Reportage da Cuba alla vigilia dello storico incontro Obama-Castro

PAOLO MANZO
Reportage, anche video, da Cuba, tra speranze e attese alla vigilia dell’incontro storico tra i presidenti Obama e Castra a Panama.

Non sappiamo che tipo di “interaction” sarà (per usare il termine impiegato da Roberta Jacobson, capo della delegazione americana) l’incontro tra i presidenti Barack Obama e Raúl Castro a Panama, questo fine settimana, nella cornice del summit dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). Anche se l’interazione sarà solo una stretta di mano, solo una photo opportunity per la gioia dei foto e video reporter, sarà molto più che una semplice stretta di mano.

Ma è più facile che sarà un’occasione che i due leader sfrutteranno a pieno per dare slancio al processo di disgelo tra i due paesi avviato il 17 dicembre scorso, per prendere decisamente la strada di una vera e propria normalizzazione delle relazioni, dopo mezzo secolo di non comunicazione, una guerra fredda che tra i due paesi vicini è andata molto oltre la caduta del Muro.

All’Avana, in tutta l’isola caraibica, l’attese per questo incontro e le aspettative per i suoi effetti sono enormi. Barack Obama è figura popolarissima a Cuba, molto più degli stessi fratelli Castro, ormai si vive pienamente il senso di un cambiamento epocale, come racconta in questo reportage il giornalista Paolo Manzo, che ha recentemente visitato l’isola.

Un viaggio indietro nel tempo

Un viaggio indietro nel tempo di sessant’anni alla ricerca di sapori e sensazioni di un’epoca ormai perduta, fatta di auto vecchie di settant’anni e cibi preservati da ogni pesticida. Per chi “mastica” di America latina arrivare oggi a Cuba “no tiene precio”, come recita lo slogan di una celebre carta di credito USA. Il riferimento non è casuale perché anche se sull’isola caraibica sono ancora pochi i luoghi dove si può pagare con la “tarjeta” Mastercard o Visa – tra questi i 27 hotel della catena Meliá sparsi su tutta l’isola ed il duty free dell’aeroporto – è «solo questione di tempo» assicura Miguelina, professione concierge in una delle tante casas particulares, l’equivalente dei nostri bed & breakfast che, da quando c’è stata la liberalizzazione delle licenze ai privati pullulano ad Avana Centro.

Dal primo marzo, infatti, American Express – quanto di più capitalista ci sia nell’immaginario di Miguelina il cui salario mensile arriva a stento, ovvero con le mance, trenta euro – comincerà a operare a Cuba e in molti sperano che dopo il discorso dello scorso 17 dicembre dei presidenti Obama e Raúl Castro le cose cambino in meglio, anche «se con calma e razionalità» come spiega padre Antonio Tarzia, ex direttore delle Edizioni Paoline e fondatore della rivista Jesus.

Il disgelo

«Obama ha ammesso finalmente che la politica della chiusura dell’embargo è stata un fallimento», dice lui che sull’isola è di casa e compone uno dei tanti tasselli della diplomazia vaticana, decisiva come non mai per il disgelo tra Washington e l’Avana. A Tarzia fa eco Antonio Llibre Artigas, uno che la rivoluzione dei barbudos l’ha fatta sul serio anche se poi si è rasato e – come si confà ad un avvocato pronipote del Garibaldi uruguayano, José Artigas per l’appunto – oggi porta un paio d’occhialini più da professore universitario che da guerrigliero.

Tre volte incarcerato durante la dittatura di Fulgencio Batista, Artigas ha combattuto nella Sierra Maestra. Amico di Che Guevara, è stato assistente di Fidel Castro, «un uomo geniale e unico in America Latina», mi spiega lui stesso invitandomi a entrare nella sua casa, ampia e dignitosa, anche se un po’ decadente. Lo specchio della Cuba di oggi, insomma, alla disperata ricerca di un «futuro indipendente e sovrano», è bellissima da fuori e dentro le pareti sono alte sei metri, come tutte quelle coloniali – «era per rendere l’ambiente più fresco», spiega lui. Tra la mobilia d’epoca alcuni “colpi di classe”, come un pianoforte anni Venti che sua moglie suona deliziosamente anche se il talento della consorte dell’ex combattente non maschera il fatto che saranno trent’anni che nessuno lo fa accordare.

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Dagli elettrodomestici rigorosamente anni ’80 al retro della magione affittata ai turisti stranieri, è chiaro che Artigas di soldi con la rivoluzione non ne ha fatti. A differenza di altri papaveri di regime che, invece, approfittando della doppia economia imposta per decenni dal sistema statalizzante di matrice sovietica – una in valuta forte, l’altra in pesos – se ne sono approfittati, mettendo da parte fortune.
Padre Tarzia lo incontriamo invece all’hotel Riviera, luogo mitico perché proprio qui, all’inizio del gennaio del 1959, Fidel Castro tenne la sua prima conferenza stampa da líder máximo per spiegare a una folla di reporter il perché delle fucilazioni dei “traditori della patria”, i collaboratori di quelli che per un decennio «avevano affamato il popolo dell’isola per conto degli Stati Uniti» e poi, a cavallo del Capodanno del 1958, erano scappati in Florida con tutto l’oro della Banca Centrale.

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«Sono ottimista – spiega Padre Tarzia – perché questo è il popolo più colto e preparato dell’America latina. Se manterranno le cose buone conquistate in questi ultimi decenni, dalla sanità all’istruzione pubblica, con la fine dell’embargo l’economia ripartirà. Certo ci vorrà tempo perché la chiusura con gli Stati Uniti dura da oltre cinquant’anni e anche la mentalità si dovrà riadattare».

