Scarpe su misura, barca, vini pregiati. D’Alema non è questo, ma è anche questo

GUIDO MOLTEDO
Le scarpe firmate, la barca a vela, la tenuta in campagna, il vino pregiato. E le relazioni pericolose. Ancora una volta si parla di Massimo D’Alema, non per le sue riconosciute capacità tattiche (tattiche, non strategiche) sul tavolo della politica, ma per le sue passioni, passioni costose, e per personaggi inquietanti che disinvoltamente spendono il suo nome in storie tutt’altro che limpide ed esemplari.

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Ne verrà fuori anche stavolta, dal brutto pasticcio di Ischia? Probabile. Ma intanto questa storia ischitana di vino, libri, cooperative rosse, appalti e tangenti non fa che consolidare la sua immagine di leader che tutti definiscono “intelligente”, molti specificando: discutibile, per tante ragioni, non solo strettamente politiche. E queste ragioni, non necessariamente illecite, come in diverse occasioni si è tentato invano di dimostrare, disegnano tuttavia un profilo di disinvoltura morale fino alla mancanza di scrupoli. Un profilo che certi media s’impegnano ad alimentare, in modo opinabile finché si vuole, ma che comunque fa presa. Specie nei tempi d’oggi, nei quali gli uomini del potere sono sottoposti a scrutini personali severi e nei quali molti politici hanno imparato a ostentare, spesso in modo altrettanto ostentatamente inautentico, stili di vita sobri e lontani dal lusso e dalla mondanità.

Nel caso di Ischia, rispetto a vicende precedenti, c’è però l’ingrediente evidente di un intreccio (anche se penalmente finora non rilevante) tra gusti, passioni e debolezze personali e attività politica, ma anche affaristica.
Al centro del caso c’è il sindaco di Ischia, Giuseppe Giosi Ferrandino (Pd), arrestato con altre nove persone, tra cui i dirigenti del colosso delle cooperative CPL Concordia, nell’ambito di una inchiesta della Procura di Napoli su tangenti pagate per la metanizzazione dei comuni dell’isola verde.

La malapolitica e il malaffare nell’isola verde

Secondo i magistrati napoletani, Ferrandino avrebbe ricevuto una serie di favori in cambio dell’aggiudicazione dei lavori: un contratto di 160mila euro con l’albergo della famiglia e l’assunzione come consulente del fratello. Il sistema, però, era più ampio. Cpl Concordia per il Gip avrebbe infatti organizzato e gestito un vero e proprio “sistema affaristico”, mantenendo contatti con “l’esponente politico che è stato per anni il leader dello schieramento politico di riferimento per la stessa cooperativa, ovvero l’onorevole Massimo D’Alema”. Nelle carte dei giudici è finito anche l’acquisto, da parte della cooperativa rossa, di cinquecento copie del libro “Non solo euro” e duemila bottiglie di vino prodotte dalla azienda vinicola gestita dalla moglie di D’Alema, Linda Giuva.

D’Alema si dice indignato per essere stato tirato dentro un’inchiesta nella quale non risulta indagato. Come andrà a finire, chissà quanto tempo ci vorrà? E assai probabilmente, alla fine, non si troverà più traccia di D’Alema, neppure come personaggio colpito di striscio.
Eppure, già come sono raccontate le cose adesso, c’è un cospicuo materiale politico ed etico su cui ragionare.

C’è innanzitutto Ischia, che chiunque abbia visitato di recente, sa com’è stata devastata e straziata dalla cementificazione. Malcostume politico, malaffare, presenza camorristica (al contrario, pare, di Capri e Procida) sono fatti arcinoti. Perché il Pd locale e nazionale, perché un leader come D’Alema, si trovano a loro agio con una situazione del genere, perché sostengono personaggi come Ferrandino, anche avendo con lui relazioni personali sia pure non penalmente rilevanti?

La sfacciataggine affaristica delle coop rosse

E le cooperative rosse? La sfacciataggine affaristica di alcune di loro, anche coop importanti, è fuori controllo da tempo, e troppi casi di affari torbidi o di affari border line le hanno viste protagoniste, a partire dalla famigerata scalata di Unipol alla Bnl (2005) fino al recente scandalo romano. Quel sistema, che è anche un sistema d’intreccio cooperative-partito, già dai tempi di Occhetto segretario e contro di lui, anche per farlo fuori, è sempre stato associato alla rete di potere dalemiana e allo stesso D’Alema. A torto o a ragione? Nella narrativa dominante, a ragione.

