Renzi sul Nyt, un ritratto in una “cornice” perfetta

GUIDO MOLTEDO
Matteo, l’insurgent insider, il leader che fa la rivolta dall’interno, e che vuole “capovolgere l’ordine mondiale”. Un articolo del New York Times tratteggia il politico italiano che incuriosisce l’America e che incarna un’idea dell’Italia in sintonia con i tempi.

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DETROIT. Nessun “richiamo” in prima pagina, ma è l”apertura” della sezione “International” a pagina 4, con un lungo “giro” a pagina 10. Il ritratto-intervista di Matteo Renzi pubblicato oggi dal New York Times è, giornalisticamente parlando, rilevante, considerando la scala gerarchica con cui il massimo giornale americano e mondiale organizza e cura i temi internazionali nell’edizione cartacea, che, nonostante la crescita esponenziale di quella digitale, resta l’edizione principale, quella che ancora le élite americane si compiacciono di trovare la mattina dietro la porta di casa, ed è anche uno status symbol.

Lo spazio, il tono, la complessiva simpatia nei confronti del personaggio fanno dell’articolo firmato da Jim Yardley anche un evento politicamente importante per il presidente del consiglio. In che senso? Innanzitutto per i tratti salienti che ne disegnano il profilo immediatamente comprensibile al pubblico di quel giornale: il suo piglio decisionista (“Per l’Italia, è il tempo delle decisioni”); il dato generazionale (“Sono il più giovane leader che l’Italia abbia mai avuto”); la sua voglia di voltare pagina (“Sto usando la mia energia e il mio dinamismo per cambiare il mio Paese. Penso che sia il tempo di scrivere una nuova pagina per l’Italia. Non posso aspettare a causa dei vecchi problemi del passato”).

Interessante anche l’accostamento a Tony Blair, l’analogia tra il suo tentativo e quello del New Labour, parole che ancora suonano anatema in molta sinistra italiana e che in America, invece, risuonano bene, specie nel mondo liberal, e soprattutto aiutano a rendere chiari i propositi di Renzi, la sua direzione di marcia, il tipo di personalità politica che egli incarna.

Renzi, anche in questo articolo, parla insomma una lingua politica comprensibile agli americani. E perfino il suo inglese che in Italia dà lavoro alla satira, suscita simpatia oltre oceano, dove non si fa molto caso all’accento o alla proprietà di linguaggio, essendo e continuando a essere, com’è noto, l’America un paese d’immigrati. E in ogni caso, nota il giornalista, il suo inglese è migliorato parecchio negli ultimi mesi. Migliore sicuramente di quello parlato da Prodi, che con i suoi sussurri e parole smozzicate crea non pochi problemi di comprensione agli interlocutori.

Ci vorrà ancora tempo perché Matteo Renzi diventi un personaggio conosciuto nel circuito mediatico americano, ma sicuramente l’articolo del Nyt indica che è già sulla buona strada e che c’è una disposizione più che buona nei suoi confronti. La prossima visita a Washington, il 17 aprile, l’incontro con Barack Obama e gli altri eventi politici di contorno, dovrebbero dargli ulteriore visibilità e rafforzarne l’immagine.

Già, quale immagine? L’articolo del Nyt è positivo anche perché è un buon frame, come direbbero guru come George Lakoff o Frank Luntz, una buona cornice “narrativa” che consente al presidente del consiglio di costruire una relazione transatlantica, diversa rispetto al passato, tra Italia a Stati Uniti, più in sintonia con i nuovi tempi, più in sintonia con l’attuale mondo globalizzato, nel quale non valgono più – da un pezzo ormai, ma in Italia molti ancora non se ne sono accorti – i ruoli assegnati alle nazioni dalla logica della Guerra Fredda.

La figura di Renzi, così come si sta delineando, rompe decisamente con la narrative nella quale finora è stata ingabbiata la politica italiana dai media statunitensi. Prima i dirigenti democristiani, che parlavano una lingua indecifrabile, e inglese zero, ma che tutto sommato non avevano molto da affermare nel mondo di allora, dove l’Italia poteva ritagliarsi solo qualche piccolo spazio di manovra nel Mediterraneo. Poi la lunga epoca di Silvio Berlusconi, un po’ macchiettismo italiano, un po’ sinistramente uomo forte alla Benito. Nel mezzo Romano Prodi, durato però troppo poco per lasciare un segno. E Massimo D’Alema, stesso problema. Così Monti e Letta. Personaggi parentetici, meteore.

Solo il made in Italy e l’Italian way of life temperavano queste immagini, come fossero due Italie, quella della confusione e della corruzione e quella del saper fare e dell’eleganza.
Adesso c’è una nuova leadership politica a Roma che appare, oltre oceano, più connessa a quell’Italia che piace, è ben considerata e che continua a essere affascinante.
Questo non fa affatto dimenticare i seri e gravi problemi italiani, che lo stesso articolo del Nyt mette in rilievo. Ma li pone come problemi risolvibili. L’Italia non è vista come una grande Grecia. Jim Yardley ricorda che resta la terza economia del Vecchio continente.
L’ingresso di Matteo Renzi nel novero degli statisti internazionali riconosciuti in America non è solo frutto di un’operazione ben riuscita di pubbliche relazioni da parte della “macchina” strategica di Palazzo Chigi (ma anche questo di per sé è un dato politico apprezzabile, che non sfugge agli osservatori stranieri). Esso corrisponde anche alla maturazione di una concatenazione di fattori ed eventi politici e geopolitici, in Europa e nel mondo, uno spazio nuovo nel quale Renzi ha saputo inserirsi bene.

In America la condizione dell’Europa è vista con grande preoccupazione. È una teoria infantile quella secondo cui l’America preferisce un’Europa debole e divisa a un’Europa forte e coesa. Nello scacchiere internazionale, dove cresce l’Estremo Oriente, sono sempre più forti le potenze emergenti, e dove si moltiplicano crisi sempre più complicate, solo il partito del tanto peggio tanto meglio – che è attivo e forte pure negli Usa – può augurarsi l’indebolimento dell’asse transatlantico, che avverrebbe in seguito allo sfarinamento di uno dei due poli, quello europeo, appunto. Un asse America-Europa forte conviene a tutte e due.

Ma in Europa, notano in America, c’è un’evidentissima crisi di leadership, c’è crisi a Bruxelles, ça va sans dire, c’è nelle principali capitali. La cattiva gestione della vicenda greca è l’ultimo capitolo di questa storia.
L’unica che tiene è Angela Merkel, ma non è eterna. Altrove zero. A Londra, tradizionale sponda dell’America, David Cameron ha un futuro a dir poco incerto. A Parigi potrebbe tornare in auge Sarkozy. Con la logica americana, è la conferma di un continente che non sa proprio rinnovarsi, che non ha classi dirigenti all’altezza.

In questo contesto il quarantenne Renzi diventa un leader “larger than life”, può assurgere al rango di interlocutore privilegiato di Washington, più importante del paese che egli rappresenta e guida.
Per intenderci, se ci sarà nel prossimo futuro una vicenda internazionale cruciale come quella del nucleare iraniano, sarà impensabile che al tavolo non ci sia il governo italiano. È questo il sottotesto dell’articolo del Nyt.

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