Chiusura dei manicomi giudiziari, problemi aperti. Parla il dottor Andrea Narracci

ELISA ESPOSITO
Il primo aprile, dopo anni di battaglie in Parlamento e nel mondo dell’associazionismo, sono stati chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), in funzione in Italia, e conosciuti anche come manicomi criminali. Sono sei le strutture (Castiglione delle Stiviere nel mantovano, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Aversa nel casertano, Napoli, Castiglione Pozzo di Gotto in Sicilia) dove venivano rinchiusi, in condizioni spesso disumane, autori di reati, piccoli o gravi, che, per  incapacità di intendere e di volere, non potevano essere reclusi in carcere.

manicomio

Dei 700 internati rimasti, circa il venti per cento sarà dimesso e gli altri torneranno nelle regioni di appartenenza dove sono nate le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) che sostituiscono gli OPG. Non ci saranno sbarre né celle ma medici e operatori per la cura e la riabilitazione. Riusciranno queste strutture ad ovviare ai problemi di sovraffollamento, abbandono e non cura riscontrati negli OPG?

Lo abbiamo chiesto allo psichiatra e psicoanalista Andrea Narracci, direttore del Dipartimento Salute Mentale della ASL RM A.
Teoricamente, sì. Perché le REMS sono state concepite come comunità terapeutiche con venti posti al massimo. La realtà, però, rischia di essere diversa. Nel Lazio, per esempio, le quattro REMS inizialmente previste per gli ottanta ex internati che torneranno in regione, sono state accorpate in due strutture con quaranta posti letto ciascuna. Con l’aumento del numero dei pazienti si riducono inversamente le possibilità di cura e il  pericolo è che si ricostituisca la situazione di non governo e abbandono che abbiamo appena chiuso. È un po’ come se avessimo chiuso gli ospedali psichiatrici nazionali e ne aprissimo di regionali.

Perché nel Lazio si è pensato di unire le strutture?
Sono state unite per poter garantire la presenza di un medico di guardia 24 ore su 24. Questo però va contro il concetto di comunità terapeutica che si voleva creare e finisce per riprodurre una sorta di reparto ospedaliero.

Nelle REMS, oltre al medico, lavoreranno una ventina di persone tra assistenti sociali e operatori. Ma, dando importanza solo alla figura del medico, si rischia di svalutare l’operato delle altre figure. Io mi sono battuto perché le strutture rimanessero autonome, con un medico magari la mattina, e poi reperibile per le emergenze.

Negli OPG era molto forte la presenza della polizia giudiziaria. Nelle REMS invece non ci sarà il corpo carcerario. Su chi ricadrà la responsabilità delle persone ospitate che hanno commesso  reati anche gravi? Quali sono i rischi?
In queste strutture arriveranno solo persone che hanno commesso reati gravi, gli ex internati meno pericolosi, negli anni, sono stati dimessi dagli OPG e indirizzati verso percorsi di cura personalizzati. Il problema della sicurezza nelle REMS, dunque, esiste. Secondo me andavano pensate strutture dove fossero divisi i due aspetti, quello sanitario-terapeutico da una parte e la gestione della sicurezza dall’altra. Nella Regione Lazio, ma anche a livello nazionale, si è addossata la responsabilità completamente sui sanitari, compiendo un grave errore.

Si potevano trovare delle strade alternative e più efficaci alle REMS?
Per quanto mi riguarda, avevo proposto una soluzione diversa. Gli ex internati degli OPG, a mio avviso, dovevano essere affidati alle comunità terapeutiche delle ASL delle loro città di origine. Così avremmo avuto la garanzia che quei pazienti che rientravano nel loro territorio avrebbero avuto qualche chance in più di essere realmente reinseriti, col tempo, nel loro tessuto sociale.

Con le REMS, di fatto, “centralizziamo” i malati, li allontaniamo dal territorio di appartenenza, dai servizi e quindi sarà molto più difficile il loro reinserimento sociale

Lei ha avuto esperienze con persone uscite dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari?
Sì, ho avuto diverse esperienze di questo tipo. Qualche volta ci sono stati problemi, però nella maggior parte dei casi  le strutture hanno tenuto.

Nella nostra comunità di Corso Trieste, a Roma, per esempio, ci sono due persone che vengono dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari anche per motivi abbastanza seri e che oggi sono ad un passo dalla reintegrazione. Una persona ha raggiunto la capacità di vivere un legame affettivo, si è fidanzato e vorrebbe vivere con la compagna, l’altra invece ha un progetto più personale, insomma sono esperienze positive.

Tutto ciò però è successo perché si tratta di una comunità piccola dove i pazienti sono seguiti bene dagli operatori del Centro di Salute Mentale, partecipano a lavori di gruppo e a laboratori che ne favoriscono la guarigione. Non so se gli stessi risultati si sarebbero potuti ottenere in comunità più periferiche, con meno servizi, meno mezzi e magari gestite da privati.

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