Matteo da Barack, Sergio da Francesco. Chi benedice chi?

GUIDO MOLTEDO
In Italia, si leggeva ieri su un articolo dell’agenzia Bloomberg, entrare alla Casa Bianca, essere ricevuti dal presidente degli Stati Uniti, è più che una benedizione papale. Ma è davvero così?

“Anche se il suo ufficio è solo a pochi minuti dal Vaticano, il primo ministro italiano volerà per seimila chilometri per cercare una benedizione”, essendo il presidente americano “la massima incarnazione del potere sulla terra”. “Per i leader italiani, la visita alla Casa Bianca è sempre stato come cercare una benedizione”, ha spiegato alla Bloomberg il politologo Roberto D’Alimonte.
Intanto, domani, Sergio Mattarella incontrerà papa Francesco, prima visita di stato in Vaticano del nuovo presidente della repubblica.

Anche lui in cerca di una benedizione?

Cattolico, per Mattarella l’incontro con il pontefice argentino lo coinvolge anche come credente praticante, e, dopo due predecessori come Ciampi e Napolitano, anche questo aspetto personalissimo non è senza importanza.

In un tempo non remoto, l’incontro di un capo dello stato (o di un capo del governo) cattolico praticante con il papa avrebbe avuto anche il significato di una benedizione politica.
Non solo Mattarella è un laico, politicamente parlando. Soprattutto questo papa non ha alcuna intenzione di benedire politicamente chicchessia, né di fare pesare il suo ruolo nella dinamica politica e governativa italiana. Non solo per indole. È anche il terzo papa non italiano, e questo significa qualcosa rispetto al passato. Ed è un papa che ha chiesto esplicitamente alle conferenze episcopali, quella italiana in primis, di fare il loro mestiere di pastori del gregge, non di capi partito o addirittura capi corrente.

Se ci sarà un feeling, e forse già c’è, tra Francesco e Sergio è nella loro autentica sobrietà, nel reale disinteresse verso tutte i luccichii che invece ipnotizzano tutti gli altri potenti, e che rende il papa e il presidente forti perché, appunto, da questo punto di vista delicato, per chi gestisce il potere a quei livelli, sono invulnerabili.
E poi c’è un comune sentire nella stessa attenzione ai più deboli, alla necessità di includere nel mondo gli esclusi, a cominciare da chi sbarca sulle nostre coste, provenendo dalle regioni più martoriate della terra.
Tutto qui. E non è poco.

Questo farebbe pensare che è vero, quanto sostiene D’Alimonte, e cioè che la benedizione, il capo del governo, o il capo dello stato italiano, deve appunto varcare l’oceano, per averla, e bussare alla Casa Bianca.

Ma è davvero così, o D’Alimonte vive ancora in un’altra epoca? E bisogna davvero tornare indietro fino all’epoca della guerra fredda, quando c’erano gli imperi, e l’Italia era il vassallo di quello americano.

Chi ha seguito la conferenza stampa di Barack Obama e Matteo Renzi, ha potuto constatare, ancora una volta, che non è più così.
Obama ha dedicato una parte importante del suo tempo, visibilmente coinvolto, quando si è occupato di una vicenda per lui molto sgradevole di politica interna, e cioè il rinvio di settimane e settimane, della ratifica, da parte del senato a maggioranza repubblicana, del nuovo ministro di giustizia Lynch, africano-americana.

Un segno evidente di grande debolezza. Oggi un presidente statunitense può essere ingabbiato da una maggioranza ostile al Congresso. Obama è addirittura delegittimato dai repubblicani, una sorta di impeachment permanente, che inficia le sue più importanti iniziative di politica, anche internazionale. E ci sono state anche iniziative apertamente ostili e di sfida, in particolare sull’Iran.

Con Hillary, ancora più tartassata e presa di mira dai repubblicani e dai loro media fiancheggiatori, il rapporto sarà, se possibile, ancora più difficile con la maggioranza parlamentare repubblicana.
Da tempo si parla di fine della presidenza imperiale, e via via il declino della figura e del potere del presidente statunitense è andato di pari passo con il declino della potenza americana. E se non si vuole parlare di declino – un’idea che può essere contestata con molti argomenti – di sicuro, nel mondo multipolare, il ruolo degli Stati Uniti e del suo presidente è molto cambiato. La loro forza si è molto relativizzata.

Gli Usa restano una superpotenza, ma solo in Italia si continua a immaginare un presidente degli Stati Uniti onnipotente che impartisce benedizioni e viatici a un altro capo di stato o di governo.

Nel caso di Renzi e della sua visita a Washington, può essere caso mai più interessante osservare che il presidente del consiglio sia visibilmente trattato come un partner importante nella regione del Mediterraneo e, tra i capi di governo europei, è sicuramente giudicato dalla Casa Bianca – per la sua giovane età, per la sua energia – l’interlocutore europeo più interessante, considerando che Angela Merkel non ha un infinito futuro di fronte a sé e che gli altri paesi europei – dal punto di vista americano – non hanno attualmente né promettono leader robusti o riconoscibili come ai tempi di Blair o di Sarkozy, e Bruxelles continua a essere un’entità indecifrabile per gli americani.

Matteo, dunque, come lo chiama Obama, può affermare, dopo l’incontro alla Casa Bianca, che non ha cercato né ottenuto quella benedizione che avrebbe chiesto un Berlusconi o anche un Prodi o un D’Alema (per non dire dei loro predecessori della prima repubblica) ma ha avuto un riconoscimento politico assai più importante, per lui e per l’Italia, di un ruolo cruciale nel Mediterraneo e nell’Unione Europea e, in questa cornice, di partner degli Usa non di “alleato”, che nella classica terminologia d’una volta designava appunto il vassallo dell’imperatore.

Una risposta a “Matteo da Barack, Sergio da Francesco. Chi benedice chi?

  1. Inviato da iPad. Sempre molto interessante,tre persona,anzi quattro a confronto. A dire il vero non ho molto apprezzato il ritratto di Mattarella,che secondo me e’veramente il vecchio democristiano che,sotto sotto,si e’sempre saputo amministrare. Saro’ cattiva,ma se non avesse avuto il fratello assassinato..

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