Da Tito all’ovest, dall’ovest ai Balcani. La colonna sonora del mood sloveno

STEFANO LUSA
Go west! Era l’imperativo della Slovenia. La più occidentale delle repubbliche della federazione jugoslava non aveva dubbi e aveva sin da subito puntato a occidente. Lì era proiettata la sua economia, lì le sue aziende tentavano di piazzare i loro prodotti e da lì veniva gran parte della musica che ascoltavano i suoi giovani.

Non erano mancati contrasti colossali con il resto della federazione. Alla fine degli anni Sessanta, mentre il paese era impegnato a costruire l’autostrada dell’“Unità e della fratellanza”, Lubiana sognava collegamenti autostradali con Trieste e Klangenfurt. Ne nacque uno scandalo colossale che rischiò di spazzare via la leadership slovena dell’epoca. Fu proprio in quel periodo che i politici locali capirono che era meglio impegnarsi per gestire le cose in casa propria, piuttosto che andare a ricoprire prestigiosi ma effimeri incarichi a livello federale.

L’Occidente arrivò in Slovenia sulle note del jazz e del rock. Il regime, contrariamente a quanto accadeva in altri paesi comunisti, non si prese la briga di reprimere questi generi musicali e gli artisti gliene furono grati, intessendo lodi nelle loro canzoni alla via jugoslava verso il socialismo.

Poi – alla fine degli anni Settanta – arrivò il punk, che diede uno scossone al regime.

D’un tratto ci si rese conto che i giovani si facevano beffe del regime e si prendevano gioco dei suoi uomini più rappresentativi. Del resto i padri della patria erano spariti.

Josip Broz Tito, il padrone indiscusso della Jugoslavia, era morto e gli sloveni, sin da subito, avevano fatto capire che da quel punto in poi intendevano difendere strenuamente la loro autonomia. Sognavano il centro Europa e l’occidente e non erano per nulla intenzionati a venir risucchiati nel pantano balcanico. Erano gli anni in cui il paese riscoprì il postmodernismo con cui era stata riscostruita Lubiana ed era il periodo in cui lo sci divenne il vero e proprio sport nazionale, dove gli sloveni, con i colori jugoslavi, si confrontavano alla pari con i campioni svizzeri, austriaci, francesi, scandinavi ed italiani.

La Federazione jugoslava era in crisi. Negli anni Settanta c’era stato un prodigioso balzo in avanti: il paese era diventato un cantiere, ma adesso bisognava pagare i debiti contratti all’estero. Di colpo ci si rese conto che non si possedeva la valuta necessaria per comperare all’estero beni di prima necessità. Venne razionata la benzina e dai negozi sparirono persino il caffè e banane. Il paese si stava sfasciando. Gli sloveni poterono ben presto paragonare gli scaffali vuoti dei loro negozi con quelli stracolmi di ogni ben di Dio che trovavano appena varcato il confine austriaco ed italiano. L’effetto fu devastante.

Nella repubblica oramai si seguivano radio e televisioni occidentali. Mode, musica ed idee erano ampiamente penetrate in vasti strati della società. A quel punto non se ne poteva proprio più dei Balcani.
Il regime stava crollando e nella piccola repubblica tutti o quasi guardavano ad occidente. Nel 1990 persino quello che restava del partito comunista si presentò alle prime elezioni democratiche con il lo slogan: “Europa adesso”. Ci sarebbero voluti due anni di paure ed incertezze e 10 giorni di scontri con i militari dell’armata federale, fortunatamente non troppo sanguinosi, ma alla fine gli sloveni riuscirono a lasciare il resto della federazione al suo destino. A quel punto il progetto era chiaro: arrivare quanto prima nell’Unione europea, nella moneta unica ed entrare nei confini di Schengen.

Il motto era “Go west”, come recitava il titolo della canzone dei Pet Shop Boys che in quel 1992 spopolava nelle hit parade di mezzo il mondo.

Convinta dei essere ancora la prima della classe come era stata in Jugoslavia, Lubiana si mise a lavorare alacremente per raggiungere quegli obiettivi. I risultati arrivarono: nel 2004 la Slovenia entrò nell’Unione europea e nel 2007 acquisì l’euro e diventò anche parte dell’area Schengen. I grandi obiettivi erano raggiunti. Il sogno di agganciarsi ad occidente era diventato realtà. Quella che era stata la repubblica più occidentale della federazione jugoslava si era definitivamente affrancata dai Balcani.

Con il paese immerso in occidente e senza più grandi obiettivi strategici davanti- Lubiana frattanto era anche entrata nella NATO – i commentatori sentenziarono che la Slovenia era finalmente diventata un paese normale. La Svizzera dei Balcani, la locomotiva industriale della federazione socialista jugoslava si era definitivamente tirata fuori dal sud est europeo. A quel punto la zuffa tra i politici, che affondava le sue radici alla fine dell’Ottocento, assunse il carattere di una guerra senza quartiere. Tra una baruffa e l’altra la leadership non si accorse quasi che la crisi economica globale aveva investito anche la Slovenia e che i tempi che si profilavano all’orizzonte sarebbero stati difficili.

Come per incanto nel paese cambiò anche la colonna sonora. Dopo l’indipendenza, il modello culturale molto urbano venne progressivamente sostituito da quello che affondava le sue radici nelle campagne. Una specie di turbo folk nazionale, fatto con batterie, bassi, chitarre e fisarmoniche cominciò a ritmo di polka a far sempre più breccia, anche tra i giovani.

Accanto a questo fenomeno i ritmi del pop-rock balcanico ed anche del turbo folk entrarono a far parte del background comune, prima nelle feste private, poi nei bar e nei concerti, ed ultimamente anche nelle radio commerciali.

Dopo tanto occidente, così, la crisi sembra aver riportato in auge nel paese la voglia di Balcani.

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