Mostruosamente affascinante. Bomarzo, una serata da non perdere

MASSIMO TRIMARCHI
Il parco di Bomarzo, che incanta tutti per le sue sculture antropomorfiche, sarà protagonista, domani sera, martedì, di una puntata di Focus che metterà in luce alcuni aspetti poco conosciuti attraverso una serie di approfondimenti.

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Sarà il Sacro Bosco di Bomarzo il tema della puntata del programma “Le città segrete” in onda domani, 31 marzo, alle 22, su Focus (canale 56 del digitale terrestre, la rete fondata dall’omonima rivista di divulgazione) .

Bomarzo, ubicata nell’alto Lazio, è un giardino cinquecentesco voluto da Pier Francesco II Orsini, detto Vicino, e nasconde ancora molti misteri, nonostante non siano mancati numerosi studi, dagli anni ’50 sino ad oggi, per cercare di rintracciare i fili sottesi alla narrazione frammentaria e confusa del sito.

Il giardino si associa, per comune sentire, ai “mostri”. Borgo del Lazio, alle falde del Monte Cimino, possiede un’opera unica al mondo, la “Villa delle Meraviglie”, definita spesso, appunto, “Parco dei Mostri”.

Tutte queste denominazioni, in realtà, sono improprie. Il suo committente la chiama nel suo epistolario “il mio boschetto” e “Sacro boscho” in una delle numerose iscrizioni nel parco stesso. Il borgo sorge su un’erta di tufo circondata da forre scavate da corsi d’acqua. Le profondi vallate, lo scavo etrusco di tombe ipogee, colombari e costruzioni portentose, come la cosiddetta “piramide di Bomarzo”, l’onnipresente pietra lavica, i calanchi dall’aspetto lunare, creano il senso di un mondo primordiale, di una terra indomita, la Tuscia viterbese.

La concezione del “Sacro Bosco” nasce dalla presenza di massi erratici in peperino in una forra ai piedi di palazzo Orsini nonché dall’esigenza del signore del luogo di creare una sorta di “ciclopica Wunderkammer invertita in uno spazio aperto”,  come la definisce lo studioso M. M. Melardi.

Sarà molto interessante, martedì, vedere il documentario di Focus perché ci potrà fornire una nuova chiave di lettura sulle scelte iconografiche di Vicino Orsini a Bomarzo, oltre al fatto che illustrerà i recenti ripristini apportati dall’architetto Del Giudice che ha ricollocato alcune statue nella loro posizione originaria.

All’interno della puntata di Focus interverranno Raynaldo Perugini, professore di Storia dell’Architettura presso l’Università degli Studi di Roma Tre, e Maria Luisa Del Giudice, architetto e curatore dal 2008 del “boschetto” di Vicino Orsini a Bomarzo.

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È da mettere in evidenza, anche se non sorprende dato il degrado dei beni culturali italiani, come un sito di tale interesse storico, patrimonio unico e originale, non goda di alcuna tutela o sovvenzione da parte del MiBAC. A quanto pare, infatti, solo la sistemazione del verde gode di tutela e necessita permessi per eventuali modifiche.

Per quanto riguarda il ricco palinsesto di sculture e architetture non è contemplata, invece, alcuna forma di salvaguardia da parte dello Stato. Tutto è demandato alle attente e onerose cure del proprietario Roberto Bettini e dell’architetto Del Giudice. Esiste soltanto un progetto generale, stilato dall’architetto Del Giudice, approvato dalla Sovrintendenza ai beni architettonici della Regione Lazio, che la proprietà sta realizzando un po’ per volta. Ci sono quindi delle linee guida ufficiali che sovrintendono il restauro attualmente in corso.

Come si evincerà dalle interviste, che andranno in onda domani, gli ultimi esiti della ricerca storica e documentaria hanno sottolineato come la fonte di ispirazione di Vicino Orsini possa essere stata L’idea del Theatro di Giulio Camillo Delminio.

Nel passaggio dalla tradizione medievale tomistica ai nuovi approdi degli studi ermetico – cabalistici del Rinascimento, Camillo fu senza dubbio il più venerato e riconosciuto maestro di mnemotecnica, o arte della memoria, nata nell’antichità classica come sussidio per la retorica, come una sequenza ideale di loci – spazi, contenitori di immagini collegate agli argomenti che l’oratore doveva ricordare.

Rielaborata  al fiorire del Neoplatonismo, l’arte della memoria si aprì anche al mondo occulto della cabala ebraica e dell’ermetismo, risultandone profondamente arricchita di nuove valenze e di nuovi simboli. Giulio Camillo ci offre la chiave per entrare in un complesso labirinto in cui retorica e metafisica, pittura e poesia, alchimia e trasmutazione nel divino, si intrecciano in modo inestricabile.

Il theatro di Giulio Camillo era un vero e proprio manufatto architettonico, ideato come studiolo per il re di Francia, Francesco I di Valois, per la sua reggia di Fontainebleau, che alcuni avevano visitato e altri solo ammirato sotto forma di un modello che Giulio Camillo avrebbe esposto nell’Università di Padova.

Si trattava di un teatro invertito, in cui lo spettatore occupava il centro della scena e le gradinate custodivano, all’interno di cassetti apribili, come in una sorta di casellario, le “immagini della memoria”. Ogni immagine si moltiplica in un gioco illusionistico che rinvia  a diverse letture religiose.

Antonio Rocca (2013) è stato il primo studioso a riconoscere come fonte iconografica per i “mostri” di Bomarzo alcune immagini del teatro di Giulio Camillo.

Ho proposto, nella mia recente tesi di laurea (con i relatori G. Ortolani, E. Pallottino, R. Perugini) una lettura del “Sacro Bosco” di Vicino Orsini più che come un teatro di memoria in senso proprio, come un “teatro diffuso” nel quale possiamo contemplare le imagines agentes del sistema mnemonico personale del committente, immagini icastiche della sua memoria che risentono della contaminazione di quelle “illustrate” nel teatro di Giulio Camillo.

Come sottolinea Lina Bolzoni, massima studiosa di Giulio Camillo, le immagini dell’arte della memoria si propongono di dilatare, oltre che controllare, le qualità psichiche dell’uomo, in un sapiente gioco di rinvii e di interazioni. L’ordine delle architetture mnemoniche fa spesso da contraltare al disordine delle associazioni fantastiche ed è così che nella razionale successione dei loci trovano posto immagini miste, nate dalla superfetazione di accostamenti inconsueti, che operano su un terreno intermedio fra automatismo e consapevolezza, fra spontaneità e controllo.

Questo racconto differito attraverso il criptico linguaggio simbolico delle sculture e delle “bizzarrie” architettoniche del Sacro Bosco può essere compreso solo immergendosi nella cultura filosofica, ermetica, letteraria, religiosa, artistica, architettonica che ne hanno dato forma.

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Michelangelo Antonioni, nel 1950, fece un documentario intitolato “La villa dei mostri” sulle sculture antropomorfiche di Bomarzo. Domani, invece, sarà Focus a dare luce a questo meraviglioso parco di cui si parla troppo poco. Un appuntamento televisivo che costituisce un’opportunità didattica imperdibile per la diffusione di dati ancora poco noti e concetti, talvolta, lontani dalla nostra forma mentis. Concetti, altresì, cristallini, agli occhi di Vicino Orsini e di quanti condividevano i suoi stessi orizzonti culturali. La puntata di domani sarà anche una chance per far capire che Bomarzo ha bisogno di tutela perché è un sito di “mostruoso” interesse che andrebbe preservato meglio.

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