Perché Baltimora brucia. I numeri della vergogna americana

GUIDO MOLTEDO
Baltimora, come molte città e stati americani, ha un nickname, un soprannome affettuoso. La chiamano the Charm City, la città dello charme. Le scene di rivolta e distruzione di lunedì, il coprifuoco di una settimana imposto dal sindaco, Stephanie Rawlings-Blake, lo stato di emergenza deciso dal governatore del Maryland Larry Hogan, la presenza di cinquemila guardie nazionali ci raccontano un’altra città, una lunga storia di dolore, angoscia, ribellione, violenza.

Ma la verità ancora più crudele è che Baltimora è due città. La Charm City dei bianchi, orgogliosa di ospitare una delle più importanti università statunitensi, moderatamente liberal, la Johns Hopkins University, un bellissimo art museum, un tenore di vita alto e confortevole, quartieri residenziali dai prati impeccabili, Roland Park e Hollins Market, case di famiglie benestanti, molte delle quali legate per lavoro alla Johns Hopkins, ateneo tra i primi del paese e centro d’eccellenza della medicina e della ricerca scientifica in America, e dunque nel mondo.

Freddie Gray, il ragazzo morto per le fratture vertebrali patite dopo un arresto che la polizia ha condotto in modo brutale, non viveva lì, viveva nell’altra Baltimora, West Baltimore. Il codice di avviamento postale di quell’area della metropoli del Maryland è 21217. Cinque numeri che raccontano altre cifre. Cifre che composte insieme spiegano più di ogni altro ragionamento l’equazione tra ingiustizia e ribellione violenta.

Nel 1968, dal 6 al 14 aprile, Baltimora fu teatro per sette giorni dell’insurrezione più dura che seguì l’assassinio di Martin Luther King a Memphis, Tennessee. In 125 città americane ci fu una settimana di proteste nei ghetti, molto violente, con incendi e saccheggi: la Holy Week Uprising.

Tanti morti e feriti, enormi distruzioni, una settimana che, secondo certi sociologi, avrebbe poi dato vita alla rinascita della città, se non fosse che anche Baltimora, come altre città statunitense legate all’industria, non fosse finita nella spirale del declino della deindustrializzazione e dello spostamento o all’estero o in zone non sindacalizzate dell’America del grosso della produzione manifatturiera.
La Johns Hopkins, come i più importanti atenei americani, è un poderoso creatore di lavoro e di opportunità, ma certo può solo alleviare una crisi che è strutturale, come accade a Detroit, a Cleveland, a Chicago. È la crisi della Big City America.

Circa un quarto dei residenti di Baltimora vive sotto la soglia della povertà, la maggioranza dei quali ha come codice postale 21217. Qui vive la maggioranza dei disoccupati (il tasso è del 19.1 per cento).
Qui, neppure il sessanta per cento degli studenti delle scuole superiori arriva al diploma, il livello peggiore nello stato del Maryland.

Di conseguenza, i dati sulla salute sono terribili.

I bambini africano-americani hanno nove volte più probabilità di morire prima di compiere il primo anno d’età rispetto ai bambini bianchi. I casi di Aids sono cinque volte più frequenti nella comunità africano-americana.
Una disparità tipica di tutta la Big City America. Ma a Baltimore diventa particolarmente brutale, quando si pensa che la Johns Hopkins è il fiore all’occhiello della sanità americana – il Johns Hopkins Hospital and Health System – e per questo attira i migliori ricercatori ma anche i massimi dirigenti di Medicare e di Medicaid, i due sistemi assicurativi nazionali, che si occupano (già da prima della riforma sanitaria di Obama) dell’assistenza sanitaria agli anziani e alle fasce povere della popolazione.

Come scrive il blogger Dan Diamond, espErto di questioni sanitarie e originario di Baltimora, nonostante la convivenza con la Johns Hopkins, la “mortalità infantile a Baltimora è pari a quelle della Moldova e del Belize”.

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