L’America, l’Italia, i droni e l’ideologia obsoleta del Corsera

GUIDO MOLTEDO
L’impiego degli aerei senza pilota nella lotta al terrorismo è già da tempo tra i temi dominanti del dibattito politico e mediatico negli Stati Uniti. La morte di Giovanni Lo Porto e di Warren Weinstein ha rilanciato la discussione, su diversi fronti, il più recente dei quali riguarda chi debba “operare il programma”, per usare le parole del senatore repubblicano John McCain.

Secondo McCain non dovrebbe essere più la Cia, ma il Pentagono.
Su questo punto il presidente Barack Obama è d’accordo con il suo rivale del 2008.
Il passaggio di responsabilità non sottintende solo una critica all’operato dell’agenzia di spionaggio (McCain sostiene che l’uccisione dei due cooperanti poteva essere “probabilmente prevenuta” se la Cia non avesse commesso evidenti errori d’intelligence) ma risponde, sostiene la Casa Bianca, soprattutto all’esigenza di trasparenza.

Perché – è il ragionamento – se ormai la caccia ad al Qaeda e a organizzazioni come l’Isis, è diventata “la guerra”, la guerra vera e propria, essendo quella convenzionale non più sostenibile contro il terrorismo, è opportuno che a condurla sia il dipartimento alla difesa non gli 007. Inoltre, mentre, per sua natura, la Cia agisce nella segretezza, il Pentagono ha (dovrebbe avere) anche il compito di informare e spiegare quel che fa e darne conto al pubblico.

Sull’uso dei droni c’è consenso tra democratici e repubblicani, tra Casa Bianca e Congresso a maggioranza repubblicana. Come si diceva prima, la guerra convenzionale ha già ampiamente lasciato il posto alla guerra con i droni, alla guerra cibernetica e a quella dall’alto. Ovviamente, non è solo questione di efficacia, al primo posto c’è il tema delle vite dei soldati americani. Nessun politico americano è per l’invio di truppe di terra nei conflitti. Nelle città americane, il triste ricordo delle guerre, da quella del Vietnam in poi, è continuamente rinnovato dai numerosi reduci che costituiscono il grosso dei senza tetto e dei mendicanti nelle strade pedonali. L’opinione pubblica americana è contro i conflitti che implichino “gli scarponi”, come si dice in gergo.

Il tema è enorme, è spinoso, sfaccettato, perché presenta una serie di risvolti rilevanti.
Obama pensava che, con la cattura di Osama bin Laden, avvenuta grazie soprattutto al lavoro di intelligence che precedette l’azione del commando dei navy seal, e con l’uccisione di importanti esponenti di al Qaeda con omicidi mirati via drone, potesse voltare pagina rispetto ai suoi predecessori in materia di lotta al terrorismo e di “sicurezza nazionale”. Non più fanteria, non più soldati americani feriti e caduti in guerra.

La discussione in corso, dopo la morte di Lo Porto e Weinstein, solleva numerosi dubbi. Gli “errori” e i cosiddetti “effetti collaterali” sono frequenti e pesanti, come appunto dimostra l’uccisione dei due cooperanti, e l’imbarazzo della Casa Bianca seguito all’“incidente”. Della morte dei due occidentali si parla, ma non fa notizia invece quella dei tanti civili feriti e uccisi in altri operazioni in Pakistan e in Afghanistan.

Al tempo stesso, l’impiego massiccio di queste tecnologie crea una falso senso di sicurezza nei paesi occidentali.
Sostituire non solo la guerra convenzionale, ma anche la politica e la diplomazia, con l’intelligence, con l’impiego di sofisticate apparecchiature elettroniche di sorveglianza, di spionaggio e di killeraggio, non sembra aver finora prodotto risultati apprezzabili, se è vero, tra l’altro, che aumenta l’arruolamento dei combattenti islamisti, di certo non diminuisce.

L’uccisione di due cooperanti è, anche simbolicamente, la sconfitta dei tentativi di costruire, in questi paesi difficili, trame di dialogo e di cooperazione, in alternativa al ricorso alle azioni militari, anche se apparentemente “pulite” come l’impiego dei droni.

Nel frattempo, il grande potere che è conferito ai servizi di spionaggio e ai militari preoccupa i cittadini più consapevoli, allarma le organizzazioni di tutela dei diritti civili, perché, come si è visto con gli scandali sull’operato dei servizi segreti americani, il counterterrorism produce anche gravi abusi di cui non devono rispondere.

Ora, di tutto questo si discute intensamente, come si è detto, in America. Discuterne anche in Italia non significa certo mettere in questione la relazione con gli Stati Uniti, né tanto meno arrivare ad affermare che “il nemico è l’America”. Affrontare la discussione in Italia, sull’onda dell’uccisione di Lo Porto, basandola, come fa Angelo Panebianco, sull’incredibile equazione sostegno ai droni ovvero sostegno all’America (e viceversa contestarne l’uso è uguale a sostegno ai nemici dell’America) è portare il dibattito su un terreno ideologico, fuorviante e obsoleto, ammesso che anche in passato fosse sensato ragionare sui nostri rapporti con gli Usa in una chiave così riduttiva, degna dei confronti tra tifosi da bar.

È importante invece che, anche in Italia, anche in Europa, come si sta facendo in America, si discuta con la massima trasparenza e apertura su tutti gli aspetti del ricorso ai droni e, più in generale, a strumenti ad alta tecnologia.
Tutti gli aspetti sono importanti e vanno valutati.

Che cosa implica, anche per il nostro paese, per l’intera Alleanza atlantica, il passaggio massiccio all’era digitale anche nella guerra? Il tema è questo, non quello della riproposizione ideologica un’epoca che esiste solo nella mente dei nostri commentatori ancora congelati nell’era della guerra fredda. Oggi l’Italia non si divide secondo l’alternativa immaginata da Panebianco, amici o nemici dell’America, ma piuttosto deve porsi il compito di come essere parte attiva, intelligente ed esigente di un dibattito che investe soprattutto l’America ma non coinvolge e non riguarda solo l’America.

Per quanto ci riguarda, se proprio si vuole ridurre la discussione al piano di chi sta con chi, rispetto all’America, noi siamo con l’America che discute, con passione e senza reticenze, con l’America che ha votato Obama e che – diversamente dai suoi sostenitori italici, che lo ammirano solo per le sue discutibili prodezze guerresche – si ostinano a interagire con lui come con il presidente che hanno votato, attento ai diritti (ma non ha chiuso Guantanamo) e incline a privilegiare la diplomazia e la politica rispetto alla via militare, anche quella, solo apparentemente, pulita e chirurgica dei droni.

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