Si votasse oggi, come andrebbe a Venezia?

CLAUDIO MADRICARDO
Ancora poco meno di due settimane e i giochi saranno fatti. Candidati, liste, apparentamenti finalmente fissati, consegnando la fotografia di quelli che saranno gli schieramenti e gli uomini impegnati ad animare la prossima campagna elettorale.

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Che finalmente entrerà nel vivo, dispiegando tutta la sua potenza di fuoco nell’intento di conquistare il favore degli elettori. In attesa, ancora qualche giorno di snervanti schermaglie, di bracci di ferro, di trattative quasi mai condotte alla luce del sole. Impastate spesso di un diffuso millantato credito, alimentato da appetiti soggettivi e immotivati, comunque sempre sovradimensionati. Che lo stesso risultato delle urne s’incaricherà di ridimensionare, o di convalidare.

Perché in fondo la politica è pure questo. Al contempo esibizione di forza e bluff. Una lunga mano di poker. Giocata al buio dove tic, debolezze ed emozioni del potenziale alleato o dell’avversario contano, per rilanciare le proprie azioni sul piatto, in attesa di far vedere le carte.

Andiamo con ordine, e partiamo dallo schieramento di centrodestra, apparentemente quello in maggiore sofferenza. Che ha deciso di andare alla conta disunito, salvo repentini ripensamenti, sempre possibili, fino a un giorno prima della presentazione delle liste a fine aprile. Una scelta che sembrerebbe a prima vista un controsenso, vista l’occasione, da più parti considerata mai così a portata di mano come ora, di strappare finalmente la città al decennale dominio del centrosinistra.

Dopo lo scandalo Mose, una giunta Orsoni unanimemente accusata di aver male operato, e di aver rappresentato il drammatico epilogo di decenni di malgoverno che hanno condotto allo sfascio di bilancio che abbiamo sotto gli occhi. Ma che forse insensata non è, se non si vuole attribuire al centrodestra pulsioni suicide che probabilmente gli sono del tutto estranee.

Del primo turno delle elezioni come le vere primarie del centrodestra già s’è detto da parte di molti commentatori. Con in più che la scommessa di puntare al ballottaggio, oltre che poggiare su ragionamenti condotti sulla base di numeri e di probabili sondaggi, sembrerebbe corrispondere anche a una precisa logica politica. Ovvero sul fatto, ampiamente plausibile politicamente, che andando disunita la destra avrà la possibilità di mobilitare il proprio elettorato nelle sue varie componenti, sottraendolo alle sacche dell’astensionismo, e con ciò poter fare il pieno dei voti.

Un’arma alla quale invece non potrà far ricorso la sinistra, che appare al momento favorita nella corsa e che già pare tentata di vedersi vincitrice al primo turno. E che dalla frammentazione dell’avversario anziché trarre beneficio, se il nostro ragionamento fila, potrebbe essere alla fine perfino penalizzata. Per nulla favorita.

La gioiosa macchina da guerra? È in fondo quello in cui spera ardentemente la destra e che ispira le sue scelte e i suoi comportamenti. Quanto ai quattro candidati attualmente in lizza a destra (Brugnaro, Zaccariotto, Bellati, Malgara) , forse merita di spendere due parole per quello che pare destinato ad affermarsi, apparendo gli altri, chi più chi meno, destinati a rappresentare delle superfetazioni della attuale fase della contesa elettorale.

Che Brugnaro abbia caratteristiche di assoluta novità, pur con un vizio di origine per aver chiesto la benedizione di Berlusconi e Brunetta, è cosa del tutto indubitabile. E l’ha fatto fin dalla sua scelta di mettere in campo consistenti risorse e di spenderne il grosso da subito, per non incappare nelle sanzioni previste per chi supera i limiti di spesa, che scattano per gli ultimi trenta giorni di campagna. Ma non solo. Che avesse bisogno di farsi conoscere era altrettanto indubbio. E infatti ha pensato bene di ovviare alla sua debolezza con una campagna massiccia basata sui messaggi pubblicitari che non lascia spazio ai suoi avversari. Fin qui tutto regolare.

