L’eresia di Pippo Civati

PIERGIORGIO PATERLINI
La domanda se rimanere o andarsene, se combattere dall’interno o dall’esterno, se uscire o farsi cacciare è lacerante per chi senta di appartenere non a una bocciofila (con tutto il rispetto) ma a un’organizzazione, una comunità, un quello-che-vi-pare con forti valori fondanti, con una storia, con un’identità sostanzialmente immutabile nel tempo, almeno a livello profondo.

È la storia affascinante e drammatica di tutti gli eretici e di tutte le eresie, da sempre.

Non c’è, dunque, da scherzare. Cioè, si può scherzare, ironizzare, satireggiare, come su tutto, ma sapendo che stiamo comunque camminando su terreni sacrosanti quando non addirittura sacri tout-court. E – scusate l’eresia – vale per Socrate come per Bersani.

Bisogna infine sapere non che la risposta è difficile, anzi difficilissima, ma che non c’è. Non c’è mai stata né mai ci sarà.

Detto questo, e solo dopo aver detto questo, si può affermare che Celestino V e Civati non sono esattamente la stessa cosa. E che il loro dramma – a tutti gli effetti simile – non è però proprio identico.

Insomma, Celestino V che fa l’eremita nelle grotte abruzzesi, poi accetta di fare il Papa ma in un modo che i potenti Cardinali non potranno tollerare mai, infine si dimette, viene braccato e poi fatto morire in una segreta dal Papa suo successore, Celestino V – dicevo – viveva una tragedia, storica ed esistenziale, più grave di quella della Bindi.

Uguale, però, questo possiamo dirlo, è la certezza che tutti questi personaggi potevano e possono avere di non contare un accidenti dentro le rispettive istituzioni e organizzazioni.

Cosa deve succedere ancora perché le minoranze dem prendano atto che il loro dissenso interno non va da nessuna parte, e che non potranno riconquistare il partito in tempi politicamente accettabili? Su questo (che non è più tormento ma ignavia), sì, si può ridere, e in effetti si ride. Non so nemmeno se sia rimasto ancora un po’ di spazio prima che il tragico si trasformi definitivamente in ridicolo. Sarebbe bene, secondo me, per loro e per tutti ma soprattutto per loro, quelli che ho citato più Fassina Cuperlo e D’Attorre, muovere subito le pur dolenti chiappe. Perfino senza sapere dove andare e per che fare, perché sarebbe meglio saperlo, ma se non si sa non si può usare questa impotenza come alibi al patetico. Parafrasando Crozza che imita Bersani, non è che uno brutalmente sgradito a una festa rimane lì fino a che fuori non ha smesso di piovere.

Oggi – il radioso giorno dell’Italicum – è un buon giorno per fare ciao ciao con la manina e uscire dall’aula. Non per un’ora. Definitivamente. Anche se non tutti magari hanno trovato una scuola francese da andare a dirigere.

(A proposito, che gufi quelli dell’Istat che continuano a sfornare dati sull’incremento della disoccupazione invece di diffondere quelli luridamente falsi di Poletti, un nome da Cardinale che gli si attaglia alla perfezione).

LE NUVOLE

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