Un personaggio losco

Mentre intervistiamo il prete paolino che per primo fece tradurre in Italia il libro-intervista a Fidel sulla religione di Frei Betto, celebre frate brasiliano, nella hall semideserta del Riviera si siede al nostro fianco un personaggio vestito “alla comunista” che si mette a origliare quanto dice Tarzia. Forse è dell’intelligence cubana, più probabilmente di quella a “stelle e strisce” perché «solo uno yankee può vestirsi così per farsi passare da comunista», suggerisce il mio cameraman. È evidente che il negoziato USA-Cuba, soprattutto la mediazione vaticana, interessi a molti.

I due volti de L’Avana

È strana la Cuba che si svela di fronte agli occhi in questo inizio 2015. Da un lato l’euforia della gente per il disgelo con gli Stati Uniti, dall’altro l’Avana Vecchia, così chiamano il centro storico, che «sembra la Germania del secondo dopoguerra» sbotta Mario, un ragazzo di neanche 30 anni che si guadagna la vita con un taxi del 1948 e che non ha peli sulla lingua in quanto alle responsabilità di tanto declino. «La colpa di questo scenario da dopo-guerra? I due pazzi che ci governano da quasi sessant’anni» spiega con fervore lui anche se tra i passeggeri della sua auto di quasi settant’anni – qui a parte quelli gialli, tutti gli altri taxi sono “collettivi” e caricano persone sino a quando non sono “full”, ovvero strapieni – c’è Adele, una guida turistica che apre con lui un contraddittorio degno più di un talk show televisivo che di una corsa.

In effetti in questa parte della capitale molti edifici sono pericolanti a causa di tubature che filtrano qualsiasi quantità d’acqua, notte e giorno, e i lavori di manutenzione del comune, dopo decenni di incuria, sono appena agli inizi. Un’opera titanica anche se l’embargo di cui tutti parlano al pari dei “cinque eroi” – le cinque spie prima chiamate dai vertici CIA a collaborare per scoprire chi, all’interno della comunità dei fuoriusciti cubani della Florida, fosse coinvolto in una serie di attentati terroristici e poi arrestati quando cambiarono i vertici dell’agenzia d’intelligence USA – ha avuto il vantaggio di evitare speculazioni edilizie, facendo della capitale la città latinoamericana un vero gioiello d’altri tempi. Non a caso l’UNESCO l’ha nominata anni fa patrimonio dell’umanità e, quando la ristrutturazione sarà completa, anche Mario sarà costretto ad ammettere che, suo malgrado, qualcosa di buono il regime l’ha fatto.

Per il momento, però, quando si cammina per le vie dell’Avana Vecchia è bene buttare un occhio su balconi e tetti pericolanti perché, de facto, ogni tanto qualche casa crolla anche se «i giornali non ne scrivono, per cui se ci siano state o meno vittime qui non so dirle» mi spiega indicandomi un cumulo di macerie figlie dell’ennesimo crollo Edenina, anche lei taxista che però, a differenza di Mario – piuttosto confusionario al punto che di tutti i taxisti è l’unico ad avermi portato nel luogo sbagliato – del “processo rivoluzionario” ne sa una più del diavolo. Sessant’anni, già nonna ma ancora una bella donna, Edenina prima di fare la taxista a mezzo servizio – in cambio dell’affitto dell’auto con cui mi scarrozza al pomeriggio ogni mattina lavora a gratis per gli ospedali dell’Avana, trasformando la sua vettura in una mini-ambulanza – era membro del PCC, il partito comunista cubano e nel 1991, dopo il crollo del muro di Berlino, è stata persino nell’ex URSS in visita ufficiale. Il suo compito? Fare l’autista, ça va sans dire.

«Qui ognuno la rivoluzione la fa a modo suo – spiega Edenina – e sia chiaro che non è vero che qui non ci sono zone pericolose, solo che noi non le chiamiamo favelas. Vedremo cosa porterà il cambiamento promesso da Obama e Raúl, spero solo che salute ed istruzione pubblica rimangano come sono ora».

L’esperimento cubano

Se è vero che quello dei Castro rimane un regime, chi scrive non ha conosciuto una popolazione tanto istruita come quella cubana. E questo nonostante Internet sia un lusso, con tariffe da 6 franchi l’ora che sarebbero care anche in Svizzera. A differenza ad esempio del Brasile dove spesso è la norma, se all’Avana un bambino viene “pizzicato” a marinare la scuola, lui rischia il riformatorio ed i suoi genitori il carcere. Inoltre, da dopo il crollo dell’URSS, è chiaro che la povertà è aumentata ma, a differenza di molti Paesi della regione, «nella Cuba di oggi nessuno muore di fame» spiega padre Tarzia «né ci sono i 60mila omicidi che ogni anno sconvolgono il Brasile».

Insomma, l’esperimento cubano non è tutto da buttare e, di ciò, sono consapevoli tutti sull’isola, non solo gli ex guerriglieri di rango come Artigas o gli ex membri del PCC come Edenina. «Con l’apertura sogno di farmi un bell’hamburger al McDonald’s vicino al museo della Revolución» mi racconta Juan, giovane taxista di 22 anni mentre ascolta un’assordante musica hip-hop che trapana i timpani. «Vedremo che succederà ma se gli USA ci tolgono l’embargo questo Paese è destinato a volare» gli fa eco Mario, altro passeggero dell’auto d’epoca che Juan fa sfrecciare sul Malecón, il lungomare dell’Avana, facendo finta di guidare una Ferrari.

http://www.gdp.ch/mondo/cosi-cuba-sta-vivendo-il-disgelo-con-gli-stati-uniti-id63173.html

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