Star e clan nelle elezioni americane. La sfida di Hillary

GUIDO MOLTEDO
Domenica, probabilmente, l’annuncio della candidatura di Clinton. Dall’altra parte Jeb Bush. O Rand Paul. Consorti di. Figli di. Perché le dinastie contano sempre di più nelle elezioni americane?

Hillary Rodham Clinton Book Presentation

DETROIT. “I’m my own man”, dice Jeb Bush, prendendo le distanze dal padre George H. e dal fratello George W., per affermare che, una personalità, lui ce l’ha, indipendentemente dal cognome
Io sono io. Io sono il padrone di me stesso. È il ritornello di Jeb Bush. Ed è lo stesso avvertimento che ripete il senatore Rand Paul, figlio di Ron, libertario-conservatore (ma non è un bisticcio), quando chiede al padre di tenersi ai margini, di non rilasciare dichiarazioni. E sì, anche queste primarie presidenziali americane, che sono già a pieno regime – anche se finora solo i repubblicani Ted Cruz e Paul hanno annunciato la loro candidatura – sono contrassegnate, più che mai, dalla presenza delle dinastie politiche.

hill e jeb

Questa volta, però, l’evidente beneficio del nome forte, riconoscibile, è accompagnato da distinguo e da prese di distanze che, peraltro, non fanno altro che incrementare la curiosità dei media e alimentare le loro domande proprio sul punto delicato del “marchio” di famiglia.

Davvero Jeb è autonomo dal padre e dal fratello? E allora perché si circonda di tutti gli uomini dei due ex-presidenti? In politica estera, che poi è il segno del disastro dei Bush, è particolarmente evidente il ruolo dei soliti noti, primo fra tutti James Baker, il texano che da sempre ha un rapporto privilegiato con i Bush.

Jeb, che è stato governatore della Florida, aveva accantonato in questi anni le sue ambizioni presidenziali, consapevole del vantaggio ma anche del peso ingombrante rappresentato dalla storia familiare. Così, quando si parla di Rand, non si fa che sollevare la questione del padre, figura molto eccentrica e controversa nel panorama politico americano. Gli fa ombra il padre? E il figlio ha il suo stesso carisma? Anche lui ha quelle strane credenze libertarie – marijuana libera, non interventismo militare – che fanno a cazzotti con l’elettorato conservatore cristiano?

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Le dinastie sono diventate, oggi molto più che in passato, il motore principale della politica statunitense.
Certo, se si pensa ai Roosevelt, ai Kennedy, ai Bush, ai Gore, ai Clinton, ai Cuomo, ai Romney, le famiglie potenti, da tempo, occupano e dominano la “narrativa” politica americana. La lista dei clan locali è lunghissima, la loro influenza è una costante di tutta la storia politica statunitense. Ma il loro potere si consolida sia con il parallelo sfarinarsi degli apparati partitici (e del loro asservimento ai clan, come il Partito democratico ai Clinton e prima ai Kennedy) sia con il crescente ruolo dei soldi nelle campagne elettorali. La raccolta dei fondi è un mestiere sofisticato che ormai solo potenti organizzazioni come i clan familiari sono attrezzate e sperimentate a farlo, anche grazie alla forza del marchio.

L’America che si era liberata con la guerra e la rivoluzione dalla monarchia inglese sembra avere un debole per le dinastie, per un’aristocrazia che, nel corso del tempo, s’arricchisce e si rafforza, s’appropria delle cariche pubbliche, le rende ereditarie, mutuando lo schema tipico dei regimi monarchici. Le famiglie “reali” importanti ai vertici più alti – Washington – e le nobiltà locali al governo di città e di stati.

Nelle scorse elezioni di medio termine, erano numerosi, dappertutto, i figli di, le moglie di, in corsa per il Congresso. Membri di famiglie conosciute al livello locale ma anche al livello nazionale. Rampolli e consorti per i quali si sono mosse anche altre dinastie importanti. Bill Clinton ha fatto campagna in Colorado per il candidato al senato Mark Udall, figlio di Mo, per trent’anni deputato, Hillary in Georgia ha sostenuto Michelle Nunn, che ambiva a “ereditare” il seggio del padre, il potente senatore Sam Nunn. In Alaska correva Mark Begich (figlio del deputato Nick), in Louisiana Mary Landrieu (figlia dell’ex-sindaco di New Orleans Moon), in Arkansas Mark Pryor (figlio del senatore David), in Kansas Pat Roberts (figlio di Wesley che fu presidente del Partito repubblicano), in Kentucky Alison Lundergan Grimes (figlia del ras locale Jerry Lundergan).

In Georgia ha fatto notizia la candidatura a governatore di Jason Carter, nipote del presidente Jimmy, che fu prima governatore egli stesso della Georgia. In Michigan Debbie Dingell si è candidata, con successo, a ereditare il seggio alla camera del marito John, ritiratosi dopo oltre 58 anni alla House, il più longevo deputato americano.

