L’Italicum ora è legge, e non è il male assoluto

ADRIANA VIGNERI
Da questa settimana, con la firma, scontata, del Presidente Mattarella e la pubblicazione in Gazzetta, l’Italia avrà la sua nuova legge elettorale, dopo dieci anni dall’approvazione del “porcellum”, e dopo una sua correzione compiuta dalla Corte costituzionale italiana che avrebbe costretto, se utilizzata per votare, destra e sinistra o gli uni e gli altri, come preferite, a governare insieme.

Sarebbe stato meglio, molto meglio, se l’Italia si fosse dotata invece di una legge con voto uninominale a doppio turno. Meglio dal punto di vista della qualità dei prescelti, e meglio dal punto di vista del legame tra eletti ed elettori. Ma bene anche quanto a riduzione del numero dei partiti, che il sistema del doppio turno, con soglie variabili di accesso al secondo turno, consente di raggiungere progressivamente. Come insegna l’esperienza francese. Ma di questo non si è parlato, né vi è stata una battaglia della sinistra o parte di essa per questa riforma elettorale, che le vicende recentissime hanno dimostrato alla sua portata in questo parlamento.

UNA PROSECUZIONE DEL TESTO PRECEDENTE?

Il Governo in carica ha scelto invece un testo che è innegabilmente una prosecuzione del sistema precedente, anche se con importanti e significative correzioni. Perché? Anzitutto perché il testo è nato come mediazione con Forza Italia, che soltanto su di un testo di questo tipo poteva convenire, e in secondo luogo (ma forse in primo luogo) perché soltanto un sistema di questo tipo, proporzionale con premio di maggioranza, garantisce che l’indomani del voto ci sia un sicuro vincitore, dotato del numero di seggi sufficiente per governare senza troppe mediazioni. Ed è questo che soprattutto premeva e preme al premier Renzi. Che non ha il tempo di attendere gli effetti benefici dell’uninominale a doppio turno, che non danno comunque la certezza di avere la maggioranza per governare. Che non poteva neppure permettersi di riportare il testo per ulteriori modifiche in Senato, dove non sarebbe stato sicuro di ottenere la maggioranza. Tradendo in ogni caso la sua immagine di leader che porta sino in fondo e vince le sue battaglie.

Quali modifiche poi? L’unica ulteriore modifica – che la minoranza Pd non aveva ottenuto – sarebbe stata l’eliminazione delle candidature plurime, che inficiano ulteriormente il rapporto tra elettori ed eletti. Ma per questo miglioramento Renzi avrebbe rischiato di perdere tutto. Una follia. Insomma un testo nato da una mediazione con Berlusconi e cresciuto con le mediazioni interne allo stesso PD, ma che corrisponde perfettamente ai desiderata del Leader e della sua maggioranza, che non ha interesse per i dettagli.

LE CRITICHE DRASTICHE DELLA SINISTRA

Le critiche di destra non meritano considerazione politica, la destra ha entusiasticamente votato quel testo di legge in Senato, nella prima fase, al netto dei mali di pancia di chi voleva le coalizioni o non le liste. Le critiche della sinistra interna ed esterna al Pd, sono drastiche, vanno al cuore del sistema, parlano di attacco alla democrazia, di presidenzialismo, di perdita delle garanzie. “Introduce di fatto l’elezione diretta del capo del governo senza dargliene i poteri e senza prevedere i contrappesi che esistono nei sistemi presidenziali, quindi modifica di fatto la Costituzione”. Non consente a chi vota di scegliere le persone.

Nel prisma della guerra a Renzi (e alla non piccola parte del partito che lo appoggia disinteressatamente) tutto è ammesso, forzature ed anche strafalcioni, marce, girotondi e scioperi. Ma nell’interesse di chi cerca di capire – magari da sinistra – se l’Italicum è il male assoluto, qualche precisazione è utile.

