Casson fa la mossa del cavallo e Pellicani rientra in gioco

CLAUDIO MADRICARDO
Con una mossa a sorpresa Felice Casson convoca una conferenza stampa e annuncia la decisione di imbarcare nella propria lista il suo diretto avversario alle primarie, il giornalista Nicola Pellicani, riservandogli il posto di capolista.

In realtà la notizia non giunge del tutto inaspettata, dato che già nelle settimane scorse Pellicani, parlando con amici e conoscenti, non aveva escluso un suo diretto coinvolgimento purché la lista del candidato sindaco del centro sinistra potesse garantire i sufficienti elementi di novità che Pellicani stesso aveva cercato di far emergere, con scarso risultato, con la sua candidatura. Schiacciato, com’è stato, dalle presenze ingombranti del Pd da una parte, e dalle altrettanto ingombranti esternazioni di Massimo Cacciari, suo padrino politico. Elementi di discontinuità che, a giudicare dagli esiti odierni, Pellicani deve aver giudicato sufficienti, tanto da farlo decidere di scendere in campo e in un ruolo preminente nella Lista Casson. Andando a occupare il ruolo già promesso dal senatore a Giovanni Pelizzato, il libraio editore, che per primo era sceso in campo a suo sostegno, e di cui in città si parlava come destinato a rivestire un ruolo preminente nella prossima compagine amministrativa. Un ruolo, quello di Pelizzato, che esce ora ridimensionato dalla discesa in campo di Pellicani, e su cui Casson deve aver attentamente riflettuto, valutando i pro e i contro, anche alla luce dei recenti sondaggi che danno come probabile il ballottaggio, con tutti i pericoli, scenari e tentazioni che questo risultato potrebbe (ri)aprire all’interno dello schieramento del centro sinistra. E un riconoscimento al bisogno di bilanciare la sua lista, che rischia di candidare in maggioranza “veneziani”, collocandovi uomini e donne della terraferma.

Ricorrere quindi a un uomo come Nicola Pellicani può apparire come un passaggio obbligato, dato il ruolo esercitato nella fondazione intestata al padre Gianni, e alle sue incontestabili conoscenze del mestrino che in molti anni di professione giornalistica, ma soprattutto grazie agli studi condotti con l’organizzazione di cui è segretario, ha potuto approfondire. Conoscenze che, del resto, non sembravano abbondare fino ad ora nella squadra di Casson, lui stesso non molto presente sul territorio a causa della sua lontananza decennale al senato. E una decisione forse favorita dall’ennesima gaffe politica del Pd locale che, nella recente composizione della sua lista, non aveva riservato al suo candidato malamente sconfitto alcun ruolo riparatore della batosta subita. Avendogli proposto, secondo i si dice, una misera presenza nella lista del partito, ma in rigoroso ordine alfabetico, via via dopo il capolista Rosteghin.
Una proposta, se è vero che sia stata mai fatta, che Pellicani si è guardato bene dall’accettare, preferendo invece riallacciare il colloquio con Casson che ha portato alla scelta odierna, che lo rimette politicamente in gioco. E rischia al contempo e in una certa misura di mettere fuori gioco il Pd. Una scelta che, al di là di ogni considerazione, va a saldare due personalità a loro modo innovative, che per tali si sono proposte all’elettorato e che per tali, sono o possono essere state percepite dai propri sostenitori e da parte della cittadinanza.

Laddove a Casson, navigante di lungo corso nato nel partito e sostenuto dalla sua nomenclatura, è riuscito grazie allo scandalo del Mose e alla professione esercitata prima del suo impegno politico, ad apparire come il nuovo che avanza, rispetto a un Pd lambito dagli scandali e, a torto o a ragione, imputato di far parte del sistema Venezia. Mentre a Pellicani, pur dichiarandosi animato da intenti di novità, che del partito non ha nemmeno la tessera e che dal partito è stato sostenuto fino a esserne strangolato, non era riuscito a rendere credibile la sua proposta politica, facendosi travolgere dalla sua sostanziale incapacità di affrancarsi, nell’immaginario collettivo, dal Pd. Una volta che era stato investito del ruolo di suo candidato. Dimostrando forse con ciò un’incapacità di autonomia politica che gli è stata fatale. Una scelta che il senatore deve aver anche fatto pensando al pericolo di crescita a livello mestrino di quello che con tutta probabilità sarà il suo avversario dopo il ballottaggio, Luigi Brugnaro, al cui progetto questa ultima mossa potrebbe in qualche modo togliere acqua. Che non a caso ha sempre rappresentato la propria candidatura come al di là della destra e della sinistra, che anzi ha più volte salvato l’operato delle giunte passate, non tutte s’intende, ma tra queste quelle di Cacciari. Che si dichiara renziano convinto, di sicuro molto di più di quanto lo sia Felice Casson, che non lo è per niente, e in senato l’ha sempre osteggiato. Un Brugnaro che non disdegna, oltre a ricorrere massicciamente all’armamentario comunicativo berlusconiano, di far propri gli emblemi cari alla sinistra. Come in quel manifesto in cui si fa ritrarre con la sua squadra in marcia verso un radioso avvenire, a mo’ del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo.

Un fuoco comunicativo cui la sinistra non sa al momento opporre alcuna risposta, sia per scarsità di mezzi finanziari, sia per aver scelto un modello di comunicazione che sembra preferire invece il colloquio con la cittadinanza. Un battage pubblicitario che è sicuramente destinato a trovare presto una diga insormontabile nella par condicio, ma che potrebbe essere anche combattuto da una mossa come questa, che al di là di un Pd che schiera diligentemente tutte le sue anime, rinsalda i rapporti tra i due ex contendenti che si presentano mediaticamente uniti nella battaglia che li aspetta. Ma che ancora non coinvolge, inspiegabilmente, la terza anima di quella battaglia delle primarie, quella di Jacopo Molina, che ha già dichiarato l’appoggio al senatore, ma i cui duemila e seicento voti sembrano come ingessati, lui silente a bordo campo. Col rischio concreto che il bottino di voti fatto da Molina, lui forzosamente inattivo, prenda il volo per altri lidi.

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