Bernie Sanders, un socialista americano nel sistema bi-partitico

ARNALDO TESTI
Bernie Sanders, il senatore del Vermont che è entrato nelle primarie democratiche sfidando Hillary Clinton, si definisce “socialista”. Negli uffici che ha occupato e occupa, prima di sindaco di Burlington (la principale città del suo Stato, allora nota come “the people’s republic of Burlington”), poi di deputato alla Camera, ora di U.S. Senator, si è sempre portato dietro il ritratto di Eugene Debs.

Agli inizi del Novecento Debs era il candidato presidenziale del partito socialista americano, un partito della Seconda internazionale che, fra l’altro, a differenza di molti confratelli, si oppose all’entrata del paese nella Grande guerra. Per questo lo stesso Debs finì in galera. Nel 1920 si candidò dal penitenziario federale di Atlanta dove era recluso: “Convict No. 9653 for President” era il suo slogan elettorale.

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Come se la cava uno come lui, con questo pedigree, nel sistema bipartitico americano?

Tecnicamente, in Congresso è un Indipendente, non è eletto con un’etichetta di partito. In Senato è oggi l’unico. Tuttavia “fa caucus” con i Democratici, cioè è membro del loro gruppo parlamentare. E con loro, o almeno con molti di loro, ha votato il più delle volte. Per dire, si è opposto (a differenza di Hillary) alla risoluzione che ha autorizzato l’uso della forza e quindi l’invasione dell’Iraq del 2003; ma lo ha fatto con un nutrito numero di altri Democratici, anzi, alla Camera dove allora sedeva, con la maggioranza del gruppo. Da anni i Democratici ricambiano la cortesia evitando di presentare un candidato del loro partito in Vermont. Non vogliono dividere i voti del suo elettorato, di fatto lasciando che i propri elettori convergano su di lui.

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Politicamente, il suo socialismo è di tipo social-democratico europeo. Sanders professa ammirazione per il welfare state scandinavo. È scandalizzato dalle diseguaglianze economiche e sociali. Vuole un sistema sanitario pubblico e universale, la gratuità dell’istruzione universitaria, investimenti nelle infrastrutture che creino posti di lavoro, misure vigorose contro il riscaldamento globale, una riforma del finanziamento della politica che consenta di correre non solo ai milionari. Sostiene i diritti dei gay. Come i sindacati, è contrario ai trattati di libero commercio (ora a quello del Pacifico). È più radicale, ma di fatto non è troppo lontano dall’ala minoritaria left-liberal del partito Democratico.

Tatticamente, la sua presenza nelle primarie ha uno scopo tutto politico. Sanders dice di esserci per vincere – una scommessa molto ambiziosa. Per il momento ha suscitato entusiasmi a sinistra, ha raccolto un po’ di fondi, ma non ha (ancora) un’organizzazione elettorale, tutto è da inventare. In effetti, Sanders vuole avere un palcoscenico nazionale, partecipare ai dibattiti televisivi, dare risonanza alle sue idee e posizioni, costringere il partito a confrontarsi con esse. Vuole allargare l’area della conversazione, coinvolgere e mobilitare la base più progressista che guarda con disincanto a Hillary, condizionare la sua candidatura e il programma del partito. (Hillary, per il momento, ha risposto con aplomb: “Sono d’accordo con Bernie”.)

Strategicamente – è un bel dilemma per lui, il dilemma di tutti coloro che negli Stati Uniti sono scontenti del sistema bipartitico così com’è. Perché Sanders è scontento, l’ha sempre detto: Repubblicani e Democratici sono dominati dal big money, ignorano gli interessi delle famiglie operaie e del ceto medio, il paese ha bisogno di un terzo partito. Ma arrivato al dunque, come fare, visto che un terzo partito non c’è, neanche in nuce? Neanche Ralph Nader è riuscito a costruirlo nel 2000. Correre per la presidenza da indipendente vorrebbe dire ripetere la disgraziata esperienza di allora, togliere voti ai Democratici e favorire la vittoria di un Repubblicano, magari molto di destra. Questo Bernie non vuole farlo.

Ha così optato per le primarie democratiche.

Ma la logica della macchina è spietata. All’inizio, un po’ ingenuamente, Sanders pensava di restare un indipendente. È possibile farlo, nelle primarie di molti Stati. Ma non in tutti. In altri, per candidarsi e anche per votare bisogna iscriversi come membri di un partito. In un paio di giorni se n’è reso conto, e ha fatto marcia indietro. Avendo deciso di giocare a questo gioco, ha detto, lo giocherà fino in fondo in tutti gli Stati. Rispetterà le regole, si registrerà come Democratico. E’ il bello del sistema.

Arnaldo Testi
Storia degli Stati Uniti d’America
Università di Pisa

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