IMPROPRIO PARLARE DI ELEZIONE DIRETTA DEL CAPO DEL GOVERNO

Parlare di elezione diretta del capo del governo è improprio. È dal 2005 che sulla scheda elettorale sono presenti i nomi dei candidati premier. Ma già nel 1994 il Presidente della Repubblica non ha avuto scelta nel conferimento dell’incarico di formare il governo. Dove sarebbe la novità? Ma soprattutto, non si tratta di una elezione diretta, ma della scelta di un partito e quindi del capo di quel partito. Sarebbe come dire che l’attuale premier britannico Cameron è eletto direttamente. Cameron è il primo ministro britannico perché leader del partito che ha vinto le elezioni e fino a che lo rimane. Cameron può essere sfiduciato e sostituito da altro esponente dello stesso partito, senza che si debbano fare nuove elezioni.

Lo stessa cosa potrebbe accadere al leader di partito che vincerà le elezioni con l’Italicum (impossibile fare l’esempio di Renzi, che non è stato eletto). Parlare di presidenzialismo è uno strafalcione. Nel presidenzialismo ci sono due organi parimenti legittimati direttamente: parlamento e presidente con il suo governo. Proprio per questo c’è un complesso sistema di check and balances perché entrambi possano esercitare le proprie prerogative. È il sistema più “consociativo” perché le trattative sono necessarie. Ma qui la parola “presidenzialismo” è usata polemicamente per dire “concentrazione di poteri”.

LO SCONTRO SULLA DEMOCRAZIA MAGGIORITARIA

Veniamo dunque al punto. Lo scontro è sulla democrazia maggioritaria, che il PDS prima e il PD oggi insegue da circa 25 anni. Una forma di democrazia perfettamente compatibile con l’attuale Costituzione, che consente sia un assemblearismo forte sia un governo forte. In questo secondo modello (il primo lo abbiamo ampiamente sperimentato), se il partito al governo ha il consenso della sua maggioranza, il parlamento svolgerà un ruolo di continuum, anche critico, del governo, ma non di freno o antagonismo. La previsione del secondo turno (nessuno attualmente può arrivare al quaranta per cento al primo turno e quindi vincere) assicura poi che chi vince abbia realmente una solida maggioranza, e un premio di maggioranza non eccessivo, quale che sia la quota di voti cui giunge (340 seggi su 630). Laddove non si tratta di pura lotta contro chi è riuscito a diventare segretario del partito e primo ministro, si tratta di nostalgia per quella forma di democrazia.

E l’opposizione? Essendo il nuovo sistema proporzionale nei voti alle liste, avrà un congruo numero di seggi. Ma – si obietta – la minoranza sarà frammentata a causa della soglia al tre per cento (il gigante con i nani, l’albero con i cespugli). A parte ricordare che la soglia al tre per cento l’ha chiesta e ottenuta la minoranza PD, è normale che il comportamento delle forze politiche si adegui ai sistemi elettorali. Questo sistema spinge i partiti al bipolarismo e progressivamente al bipartitismo. Per noi, il partito a vocazione maggioritaria di Veltroni. Il “prodotto” della nuova legge non sarà la fotografia della situazione “partitica” attuale.

Infine, in un sistema in cui grazie al premio di maggioranza la previsione della maggioranza assoluta non è più garanzia di condivisione da parte della minoranza, dovranno essere ripensate le percentuali di voti necessari per l’elezione degli organi di garanzia. Ma questa è questione che non riguarda la legge elettorale, che entrerà in vigore a riforma costituzionale approvata, bensì appunto la riforma costituzionale. C’è modo e tempo per verificare che questi correttivi vi siano.

Una risposta a “L’Italicum ora è legge, e non è il male assoluto

  1. Apprezzo e stimo Adriana Vigneri da sempre,ma questa volta non sono d”accordo. Il premio di maggioranza mi ricorda – e non solo a me – la “legge truffa” e i nominati,forse con più leggerezza, ci sono sempre.No,è una brutta legge,e non giochiamo con le parole :presidenzialismo !

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