Il Regno cristiano del non credente Carrère

MASSIMO FAGGIOLI*
Se vi è un modo appropriato di trascorrere la settimana santa che precede la Pasqua di Resurrezione del Signore, ebbene, è scegliere di andare al fondo della questione cristiana, che è la questione di Gesù Cristo: è una storia vera? È veramente risorto? Cosa sappiamo di quelli che ce lo hanno raccontato? Sono credibili? Il libro di Emmanuel Carrère si propone questo, mescolando autobiografia e ricerca sulla storia delle origini cristiane. Il risultato è un libro impegnativo.

PARIS :  Emmanuel Carrere

Nelle prime cento pagine de Il Regno (sulle oltre quattrocento del volume) Carrère motiva esistenzialmente la scelta di scrivere un libro sull’inizio della fede cristiana, o meglio, di scrivere la storia di coloro che hanno scritto i libri fondativi del cristianesimo. Il nostro autore parla della sua “conversione” (parola che lui stesso mette tra virgolette), avvenuta venticinque anni fa e durata pochi anni, “Parigi, 1990-1993”: una conversione nutrita da uno studio del testo biblico e in particolare del Vangelo di Giovanni, accompagnata da maestri spirituali e da viaggi nell’Oriente cristiano, praticata non senza tensioni all’interno del rapporto di coppia, e vissuta in un ambiente culturale come quello francese ormai ampiamente post-cristiano. Le prime pagine del libro di Carrère si inseriscono in questo senso alla perfezione all’interno di quel canone filosofico-religioso che è il marchio Adelphi: la ricerca spirituale, i maestri iniziatici, Nietzsche, l’orientalismo.

il regno

Dopo le prime cento pagine il libro cambia registro e diventa un’indagine sui primi scrittori cristiani, specialmente Luca (autore degli Atti degli Apostoli) e Paolo, il vero fondatore della narrazione cristiana. Carrère ricostruisce biografia e psicologia di Luca e Paolo e di coloro che li accompagnano, il clima politico e sociale dei decenni tra l’anno 50 e l’anno 90 in quella culla mediterranea del cristianesimo: la Grecia, la Giudea, e Roma. Persecuzioni feroci, imperatori e loro amanti, campagne militari e disegni di carriera degli intellettuali al libro paga dell’Impero romano, diverse culture della sessualità e della famiglia nel primo secolo: tutto questo quadro para-testuale (rispetto al testo del Nuovo Testamento), attualizzato e reso in lingua corrente, ci restituisce le dinamiche di protagonismo all’interno della comunità dei seguaci di Gesù nelle loro ambiguità religiose e nel passaggio epocale tra giudeocristianesimo e canone culturale e politico greco-latino. Queste trecento pagine centrali sono la parte più difficile del libro – più difficili da scrivere e da leggere. La sorpresa sta nella quasi assenza dal racconto del personaggio principale, Gesù di Nazareth, se non per riferimenti indiretti e nelle ultime pagine del libro: un modo per parlare dell’assenza del vero Gesù storico dai racconti dei primi scrittori, frutto di un’elaborazione personale della loro fede ricevuta.
La terza parte del libro sono le ultime venti pagine, l’epilogo, in cui Carrère trae le somme di questo lavoro di “costruzione” di Gesù di Nazareth come il Cristo delineando le continuità tra il lavoro di Paolo e Luca e la fondazione e i fondamenti del cristianesimo istituzionale, della chiesa imperiale e della cristianità sociologica sopravvissuta fino a pochi anni fa nel nostro emisfero.

L’autore mette a confronto tutto questo con il vero annuncio di Gesù: l’annuncio non della chiesa, ma del Regno (da cui il titolo del libro). Carrère non lo cita, ma è evidentissimo qui il richiamo al prete e teologo cattolico francese Alfred Loisy, che fu scomunicato dal Vaticano nel 1908 per aver detto che “Gesù ha annunciato il Regno ma invece è arrivata la chiesa”. La breve “descrizione” del Regno fatta da Carrère inizia con il canadese 86enne Jean Vanier, fondatore de L’Arche (comunità di vita che accolgono persone handicappate mentali e gli assistenti che si prendono cura di loro) e termina con il racconto della sua partecipazione al rito della lavanda dei piedi del giovedì santo in una di queste comunità, molti anni dopo la sua conversione al cristianesimo e ri-conversione fuori dal cristianesimo: “Devo ammettere che quel giorno, per un attimo, ho capito che cos’è il Regno”.

