Un politologo iraniano rivela i retroscena di un accordo storico

SIAVUSH RANDJIBAR-DAEMI
Dopo otto giorni di incertezze e inquietudini sull’esito finale, la notizia della fumata bianca è arrivata, come è ormai abitudine nei grandi incontri internazionali, tramite Twitter. Alle 18.47 di un freddo giovedì 2 aprile 2015, Mohammad Javad Zarif, ministro degli esteri della Repubblica islamica ha tenuto fede alla natura riassuntiva del sistema di microblog annunciando, in inglese, di “aver raggiunto l’accordo”.

teheran

La rapida conferma del tweet del caponegoziatore nucleare iraniano (“Found solutions. Ready to start drafting immediately“). tramite una missiva simile dell’account collegato al presidente iraniano Hassan Rowhani, e l’invio di una comunicazione simile dall’account ufficiale della diplomazia tedesca ha dato vita alla constatazione che quello che sembrava fuori portata sino a mezzogiorno era diventato realtà: l’Iran e i suoi interlocutori, trainati da un John Kerry artefice, la notte precedente, della più lunga sessione diplomatica di un segretario di stato americano sin dai tempi della Prima Guerra Mondiale, avevano finalmente raggiunto l’accordo sui punti-cardine su cui stabilire l’accordo da siglare entro il 30 giugno prossimo.

Secondo quanto descritto nella conferenza stampa congiunta di Zarif e di Federica Mogherini, la “Lady Pesc” che ha diretto con caparbietà le fasi finali della tornata negoziale, l’Iran porrà forti limiti all’aspetto più controverso e più discusso del suo programma nucleare. L’arricchimento dell’uranio scenderà dalla soglia del cinque per cento attuale – e dalla punta del 19.5 per cento raggiunta durante l’era Ahmadinejad – a quella praticamente innocua del 3.67 per cento, per i prossimi dieci anni. Le tanto vituperate centrifughe adoperate da Teheran saranno concentrate nella sola Natanz, sede di quelle installazioni che diedero vita alla crisi attuale nel 2003, e saranno limitate ad apparecchi di vecchia generazione. Il reattore ad acqua pesante di Arak, che era potenzialmente in grado di produrre plutonio adatto ad uso militare, verrà riconfigurato per evitare tale scenario. L’impianto di Fordow, scavato nelle montagne tra Teheran e la città santa di Qom e svelato al mondo con molto trambusto da Barack Obama nel 2009, verrà adibito alla ricerca fisica, con potenziale partecipazione internazionale.

Un simile, significativo scale back del programma atomico iraniano, che dovrà passare attraverso il controllo serrato dell’Aiea di Vienna, porta notevoli vantaggi per Teheran. Le sanzioni messe in atto sin dal 2006 dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli Stati Uniti verranno progressivamente rimossi, restituendo al Paese mediorientale la possibilità di rientrare nel sistema finanziario internazionale e di rimediare agli effetti più dannosi di un regime di sanzioni che ha colpito l’intera società.

Dall’acquisto di Boeing e Airbus nuovi di fabbrica, all’approvvigionamento di medicinali necessari per combattere il cancro e altre malattie gravi, alla ritrovata possibilità di inviare modesti o significativi quantitativi di denaro a familiari sparsi nella galassia degli oltre tre milioni di iraniani residenti all’estero: questi sono alcuni tra i molti, semplici vantaggi a cui i comuni cittadini della Repubblica islamica potranno presto ambire e che sino a poco tempo fa erano rilegati tra i sogni di un futuro distante nel tempo.
Per multinazionali come la Apple, che ha già tenuto riunioni preliminari con potenziali distributori iraniani, le porte verranno aperte ad un mercato giovane, educato ed informato che nutre le stesse ossessioni tecnologiche delle più avanzate società occidentali.

Tali sviluppi sono frutto di un avvicinamento, forse unico e raro, tra i governi attualmente al potere a Washington e Teheran. Dal suo primo messaggio di Nowrouz, il Capodanno persiano che scatta all’inizio esatto della primavera, nel 2009, al discorso di questo pomeriggio nel Rose Garden, avvenuto nel tredicesimo giorno dell’anno nuovo persiano che coincide con un sentito rituale preislamico, Barack Obama si è esposto oltre qualsiasi altro inquilino della Casa Bianca nel tentativo di allacciare il dialogo con la nomenklatura di Teheran, primo fra tutti l’Ayatollah Khamenei, l’austera Guida Suprema che ha fatto dell’anti-americanismo il piatto forte della propria robusta retorica.

L’avvento a Foggy Bottom di John Kerry, che nutre pure connessioni personali con l’Iran – il marito della figlia è iraniano – ha alimentato la possibilità di persuadere la dirigenza di Teheran ad aprire le porte del negoziato, che in uno primo momento è avvenuto, durante la fase finale della presidenza Ahmadinejad, in gran segreto nell’Oman.