Tra i politici in carica spiccano Andrew Cuomo, figlio del potentissimo Mario, da poco scomparso, è il governatore dello stato di New York, la leader dei democratici alla camera Nancy Pelosi è figlia di Thomas D’Alesandro, deputato del Maryland al Congresso nonché sindaco di Baltimora. In campo repubblicano è apparsa a un certo punto, per poi appannarsi, Liz Cheney, figlia dell’ex-vicepresidente Dick Cheney.

Ma ogni singola storia locale di potere trasmesso per via ereditaria, e anche la somma di tutte loro, scompaiono nell’immaginario mediatico di fronte alla Grande storia genealogica dei due clan pronti a fronteggiarsi nel 2016.

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Scrive sul Boston Globe Jeff Jakobi: «Ci sono ottanta milioni di famiglie negli Stati Uniti, secondo l’agenzia del censimento. Gli elettori americani mancano così tanto di risorse da dover star dietro alle stesse due famiglie per trovare un presidente?».

La Casa Bianca, calcola Jakobi, è stata occupata da un Bush o da Clinton per venti degli scorsi ventisei anni. Un doppio mandato di Hillary Clinton, o un’amministrazione guidata da Jeb, estenderebbe a 28 dei 36 anni tra il 1989 e il 2025. «In ogni elezione presidenziale dal 1980 al 2004 c’è stato un Bush o un Clinton in un ticket. Nel 2008 Barack Obama ha interrotto la scia, ma si direbbe, solo temporaneamente». Jakobi cita Maureen Dowd, la temuta editorialista del New York Times: «Quando i Clinton persero con Obama, non fecero che girare la presidenza Obama nella direzione del loro tragitto».

In un’intervista lo scorso luglio al tedesco Der Spiegel, Hillary Clinton spiegava così questa dinamica: «Può essere che certe famiglie abbiano semplicemente un senso di dedizione e impegno o perfino una predisposizione a voler essere in politica».

Naturalmente, essere parte di una dinastia è garanzia di successo nella raccolta dei fondi ma non è una garanzia per la vittoria finale. Nelle scorse elezioni di medio termine, l’ondata repubblicana è stata così forte da travolgere molti dei nomi democratici “raccomandati” che abbiamo citato. E la stessa Hillary, nell’intervista a Der Spiegel, ricordava che nel 2008 perse “con uno di nome Barack Obama, quindi penso che non ci sia alcuna garanzia nella politica americana, il mio nome alla fine non mi è stato d’aiuto”.
Chissà questa volta quanto conterà, per Hillary Rodham, il cognome del marito. Bill è una risorsa incredibile, ma anche un “bagaglio” da portarsi dietro, continuamente oggetto di attenzione mediatica.

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Comunque, è un fatto che, nel caso di Hillary e nel caso di Jeb, ha influito moltissimo il nome, per essere arrivati dove sono arrivati e per aver già tolto di mezzo dalla corsa presidenziale diversi altri pretendenti che non sono neppure in grado di sognare le donazioni e le sovvenzioni che attirano le famiglie Clinton e Bush.

Ne sa qualcosa il pur potente Mitt Romney, anch’egli figlio di (dell’ex-governatore del Michigan e candidato alle elezioni presidenziali del 1968 George W. Romney) che sembrava seriamente intenzionato a ricandidarsi per le presidenziali 2016, quando un gruppo di donor repubblicani, tra cui il magnate di FowNews Rupert Murdoch, gli hanno spiegato che, questa volta, il grosso dei loro finanziamenti sarebbe stato incanalato verso Jeb.

Il punto critico, il possibile tallone d’Achille, sia nel caso di Hillary sia nel caso di Jeb è la cosiddetta “inevitabilità” della loro candidatura. L’eccesso di potenza, l’ipertrofia della loro macchina per raccogliere soldi, può allontanare l’elettorato allergico all’establishment, presente in entrambi i campi, e infastidire l’elettore che vuole scegliere e che può sentire come imposta una candidatura “inevitable”.

Lincoln Chafee

Lincoln Chafee

Da questo punto di vista è positivo, per Hillary, che scendano in campo, sia pure senza alcuna speranza di vincere forse neppure una delle elezioni primarie, altri contendenti, come l’ex-governatore e senatore del Rhode Island Lincoln Chafee (anch’egli membro di un clan politico: suo padre John ricoprì molte cariche come membro del Partito Repubblicano) e come Bernie Sanders, senatore del Vermont, che si dichiara apertamente socialista (“Perché no, un presidente socialista?” Ha detto al New York Times). Sia Chafee sia Sanders sono asperrimi critici della politica estera militare degli Usa e tuttora rimproverano a Hillary il suo sì all’invasione dell’Iraq, da parte di George W. Bush.

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Gli strateghi clintonisti dicono che sarà salutare per lei avere un confronto con posizioni critiche, qualcosa che somigli a una battaglia sudata per l’incoronazione democratica, sia perché Hillary dà il meglio di sé quando è sfidata sia perché è un modo per coinvolgere l’elettorato di sinistra che potrebbe disertare il voto, e far mancare in stati cruciali anche quella manciata di schede che può fare la differenza.

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