Ma per vincere, Hillary non dovrà sembrare invincibile

GUIDO MOLTEDO
Con una email del suo più fidato consigliere, John Podesta, diretta ai sostenitori e agli attivisti della campagna del 2008 è iniziata ufficialmente la sfida presidenziale di Hillary Rodham Clinton. Poi alle tre di NY un suo video di di due minuti con una sua frase e un sorriso: “I’m running for president”

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Già, nei giorni scorsi, non appena ha iniziato a girare la notizia dell’#HillaryBigAnnouncement, i media di destra, capitanati dalle star di FoxNews, Sean Hannity, Bill O’Reilly e Megyn Kelly, hanno iniziato a mettere la Clinton sulla griglia.

I temi che appassionano questi personaggi, inquietanti solo a guardarli, e il drappello dei potenziali sfidanti repubblicani sono sempre gli stessi, con l’aggiunta dell’ultimo episodio delle email inviate da un account privato, nel periodo in cui è stata alla guida del dipartimento di stato.

Il filo conduttore non è tanto il rosario delle accuse, dette e stradette, con al centro l’evergreen Monica Lewinski, ma l’odio, senza remore, debordante, un fiume di bile misogina riversata sulla candidata democratica, con una furia perfino superiore all’astio razzista nei confronti di Barack Obama.
La grande mole dell’“odio” – “hate” – che anima lo scontro politico americano non finisce di stupire l’osservatore esterno, sebbene caratterizzi da tempo anche il dibattito europeo. Qui colpisce la “scientificità” e l’insistenza, le montagne di soldi in campagne negative, la determinatezza con cui si prendono di mira gli avversari, sia da parte dei media sia nel confronto diretto tra gli esponenti politici, a tutti i livelli.

Ovviamente i clintonisti sanno che gli haters sono già da tempo al lavoro, hanno accumulato dossier d’ogni genere. Sarà una campagna rovente, il minuto immediatamente successivo all’annuncio di Hillary.
In realtà, l’azione demolitrice è iniziata da tempo, come si è detto, e si è già dato fondo a tutte l’immaginabile e inimmaginabile repertorio anti-clintonista, da Rand Paul, uno dei suoi possibili sfidanti repubblicani, che qualche tempo fa diceva che Hillary è troppo avanti con gli anni (67) per fare la presidente, al The National Inquirer, un sito di estrema destra molto seguito, che insinuava che Hillary indulge volentieri all’alcol, un’abitudine che ha preso nel suo assiduo girovagare in aereo come segretario di stato. E poi i lauti compensi che Hillary chiede per le sue conferenze in giro per l’America, e le spese astronomiche per gli spostamenti suoi e di suo marito, in aerei privati e in alberghi superlusso.

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Hillary non ha reagito in modo adeguato alla caterva di attacchi aperti e/o insinuati, in particolare quelli riguardanti l’ultima vicenda delle email. David Axelrod, lo stratega più ascoltato da Obama ma anche consigliere elettorale della Clinton nelle elezioni al senato nel 2000, ha più volte osservato che il limbo in cui si è trovata a lungo Hillary – una candidatura data per scontata da tutti ma mai annunciata – la metteva nella scomoda posizione di essere bersaglio di attacchi, come fosse appunto già la candidata presidenziale, senza però disporre del necessario apparato per poter rispondere e sottrarsi al gorgo dei pettegolezzi e delle infamie, e soprattutto imporre una propria “narrativa”, nuova, rivolta al futuro, proponendo idee sulle quali dibattere.

L’annuncio di oggi le consente di giocare all’attacco e di organizzare meglio il gioco di difesa, con una squadra di consiglieri giovani, ma anche della vecchia guardia, un team capace di muoversi su diversi piani.

Fin qui la tattica e la quotidianità del conflitto, che pure sono importantissimi. Ma ci sono due nodi di portata strategica, che finora hanno ritardato l’annuncio, nodi intorno ai quali si decide la partita presidenziale.

Il primo riguarda soprattutto la relazione con il presidente in carica e con un altro presidente democratico, Bill Clinton.
Oggi, del rapporto con Barack Obama, scrive ampiamente il New York Times, con l’articolo di apertura dell’edizione domenicale.

Il secondo nodo strategico, di cui già in passato ci siamo occupati, riguarda The inevitability trap, come l’ha definita Ryan Lizza sul New Yorker, la trappola di essere il candidato inevitabile. Invincibile.