L’avvento di Rowhani su una piattaforma elettorale contraddistinta dalla promessa di risolvere la crisi nucleare e l’ascesa di Javad Zarif, l’ex ambasciatore Onu che ha speso la maggior parte della propria vita adulta negli Usa ma che era caduto in disgrazia dal 2007 in poi, hanno spalancato la porta al contatto diretto e pubblico, che è avvenuto per la prima volta durante l’Assemblea Generale dell’Onu nel settembre 2013.

Dopo pochi mesi, la strana coppia diplomatica non aveva più bisogno dell’interposizione di Lady Ashton prima e Federica Mogherini poi per dare una naturale trilaterale a dei colloqui sempre più fitti che avvenivano però in un contesto in cui l’Ayatollah Khamenei e molti altri chierici di rango inneggiavano alla “Morte all’America” come sempre. Il tabù-permafrost nei contatti tra le due parti si sciolse del tutto dopo gli accordi intermedi di Ginevra del novembre 2013, che spianarono la strada per i negoziati serrati di Vienna dello scorso autunno e quelli di Ginevra e Losanna di questa prima parte di 2015.

In queste ultime tornate, un’altra coincidenza propizia ha aiutato le due squadre: il fatto che i due responsabili delle discussioni tecniche, il segretario all’energia Ernest Moniz e il capo dell’Agenzia Atomica iraniana Ali Akbar Salehi, erano ambedue dottorandi al prestigioso MIT di Boston, un fattore che ne ha indubbiamente contribuito al notevole affiatamento.

Tutto ciò ha contribuito a riunioni monstre tra interlocutori che si erano evitati per ben 36 anni. Nell’ultima, decisiva nottata, quella tra il primo e il secondo d’Aprile, Kerry e Zarif hanno dato vita a un bilaterale durato ben otto ore e mezza, una riunione che ha consolidato il record di Zarif quale ministro degli esteri con cui Kerry si è intrattenuto di più dall’inizio del suo mandato di Segretario di Stato.
L’annuncio di Losanna è quindi una chiara road-map, giunta al termine di otto giorni di negoziati serrati, tenuti a porte rigorosamente chiuse e da cui è trapelato ben poco. Durante la pausa-pranzo di giovedì, la delegazione iraniana continuava a ripetere la propria speranza circa l’emissione di un blando “comunicato stampa” alla fine della giornata, salvo poi smentirsi con il tweet di Zarif.

Rimane da vedere se la reazione del resto della leadership di Teheran, Khamenei in primis, sarà sulla stessa lunghezza d’onda di Rowhani e Zarif. La decisione di limitare il programma atomico in cambio della progressiva rimozione delle sanzioni e, come ha sottolineato Zarif, della risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che cancella le quattro “punitive” precedenti, è frutto di una sofferta e ponderata decisione di far valere la realpolitik, e le speranze della società per una interazione normale con la comunità internazionale, oltre l’approccio autarchico e barricadero dell’era Ahmadinejad, che trova tuttora risonanza in vasti strali dell’ala conservatrice del regime.

Rimangono però da superare tre mesi di negoziati altrettanto serrati, i rapporti tesi con l’attuale direttore generale dell’Aiea, Yukia Amano e lo stuolo nutrito di oppositori dell’accordo, che spazia dai falchi annidati sia nel Congresso Usa che nel Parlamento di Teheran al furibondo premier Netanyahu d’Israele, ai monarchi della penisola arabica, che hanno esortato Washington ad abbandonare la trattativa. Ma, come ribadito sia da Kerry sia da Obama, non vi era altro modo per ridurre in maniera così significativa la possibilità di una bomba atomica iraniana, la cui evenienza, ad accordi siglati e messi in pratica, è ormai quasi del tutto scongiurata.

Il futuro dei rapporti tra Teheran e Washington passa dalla conclusione positiva di questo processo diplomatico, ma rimane funestato dalle tante sfaccettature di un lungo rancore tra le parti. Obama ha precisato che le sanzioni in atto da decenni a causa del sostegno della Repubblica islamica per il “terrorismo” di Hezbollah e Hamas e per le violazioni dei diritti umani denunciati da Washington rimarranno in vigore.

Gli Stati Uniti sembrano aver poi approvato con entusiasmo l’avanzata a trazione saudita sullo Yemen, una iniziativa politico-militare che sembra esser ideata con l’intento di spazzar via qualsiasi influenza iraniana in quell’angolo importante della penisola arabica. Permangono inoltre le differenze profonde in molti altri ambiti, dalla Siria, alla Palestina e all’Iraq. Ma questi sono, problemi per un altro giorno. L’immagine del momento sono i volti estasiati delle migliaia di iraniani che stanno dando vita a caroselli e feste in piazza a Teheran e altre città, assaporando, seppure al momento da lontano, quell’alba che li porterà fuori da quel tenebroso isolamento internazionale che aveva attanagliato il Paese mediorientale durante il decennio lungo della crisi nucleare. Le grandi potenzialità a cui andrà incontro un Iran capace di intraprendere rapporti economici e politici a pieno regime con il resto del mondo sarà stato, con tutta probabilità, il pensiero principale di Zarif e i suoi collaboratori prima di apporre il sigillo finale a un accordo preliminare che potrebbe segnare per molte generazioni la Storia del loro Paese.

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