La Cooperazione italiana e l’Expo2015. Parla il direttore Giampaolo Cantini

LUCAS DURAN
Tagliato il nastro inaugurale di EXPO 2015, dedicata al futuro del pianeta e in vista dell’adozione della nuova Agenda per lo Sviluppo Sostenibile post 2015 da parte dell’ONU, intervista col Direttore Generale della Cooperazione italiana allo Sviluppo, Giampaolo Cantini.

Giampaolo Cantini, Direttore Generale della Cooperazione italiana allo Sviluppo, presso il centro di registrazione dei rifugiati siriani dell’UNHCR a Zahle, in Libano

Giampaolo Cantini, Direttore Generale della Cooperazione italiana allo Sviluppo, presso il centro di registrazione dei rifugiati siriani dell’UNHCR a Zahle, in Libano

Expo 2015: Nutrire il pianeta – Energia per la vita. Cosa rappresenta un tale incipit e come lo interpreta la Cooperazione allo Sviluppo italiana?
Nutrire il pianeta – Energia per la vita è in sintesi per noi la tematica dello sviluppo sostenibile, cioè il futuro del pianeta, fondato sull’uso razionale delle risorse, sull’equità e l’inclusione. L’obiettivo di fondo della comunità internazionale è quello di sradicare la fame, la malnutrizione e la povertà estrema nell’arco di una generazione. Tutto questo è possibile. Significa, però, innanzitutto produrre sufficiente cibo con un uso più razionale delle risorse e con l’apporto di una tecnologia che sia al contempo sostenibile e accessibile ai piccoli coltivatori. Una nuova visione che è in corso di elaborazione in questi mesi con un negoziato alle Nazioni Unite per l’elaborazione di un’agenda che sarà adottata in un vertice di capi di stato e di governo nel settembre prossimo.

Il 2015 è un anno cerniera nella lotta contro la fame nel mondo, tra gli obiettivi sottoscritti nel 2000 dall’ONU e la nuova Agenda per lo Sviluppo Sostenibile. Cominciamo dal bilancio di quanto fatto in questi tre lustri. Quanto possiamo ritenerci soddisfatti?
Sono stati conseguiti degli obiettivi importanti, se pensiamo alle condizioni di povertà estrema, vale a dire la realtà di chi vive con meno di un dollaro e 25 centesimi al giorno. Ebbene, il numero d’individui che vivono in queste condizioni si è dimezzato dal 1990 al 2010, migliorando di fatto la qualità di vita di circa 700 milioni di persone. Altri due dati significativi riguardano la scolarizzazione, con la riduzione da 100 a 60 milioni del numero di bambini privi di istruzione primaria e la mortalità infantile, quasi dimezzata tra il 1990 e il 2012. Nonostante ciò, 1 miliardo e 200 milioni di persone vivono ancora al di sotto della soglia di povertà estrema, più di 800 milioni soffrono di fame e di malnutrizione, un bambino su quattro soffre di ritardo nella crescita e 126 milioni di giovani, di cui il 62% sono bambine, non sanno leggere, né scrivere.

Dicevamo un anno cerniera: nel prossimo mese di settembre l’Assemblea dell’ONU sarà chiamata ad approvare l’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile post 2015. In che cosa essa si collega agli Obiettivi del Millennio e in cosa se ne differenzia?
L’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile riprenderà, ampliandoli, i grandi obiettivi, come lo sradicamento della fame e della povertà, l’accesso all’istruzione primaria universale, la riduzione della mortalità infantile. Ad essi si aggiungeranno i temi ambientali secondo la linea emersa alla Conferenza di Rio + 20 del 2012, incorporando in una visione unitaria e integrata la dimensione economica, sociale e ambientale dello sviluppo. Al centro dell’Agenda ci sarà la tematica dei diritti umani e politici e, in generale, di quello che si suole definire governance. C’è poi un’altra caratteristica fondamentale: sarà un’agenda universale. Ciò significa che porrà obblighi per tutti gli stati, indipendentemente dal loro grado di sviluppo e quindi ci sarà una responsabilità reciproca: tutti gli stati saranno tenuti a riferire periodicamente, in sede ONU, sull’attuazione degli obblighi dell’Agenda.