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Tutti i sondaggi sono per lei, tutti i ricchi progressisti sono con lei, staccano assegni e altri ne firmeranno per lei, la macchina del partito è per lei e con lei, a livello nazionale e a livello locale, tutti i big democratici l’appoggiano. Ma non fu così anche nel 2008? Anche allora Hillary era la candidata “inevitabilmente” vincente. Ma perse. E perse con un candidato poco conosciuto e dal nome strano.
Essere il front runner, il numero uno in corsa, e con grande distacco rispetto agli inseguitori, non è necessariamente un vantaggio. La gente legge l’inevitabilità come un diritto acquisito e gli elettori americani vogliono che i loro candidati se la sudino, l’investitura.

In certe corse, è meglio partire come l’underdog, lo sfavorito. In questo caso, a Hillary farà comodo avere avversari nelle primarie democratiche, sia pure deboli e privi di fondi, che diano alla sua scommessa il senso di una sfida e non di una partita vinta in partenza. Perfino la candidatura di Joe Biden, di cui pure si parla, potrebbe essere un ottimo modo per far sì che Hillary si senta sfidata, e dare così anche il meglio di sé, come le accade quando appunto è impegnata in un match.

Se le primarie democratiche non ci saranno o saranno finzione, non sarà dunque una cosa buona. E sarà un’ulteriore ragione perché la sua vita, le sue relazioni, il suo curriculum siano scandagliati ancor di più da media alla ricerca della sensazione.

L’altra insidia che vedono incombere, gli strateghi di Hillary, è il pericolo che la sua presidenza sia percepita come un terzo mandato di Obama o come un terzo mandato di Bill. Una presidenza in continuità o con una presidenza in caduta libera nei sondaggi o con la presidenza di un personaggio molto popolare come Bill, ma suo marito. E comunque catturata dal passato più che rivolta al futuro. Con il rischio ulteriore che invece di essere lei al centro dell’attenzione, finiscano Bill e Barack per rubarle la scena o aggiungano il loro bagaglio ingombrante, diventando oggetto di indagine malevola e appesantendole il lungo viaggio verso la presidenza.

Avere Obama come presidente che le cede il testimone, e con il quale ha lavorato per quattro anni, e avere al fianco Bill in campagna elettorale, potrebbe non consentirle un grande spazio di manovra per mettere al centro dell’attenzione la “sua” agenda.

Qualche tempo fa, Obama ha detto che «il prossimo presidente deve aver l’odore di un’auto nuova». Non sembrava esattamente un viatico per una politica di lungo corso come Hillary. Poi ieri, in un’intervista, Ha dichiarato che Hillary sarebbe una “excellent president”. È un’altalena tra parole positive e dichiarazioni non proprio incoraggianti che denota anche un’incertezza imbarazzata alla Casa Bianca sull’atteggiamento da assumere nei confronti di chi con ogni probabilità prenderà il posto di Obama alla fine del prossimo anno. E via via che si entrerà nel vivo della campagna elettorale questo dilemma – da parte obamiana come da parte clintoniana – sarà sempre più ingombrante.

Entrambi vorranno tenersi le mani libere. Il presidente vorrà seguire, come sta facendo, un’agenda molto ambiziosa e molto esposta nella fase finale della sua presidenza nell’ambizione di lasciare un’orma nella storia presidenziale americana e non passare alla storia come una grande promessa mancata. Parallelamente, Hillary intende seguire un proprio percorso anche in continuità con quello di Obama, come sostiene il NYT, ma visibilmente autonomo.

Ancora una volta due “narrative” a confronto.

In questo costante, a volte anche diretto, raffronto tra i racconti dei due personaggi, sono emersi i caratteri di fondo che fin dall’inizio della loro competizione – quando Hillary era già nota e Barack un senatore del parlamento dell’Illinois dal “nome buffo” – i media hanno attribuito ai due. The Presider e The Decider. Il professore e la politica pura. Il ragionatore e la lottatrice.

Come si è visto in questi anni di presidenza, Obama non ha voluto investire il forte mandato ricevuto nel 2008 e confermato nel 2014 per trasformarlo in solido comando, in indiscussa leadership (avrebbe potuto essere una presidenza imperiale, la sua), ha preferito uno stile di governo “collegiale”, di squadra composto non da yesman ma da personalità forti, anche in contrasto tra loro.

Questo stile di leadership è stato alla lunga percepito come irresolutezza, esitazione, lentezza. Ed è considerata la ragione principale per la quale gli indubbi successi conseguiti da questa amministrazione, specie nell’economia, non hanno fatto presa sull’elettorato, né si sono riverberati positivamente sul Partito democratico.

Di converso, Hillary è raccontata dai suoi strateghi come la presidente che ci vuole in questa fase storica, per il suo piglio deciso, di persona combattiva e con una mente “politica”.

Il tema di questa complicata relazione-competizione accompagnerà sia il suo presidential bid sia l’ultimo tratto di percorso presidenziale di Obama, stretto tra un Congresso sempre più ostile e l’assillo di non dover rendere più complicata la corsa della candidata dem alla sua successione.

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