Rompere, perché? Una sinistra vintage senza parole

GUIDO MOLTEDO
Se contiamo le scissioni e le separazioni (ma anche le ricomposizioni e le successive ri-scissioni) che hanno scandito la storia recente della sinistra italiana non basterebbero le dita di due mani. Sicché, anche per questo, è difficile appassionarsi alla frattura che incombe da tempo sul Pd come il temporale che non si decide a scoppiare.

Invidio Piergiorgio Paterlini, che vive con passione la lacerazione interna che attraversa da tempo il Pd del segretario Renzi, e la prende molto sul serio, scomodando perfino i grandi personaggi della Storia per accostarli ai protagonisti del conflitto piddino, e si augura che la vicenda si concluda con l’addio degli eretici, Pippo Civati in testa. Mentre scriviamo, può darsi che stiano decidendo di dargli retta.

Sembra di sentire riproposto quanto disse Fausto Bertinotti a Pietro Ingrao che sceglieva “il gorgo”, e cioè di restare, dopo lo scioglimento del Pci, nel partito più grande, il Pds. «I merli con i merli, i passeri con i passeri», disse Fausto che si accingeva a diventare segretario di Rifondazione Comunista.

Ma oggi che senso ha perfino proporre un dilemma come quello di allora, dopo la svolta di Occhetto?
La distanza non è nella caratura dei personaggi, e neppure, a ben vedere, in certi termini di fondo tra ciò che divise allora e ciò che divide oggi. La distanza è nelle parole.

Paterlini usa termini come “comunità”, “organizzazione”, “identità”, “valori fondanti”, assumendolI come parole univoche e dense tanto quanto lo sono state in passato. È così? Qual è oggi, non solo il significato politico e ideologico, di queste parole, ma il loro sottotesto? A che mondo alludono? Che storia vogliono raccontare, oggi, pensando anche a domani?

Non sarà che l’impiego di questi termini sia diventato autoreferenziale? Non sarà che alcuni di questi termini siano addirittura fuorvianti, specie se li usiamo nell’accezione del passato? Non sarà che i politici che si riempiono la bocca di queste parole, senza mai spiegare che cosa intendono davvero dire, lo facciano per autolegittimarsi e “occupare” uno spazio contrattuale?

Chi segue le vicende politiche dei nostri giorni fatica a capire che cosa progetti una sinistra di governo oggi, di fronte alle questioni che ogni giorno c’interrogano e alle quali è davvero arduo dare risposta. Troppo facile cavarsela con frasi fatte, e con parole passepartout, buone solo in apparenza per ogni stagione.

Colpiva nei giorni della sciagura dei profughi nel Mediterraneo, avere notizie della sinistra pd che produceva riunioni a mezzo di riunioni per parlare di se stessa in rapporto a Renzi, condendo il tutto con parole che ormai sono diventate gergali, altro che nobili.

Ancora più complicato capire che cosa distingua davvero il modo di affrontare la realtà odierna di un Landini e quello di un Civati o di un Cuperlo. Usano le stesse parole, a sentirli, vanno nella stessa direzione, sono egualmente contro Renzi e il renzismo, ma non procedono insieme. Perché?

Non serve però sparare contro la croce rossa, cioè prendersela con i politici, anche di sinistra, che ormai hanno perso in autorevolezza anche quando parlano di “valori”, “solidarietà”, “comunità”, tanto che ci si chiede, spesso davvero ingiustamente, che cosa si nasconda di poco nobile dietro le loro parole. In queste ultime vicende, peraltro, sembrano far di tutto per alimentare l’idea che le parole nobili siano solo fiches su un tavolo da gioco, dove il gioco è la propria sopravvivenza come ceto politico.

Ma, appunto, a volte sono solo pure malignità. Per giunta poco interessanti, se non altro rispetto al tema centrale all’ordine del giorno, che è la mancanza brutale di un’intellettualità in Italia che dia sostegno, a livello di pensiero e di elaborazione, all’idea di una sinistra che non sia una sinistra vintage, una somma di bellissime parole, molte nate nell’Ottocento, una sinistra in sintonia con il mondo di oggi, non con quello di ieri. In Italia, oggi, non c’è un solo libro di pensiero politico che valga la pena di leggere, né film che aiutino a pensare, per non parlare di un commentariat mediatico che si muove specularmente con la politica, con l’ambizione non di condizionarla ma di sostituirsi ad essa.

Senza un pensiero forte, a cui facciano riferimento le parole-chiave di uno schieramento, è evidente che uno scontro come quello in corso nel Pd non può che ridursi alla lotta per la vita di un ceto politico che rischia davvero di finire fuori gioco per sempre.

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