Ma è proprio nella scelta dei suoi candidati che Brugnaro sembra aver colto nel segno, forse mettendo a suo favore un punto nel disegnare il suo progetto di civica quanto più possibile trasversale, in cui i partiti hanno fatto un passo indietro. Vedremo chi andrà a comporre le liste dei Bellati e delle Zaccariotto (l’amletico Malgara sembra ancora tentennare, e forse il buon senso gli consiglierebbe un dignitoso ritiro) ma difficilmente esse potranno rifare il piccolo miracolo che sembra riuscito a Mister Umana. Che nella sua lista ha candidato solo due nomi con una qualche esperienza politica, il suo capolista Simone Venturini (campione d’incassi elettorali alle ultime europee prestatogli dall’Udc) e Marta Locatelli, ex Pdl con qualche deambulazione politica al suo attivo.

Tutti gli altri colti in un’ampia gamma di età e di provenienze. Gente appartenente al mondo delle professioni e della società civile. Messa insieme dalla sfida politica rappresentata dal progetto, e dalla simpatia e spontaneità che il candidato sindaco usa disinvoltamente come le sue armi di convincimento più letali.

Se, apparentemente, la confusione sembra regnare sovrana a destra, a sinistra il panorama si fa diverso, ispirato com’è all’unità di tutto l’arcobaleno su Felice Casson. Fatta eccezione per Venezia Cambia 2015, presa a pesci in faccia all’ultimo minuto, non tanto per volontà del senatore, ma per un intervento a gamba tesa da parte dell’ala sinistra di Gianfranco Bettin, intenzionato a togliere acqua politica a un potenziale concorrente. Ma a parte lo stop imposto da Bettin su quest’operazione, che sembrerebbe aver messo a nudo una certa vulnerabilità di Casson, i problemi per il candidato sindaco del centrosinistra paiono arrivare da altri fronti. Ovvero dai suoi diretti alleati.

In primo luogo dal Pd, che con la sua lista (e già circolano nomi che poco hanno a che fare con una qualsiasi volontà di cambiamento) potrebbe spingere l’elettorato di riferimento o a votare la Lista Casson Sindaco (e questo non sarebbe poi un male) o peggio, incoraggiare perfino l’astensionismo. C’è poi il problema della composizione della lista che porta il suo nome, che Casson dovrà ben ponderare riuscendo a smarcarsi dall’abbraccio, che potrebbe essergli fatale, della sua ala sinistra.

Certe ultime iniziative da parte del senatore non lasciano comunque presagire che nel suo ambito si sia smesso di sottovalutare la necessità di allargare le acque in cui pescare. Come quella recente fatta con Andrea Scanzi de Il Fatto, di certo l’ultima delle star televisive capace di attirare l’elettorato moderato di cui Casson ha bisogno per vincere. Se in più ci mettiamo l’estrema difficoltà che ragionevolmente Casson incontrerà a tenere unito il composito schieramento che lo appoggia, che prima o dopo chiederà il saldo del conto, e le sue scarse doti di simpatia personale, che lo condannano a impensierire, per la sua presunta rigidità, l’elettore moderato anziché tranquillizzarlo, qualche motivo di riflessione il senatore dovrebbe averlo per aggiustare il tiro.

Da subito. E da subito dovrebbe comunque ragionare come se la partita si dovesse decidere al ballottaggio, e quindi prepararsi a una lunga guerra, conquistando gramscianamente casamatta dopo casamatta, possibilmente a centro campo. Con la consapevolezza che, se ballottaggio sarà, si andrà a votare il 14 giugno, in piena estate. E che l’astensionismo, come già ha pesato per le primarie in terraferma, si farà sentire anche sul suo elettorato. Tanto più poi se questo non avrà particolari motivi per correre a votare i candidati in lista, per il loro scarso appeal, per la promessa ancora una volta delusa del necessario cambiamento.

Proprio ieri a ytali. Massimo Cacciari ricordava che chiunque vinca non avrà margini di autonomia e che da Renzi, nonostante le visite elettorali e le promesse, pochi o nulli aiuti si potranno avere. Un lucido avviso da parte dell’ex sindaco che viene spontaneo proporre alla riflessione di entrambi gli schieramenti, affinché si pensino, se possibile, contromisure adeguate, se esistenti. Al solo scopo che, finalmente, a vincere possa essere di nuovo la politica, per la soluzione dei problemi di questa città. E che lo spettro del suo commissariamento sia consegnato definitivamente al lontano ricordo.

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Guazzaloca in saor

Una risposta a “Si votasse oggi, come andrebbe a Venezia?

  1. Francamente non so se andrò a votare. Se poi i candidati non esponessero PRIMA delle elezioni i nomi dei possibili componenti la Giunta,la mia astensione sarebbe sicura.

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