L’epilogo e in particolare le ultime quindici pagine sono potenti, e risarciscono il lettore per la fatica delle trecento pagine precedenti. Carrère capisce cosa sia il cristianesimo oggi quando scrive: “Il sacramento centrale del cristianesimo avrebbe potuto essere la lavanda dei piedi anziché l’eucaristia” (congettura utile a comprendere le tensioni generate dal dibattito avviato da papa Francesco sull’accesso alla comunione dei divorziati risposati). Carrère non è meno veritiero quando afferma: “Mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo”. Lo scrittore Carrère capisce e sa del cristianesimo molto di più di molti cristiani “culturali”, per non parlare degli “atei devoti” di casa nostra. (Sono curioso di vedere l’accoglienza che verrà riservata al libro nell’America in cui vivo, patria del cristianesimo benpensante e militante).

Ci sono molte ragioni per cui Il Regno merita di essere letto, e in particolare tre. La prima ragione attiene al codice di comunicazione tra scrittore e lettore, in cui lo scrittore dichiara e dà per scontata una mancanza di fede da parte sua. Se nei documentari parascientifici sulla Sindone o nella saggistica neo-gnostica à la Dan Brown si gioca sulla credulità popolare del “non è vero, ma ci credo”, qui Carrère gioca sull’incredulità della sua intellettualità illuministica, ma alla fine sembra dire “non ci credo, ma è vero”. Carrère finge di non crederci, o meglio, non ci può credere che anche lui ci crede.

La seconda ragione ha a che fare con la spiritualità dei generi letterari usati nel libro. Le pagine in cui Carrère parla di sé (le prime cento e poi le ultimissime) sono quelle in cui più parla dell’Altro (di Gesù, di Dio, del Regno), mentre le pagine in cui Carrère parla degli scrittori Luca, Paolo e Giovanni sono quelle in cui più rivela di sé (come scrittore e come persona). Questa inversione di ruoli non è una conseguenza inattesa della struttura del libro, ma una dinamica fondamentale della fede cristiana: oggi l’elemento esperienziale ha sostituito la ormai scomparsa pressione culturale e politica esercitata dal cristianesimo medievale e primo-moderno.

La terza ragione è di natura teologico-culturale. Il Regno è un libro che interpreta e inconsapevolmente entra a far parte di un certo momento spirituale per il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo di oggi – per amor di sintesi, chiamiamolo “l’effetto papa Francesco”: l’uscita da un certo paradigma legale-istituzionale e dottrinale precedente al postmoderno e l’approdo faticoso e pieno di incognite ad un cristianesimo post-istituzionale. Viene a compimento oggi (forse) il tragitto iniziato a metà novecento: il congedo dall’ecclesiocentrismo (la chiesa che occupa quasi militarmente tutto il discorso su Dio e sul cristianesimo) per una visione tesa verso il regnocentrismo (il cristianesimo come via di ascesa al Regno di Dio) che passa per il Cristocentrismo (la vita e il messaggio di Gesù come la norma di tutto). Alla sua maniera, Carrère ricapitola un paio di secoli di ricerca sul Gesù storico, di riflessione teologica, e fotografa un momento spirituale della chiesa di oggi: “Devo ammettere che quel giorno, per un attimo, ho capito che cos’è il Regno”.

Carrère ci rassicura e si rassicura dell’inefficacia sacramentale di quel giovedì santo: “Comunque non vorrei, per il fatto di aver lavato dei piedi, essere toccato dalla grazia e tornare a casa convertito come ventiquattro anni fa. Per fortuna, non succede niente del genere.” Ma le ultime righe lasciano intravedere ben più di una porta socchiusa: “Il libro che termino ora l’ho scritto in buonafede, ma cerca di avvicinarsi a qualcosa di tanto più grande di me da far sembrare questa buonafede ben poca cosa, lo so. L’ho scritto portandomi dietro il peso di ciò che sono: un uomo intelligente, ricco, con una posizione: altrettanti handicap per chi vuole entrare nel Regno. Comunque ci ho provato. E nel momento di lasciarlo mi chiedo se questo libro tradisca il giovane che sono stato, e il Signore in cui quel giovane ha creduto, o se invece vi sia rimasto, a suo modo, fedele. Non lo so.”

*Professore di Storia del Cristianesimo, University of St Thomas
http://www.huffingtonpost.it/massimo-faggioli/

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