C’è poi la Fondazione Italiani-Europei, di cui anche si parla nell’inchiesta su Ischia. Anche qui, forse più gossip, più retroscena, più malignità che fatti accertati, certo è che il pensatoio dalemiano solleva fin dalla sua nascita interrogativi sui suoi finanziamenti e sui suoi legami, molti dei quali all’interno del suddetto sistema coop-partito.

Palazzo Chigi, via gli abiti Facis

Questa narrazione trova alimento e, per chi ce l’ha con D’Alema, trova conferma nel suo stile, perfino esibito, di un personaggio dai gusti elitari, non propri di un leader di sinistra proveniente dalle fila del partito di Enrico Berlinguer.
Tutto nasce nei tempi in cui diventa presidente del consiglio, alla fine degli anni Novanta. Quando i suoi astuti “consulenti” del tempo lo convincono ad abbandonare lo stile Facis, che, a loro dire, lo fa apparire vetero e ne rafforza l’ingombrante immagine di “comunista” che si portava dietro.

D'Alema con Fabio Mussi, 1971

D’Alema con Fabio Mussi, 1971

Per entrare nella “stanza dei bottoni” ci volevano abiti sartoriali e scarpe in tono. È da quel momento che la “narrative” dalemiana prenderà una strada che continuamente lo costringerà a dar conto della scarsa coerenza “di sinistra” nel suo stile di vita. L’effetto di quell’acquisto improvvido fu paradossale: da un lato, finiva per confermare la sua storia di comunista (peraltro la sua ambivalenza a riguardo l’ha costantemente alimentata), perché proprio il desiderio di sbarazzarsene con la “copertura” del nuovo look non faceva che rimarcarla ulteriormente (come il cafone “rifatto”); e, dall’altro lato, offriva munizioni ai suoi nemici a sinistra, che combinavano il suo nuovo stile con la sua irrefrenabile inclinazione all’inciucio.

Ikarus e la barchetta di Berlinguer

E, a irrobustire quell’immagine, ogni estate, per anni, è riemersa regolarmente la storia della barca a vela. D’Alema replica alle malelingue dicendo che la sua passione, dal punto di vista dei costi reali, non è diversa da quella di tanti suoi colleghi che comprano la casa al mare o in campagna, caso mai in posti snob ed esclusivi. Anzi, a ben vedere è pure meno costosa.

“Se uno ha una barca a vela, viene criticato, se ha un casa in campagna no, perché rientra negli standard correnti, la barca a vela è sinonimo di lusso”, si lamenterà D’Alema con Alain Friedman che l’intervista nella sua tenuta di campagna in Umbria.

Certo, anche Enrico Berlinguer era una velista appassionato. Ogni estate, a Stintino, andava per mare. Una modesta barca a vela latina, quella senza deriva. Un guscio. Veleggiava, Berlinguer, indossando un leggero giubbotto bianco. In molte sezioni del Pci – e, tuttora, in diversi circoli del Pd – campeggiava un poster in bianco e nero con una bell’immagine di Berlinguer, la giacca a vento chiara, i capelli scompigliati, al timone della sua barca a vela. È la foto pubblicata a tutta pagina, sotto il titolo “Addio”, sull’edizione straordinaria dell’Unità, il 13 giugno 1984, giorno dei funerali del leader comunista.

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Dunque, non le foto dei suoi comizi, ma quella – insieme alla foto di Benigni che lo prende in braccio – è l’immagine che, nella memoria di chi visse quell’epoca, descrive il più popolare segretario del Pci.
Allora, perché verso la barca di D’Alema c’è accanimento, mentre quella di Berlinguer diventa icona e ne rafforza l’immagine di grande timoniere?

Il segretario del Pci aveva uno stile di vita perfettamente in sintonia con la sua fama di politico integro e di leader di un partito particolarmente attento al rigore morale dei suoi dirigenti e iscritti. La sua era una casa come tante, dalle parti del Villaggio Olimpico, così come le sue vacanze in Sardegna erano all’insegna della sobrietà, con lo svago di qualche gita in barca. Molti militanti non avrebbero forse potuto permettersi neppure quel modesto tenore di vita, ma sicuramente s’identificavano con un leader che, anche con la sua vita privata, con la sua autenticità, contribuiva a scrivere la “narrazione” di un partito “diverso” del quale essere membri con fierezza.

