Perché siamo con gli iraniani che festeggiano

L’abusatissimo aggettivo “storico” è l’unico possibile per definire l’accordo sul nucleare iraniano, e Barack Obama l’ha usato appropriatamente commentando l’intesa alla quale ha lavorato caparbiamente e che alla sua stessa presidenza conferisce una dimensione e un valore – di nuovo – storici.

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Ci sono tante ragioni per scomodare la Storia con la S maiuscola a proposito dell’intesa annunciata da Federica Mogherini, ministro degli esteri della Ue, e dal ministro degli esteri iraniano Javad Zariv, al termine di una maratona di colloqui tra la delegazione di Teheran e quelle di Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna, Russia e Ue.

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È storica, l’intesa, perché la sua portata non va misurata con il metro dell’oggi e delle conseguenze immediate, che pure sono rilevantissime. Basta guardare le immagini di Teheran in festa per cogliere quanto grandi e sentite fossero le aspettative del popolo iraniano, tra i popoli del Medio Oriente quello storicamente più aperto, più evoluto, ma oppresso due volte, dalla cappa di un regime religioso bigotto e dalla stretta soffocante delle sanzioni.

Quando l’Iran si rimetterà in movimento sulle scena internazionale, potendo giocare più liberamente il suo ruolo storico e geopolitico, di potenza a cavallo tra Medio ed Estremo Oriente, si capirà meglio perché c’è stata una così strenua opposizione all’intesa sul nucleare, da parte soprattutto di Israele e delle due potenze sunnite della regione, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche, in modo ambivalente, dalla vicina Turchia.

Se si pensa solo al petrolio, la cancellazione delle sanzioni contro Teheran, per quanto graduali nel tempo, metterebbe sul mercato oltre un milione di barili di greggio al giorno: oggi si stima che l’offerta di greggio superi la domanda di 1-1,5 mbg.

L’Iran ha la storia e le capacità umane e culturali per entrare nel novero delle potenze emergenti, ricche di materie ma anche robuste nella tecnologia e nelle nuove tecnologie (la ricerca nel nucleare ne è una dimostrazione).
A dispetto delle sanzioni, studiano oltre diecimila studenti universitari con passaporto iraniano nei grandi e famosi atenei americani, soprattutto nei campi scientifici.

L’intesa non serve solo a disarmare l’Iran come potenza militare nucleare, non porta solo alla normalizzazione di una rottura tra Teheran e Washington che risale ormai al 4 novembre 1979, all’assalto. Essa ridisegna lo scacchiere internazionale, in tutte le direzioni e da molti punti di vista. Il suo significato va molto oltre, su diversi piani.

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Se l’accordo, che per ora è una bozza che indica i parametri dell’intesa e che dovrà essere precisata nei dettagli, è stato raggiunto è stato grazie all’incrollabile ostinazione di Barack Obama nel credere al ruolo fondamentale e insostituibile della diplomazia, anche, anzi proprio, nelle controversie più difficili. Parlare con il nemico è il mantra di Obama fin da quando era candidato alle presidenziali, quando non solo dichiarò la sua aperta critica all’intervento in Iraq ma fin da allora promise che, se eletto, avrebbe cercato di parlare con il regime che considerava l’America il diavolo.

Ancora nei giorni scorsi, sul New York Times, uno dei consiglieri più stretti di George W. Bush, John Bolton scriveva che l’unica opzione in Iran era l’intervento armato.
Intorno al tavolo di Losanna sedevano, come si è detto, Usa, Germania, Gran Bretagna, Ue. E Russia. Il paradosso di lavorare insieme sul dossier iraniano per poi guardarsi in cagnesco quando si passa al dossier ucraino.

Ma proprio quel tavolo, proprio queste trattative, riuscite grazie al ruolo cruciale di Mosca, è uno schema importante. Può essere riproposto per l’Ucraina, ma anche per la Siria, dove Russia e Iran sono dalla stessa parte.

Nell’immediato è difficile spingersi tanto in là negli scenari, perché è facile aspettarsi che i numerosi e forti avversari dell’accordo – non solo i paesi che abbiamo citato prima – ma i falchi americani, che controllano il Congresso, e quelli iraniani, questo composito fronte del rifiuto farà sentire la sua voce, farà di tutto per far fallire sul nascere una svolta liberatoria,

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