smuovono non poco le acque della politica italiana. Tanto più che sondaggi, ufficiali e ufficiosi, danno a un’eventuale formazione partitica da lui guidata un consenso attorno al 14 per cento. E così tutti a ripetere che questa Coalizione altro non è che la riproposizione in chiave italiana dei processi messi in moto da Tsipras in Grecia o da Podemos in Spagna. E che il segretario Fiom vuole approdare in parlamento.

Lui, già comunista che a Marx preferiva i libri gialli e non ha mai ascoltato Claudio Lolli semmai Zucchero, Ligabue o al massimo De Gregori, lui che ha dismesso le tessere di partito con la nascita del Pd ma ai tempi della Bolognina appoggiò Occhetto, lui si sgola: n-o-n-v-o-g-l-i-o-f-a-r-e-u-n-p-a-r-t-i-t-o. Non gli crede nessuno. O meglio, gli crede solo chi lo conosce bene: l’approccio di Landini alla politica, dicono, nasce dal lavoro, non dall’ideologia, a fare un partito non pensa minimamente e tanto meno a guidarlo, lui è e rimane un sindacalista-operaio. Di rito sabattiniano, dunque con quell’idea del sindacato largo, che esca dal recinto ed estenda lo sguardo oltre i metalmeccanici: ai precari, alle partite Iva, a chi fa lavoro sociale dal basso come le grandi associazioni sul modello della Libera di don Ciotti con cui, fin dai tempi della “Via maestra”, Landini ha una tale sintonia da essere fra i pochi invitati ai seminari interni di formazione delle associazioni di don Luigi.

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Spiega un osservatore di cose sindacali: “È una forma di protagonismo politico ma non partitico. Alla base ha l’idea di non delegare a nessuno la rappresentanza, piuttosto di dialogare alla pari con i partiti. Se questo processo ha come effetto quello di riaggregare la sinistra è un bene, è un effetto virtuoso, ma secondario”.

Di suo, il leader della Fiom chiarisce che, in tempi in cui “il lavoro non ha più rappresentanza in parlamento” e in cui “tutto cambia, deve cambiare anche il sindacato e allargarsi. Io mi pongo il problema di come farlo”.
Ed eccolo qui, il vero punto: l’idea di sindacato nel momento in cui, nel pieno della sua furia rottamatrice, il renzismo salta le mediazioni e tende a lasciarsi alle spalle i corpi intermedi mentre tutto intorno ogni cosa è in movimento.

Dunque il partito magari arriverà anche, e se gli eventi dovessero precipitare la Coalizione sociale garantirà una base di consenso di tutto rispetto. Ma l’orizzonte del 2018, quando sia Landini sia Camusso termineranno i rispettivi mandati, è in primo luogo la guida della Cgil.
Da qui il conflitto a varia intensità che caratterizza il rapporto fra la casa madre e la Fiom che litigano ogni due per due. La prima a puntare il dito contro l’eccesso di protagonismo politico e “antagonismo” con governi e controparti. La seconda a imputare alla Cgil l’esatto contrario. Un confronto serrato che avrà ancora molto tempo e occasioni per dispiegarsi.

Landini intanto fa le sue mosse e avanza, alternando pragmatismo (contrattuale) e conflitto (sui principi) ma sempre con la determinazione a n on mollare la presa. Ed è forse questo il tratto che gli riconosce più netto chi gli è vicino e lo ha visto combattere a testa bassa e perdere – secondo il premier Renzi male, secondo altri ai punti – la battaglia con Marchionne a Pomigliano e a Mirafiori. Una partita epocale. Per uno come il leader della Fiom, il mondo che si capovolge. Ma non la fine di un’idea di mondo e di società che è quella in cui è cresciuto e che va adeguata ai tempi ma mantenuta ferma nei principi. Per lui dunque l’obiettivo è renderla concreta, farla incarnare. Anche se per arrivarci si devono saltare liturgie e mediazioni e parlare a tu per tu con il presidente del consiglio.

Fra incontri, sms e telefonate, a cavallo dell’estate scorsa la strana coppia Renzi-Landini ha vissuto un momento di gran feeling, sostanziato dall’estremo pragmatismo di entrambi ma anche da una gran curiosità reciproca e dal volersi misurare. Per un po’ si sono piaciuti, hanno anche condiviso alcune idee di base, come la riduzione delle forme contrattuali. Poi però ognuno è andato per la sua strada sulle idee e sul modo di declinarle (“Renzi propone un modello sociale aggressivo, competitivo, feroce sideralmente distante dal mio”).

Ma, al netto della posizione di forza del premier e del suo partito nello scenario politico italiano, fra gli oppositori forse oggi Landini è quello che in prospettiva può dare a Renzi qualche preoccupazione, riaprendo i giochi a sinistra. Perché sa uscire dal sindacalese stretto ed essere efficace in tv, perché non è pop (o postcomunista glamour come Tsipras e Varoufakis) ma può essere popolare. E perché non è detto che la sua idea di mondo sia davvero poi così vintage.

San-Polo

Quando non combatte in felpa rossa e megafono, il leader Fiom torna a casa. San Polo d’Enza, poco più di seimila abitanti in provincia di Reggio Emilia, dove vive con una moglie amatissima, vede gli amici di sempre e stacca le connessioni curando il giardino. Ha smesso di tifare Milan – perché di Rivera e Prati non ce ne sono più. Ora la sua squadra del cuore è la Reggiana, che è in prima divisione. Evidentemente non gli piacciono le cose che vengono facili.

@gozzip011

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