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Era talmente solida l’integrità di Berlinguer, agli occhi dei militanti e dei simpatizzanti, ma perfino dei suoi avversari, che i ripetuti tentativi dei Feltri e dei Belpietro di allora, di associarlo alla proprietà, eredità di famiglia, di un isolotto, e dunque legarlo a un’immagine di ricchezza e di aristocrazia – altro che comunista! -, ottenevano l’effetto di una palla di gomma che rimbalza sul muro. Anzi, proprio perché evidentemente mistificatorie, quelle pettegole insinuazioni non facevano che irrobustirne il profilo etico. Quando una struttura narrativa è forte, non solo è difficile demolirla, ma, anzi, finisce per essere ulteriormente rafforzata dagli attacchi.

I meccanismi simbolici della leadership

Con D’Alema scatta un altro tipo di meccanismo simbolico. Può essere legittimo e anche giusto passare il tempo come più aggrada, anche azzerando la “narrazione” comunista, tutto rigore e questione morale, considerate un fardello obsoleto che cristallizza la mistica della diversità. Un modello che sa tanto di settario e arcaico nell’Italia post-moderna.
Il punto – quando si è una figura pubblica di riferimento e pertanto un “role model” – è farlo con consapevolezza, per contribuire a costruirne un altro altrettanto valido e convincente. Perché, altrimenti, non si fa che alimentare, sia pure inconsapevolmente, una perversa “narrative” – scritta dai propri avversari – popolata di ex e di pentiti, ansiosi solo di prendere le distanze da un passato ingombrante e di omologarsi agli altri.
Il guaio è che questi “incidenti narrativi” non restano fatti isolati destinati all’oblìo, ma definiscono in profondità un profilo che rimane a lungo impresso nella mente degli elettori. Le scarpe fatte a mano, la barca di lusso, la frequentazione di cuochi-star, finiscono per diventare – cuciti insieme – brani decisivi di una trama che, su un politico di sinistra, rimarrà per sempre appiccicata addosso.

Il timomiere e il lavoratore della terra

D’Alema si libera suo malgrado di Ikarus, scrive Il Fatto, “più nota per essere stata acquistata con un leasing acceso alla Banca Popolare di Fiorani (quella dei ‘furbetti del quartierino’) che per i successi velici ottenuti”, per diventare dice a Friedman “lavoratore della terra”. Ma è proprio l’incontro con il giornalista americano a riattivare il racconto di un D’Alema, nelle sue vigne e con i suoi cani cattivi, che somiglia più a un (vorrei essere) aristocratico che a un lavoratore della terra, tanto meno al dirigente di un partito della sinistra in un momento nel quale la gente comune, con il costo di una bottiglia della sua tenuta, deve acquistare la cena e il pranzo per la famiglia.

In un servizio sul Corriere della Sera, Luciano Ferraro descriveva così lo stato d’animo di D’Alema di fronte alle critiche. “Come è accaduto quando stava al timone di Ikarus, anche nelle vesti di produttore di vino D’Alema è stato bersaglio di critiche. Che prima schiva: «Mai viste, preferisco leggere romanzi». Poi respinge: «Non cerco status symbol. La barca era una passione vera, condivisa con altri. Questa del vino anche. Abbiamo fatto un mutuo pazzesco, impegnando i nostri risparmi e quelli dei figli. Abbiamo redditi normali, apparteniamo alla borghesia, non siamo ricchi». Un’avventura che D’Alema definisce «iper-correttissima: abbiamo convertito i risparmi da beni voluttuari a investimenti produttivi, volti a incrementare Pil e l’occupazione. Rispettando l’ambiente: energia solare e un vino senza solfiti».

Un vino, politicamente corretto, dunque, finito però in una storia in Campania, scorrettissima.

Una risposta a “Scarpe su misura, barca, vini pregiati. D’Alema non è questo, ma è anche questo

  1. Direi esemplare l”articolo su D”Alema.Effettivamente intelligente – eccome -,ma discutibile da tempo. Mi chiedo comunque : una persona,appunto,intelligente,si “abbassa” a vendere o far vendere vini e libri suoi ? E,vanitoso come un pavone,si veste da grandi firme ? Perché ?Eticamente una miseria. Quanto a Berlinguer,siamo più che d”accordo ; soprattutto perché la sua semplicità,il suo basso profilo erano autentici,credo,non dovuti a pose politiche.Quanto a Ischia e altro,non leggo più i particolari delle vicende ; ve ne sono talmente tante che le confondo,le une con le altre.

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