I nuovi scenari mondiali, con le accelerazioni avvenute in particolare nei paesi coinvolti nella cosiddetta primavera araba e il fenomeno, spesso tragico, del flusso dei migranti, come influiscono, se lo fanno, sull’azione della cooperazione allo sviluppo portata avanti dall’Italia?
Rispondo attraverso un riferimento importante. La Tunisia, che già era un paese prioritario per la Cooperazione italiana, è un caso significativo di come noi abbiamo reimpostato i programmi di cooperazione, per esempio attraverso il sostegno al processo elettorale che ha condotto alle delicate scadenze elettorali dello scorso anno, prima le presidenziali e poi le politiche. Abbiamo così agito in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), realizzando altresì un piano di promozione della cittadinanza e di sostegno alla crescita della società civile. Ultimamente abbiamo anche finalizzato un importante programma di conversione del debito per 25 milioni di euro, sulla cui base l’Italia ha rinunciato alla restituzione di vecchi crediti di aiuto in cambio dell’istituzione di un fondo in valuta locale da parte del governo tunisino per realizzare programmi ad alto impatto sociale.

Un altro esempio d’impegno della cooperazione italiana riguarda la situazione dei rifugiati in Siria e ancor più nei paesi limitrofi, come Libano, Giordania e Iraq. Su questo siamo intervenuti a più riprese per un totale di oltre 65 milioni di euro. Alla Conferenza di Kuwait City del 31 marzo scorso abbiamo annunciato per quest’anno lo stanziamento di ulteriori 18 milioni di euro che metteremo a disposizione di questa gravissima crisi che rischia, tra l’altro, di destabilizzare i paesi vicini.

Nelle grandi riunioni e nei meeting internazionali capi di stato e di governi prendono regolarmente impegni per stanziamenti importanti contro le piaghe che affliggono paesi più poveri o quelli colpiti da catastrofi naturali che poi, molto spesso, non vengono onorati, in parte o del tutto. Come mai?
Attualmente, almeno nei tempi più recenti, c’è molta più attenzione da parte delle autorità italiane a fare questo tipo di annunci e soprattutto quando lo si fa, s’intende onorarli. Noi per esempio, come Cooperazione italiana, per la crisi di Ebola in Sierra Leone abbiamo onorato l’impegno preso, effettuando l’erogazione materiale nei tempi previsti. Da un lato quindi c’è un forte richiamo a un maggiore realismo negli annunci delle cifre, dall’altro, con gli ultimi governi, la volontà di onorare impegni che erano stati annunciati nel corso degli anni 2000 e poi non onorati.

All’Italia, come anche ad altri paesi industrializzati, viene rimproverato da anni il mancato deciso avvicinamento a parametri di stanziamenti relativi al PIL ritenuti congrui per un sostegno più adeguato alla cooperazione allo sviluppo. Che segnali vi sono in questo senso?
Anche qui direi dei segnali positivi. Naturalmente sappiamo che l’Italia ha raggiunto dei livelli molto bassi di Aiuto pubblico allo sviluppo. Ricordo che nel 2012 i nostri stanziamenti erano scesi a una percentuale sul Reddito nazionale lordo dello 0,14%. Per il 2014 il dato non è ancora definitivo, ma dovrebbe raggiungere lo 0,17%. Nell’ultimo Documento di Economia e Finanza è inserito un box che riguarda proprio l’Aiuto pubblico allo sviluppo, dove viene definito un percorso di medio periodo che dovrebbe portare ad elevare questa percentuale dallo 0,17% allo 0,24% nel 2018 e allo 0,30% nel 2020. E’ un percorso molto graduale, ma anche realistico, considerando le condizioni economiche e finanziarie del nostro paese. Tuttavia la coscienza che sia necessario fare di più è presente a livello delle più alte istituzioni e delle più alte cariche dello stato.

Quando si parla di Cooperazione italiana allo sviluppo a cosa ci si riferisce? In altre parole può aiutarci a far comprendere qual è la realtà che lei dirige, magari con alcune cifre da lei ritenute più significative?
La Direzione Generale attualmente ha 512 unità di personale, in 17 uffici nel mondo. In questo includiamo tutte le componenti, quindi il personale di ruolo del Ministero degli Esteri, gli Esperti dell’Unità Tecnica Centrale e delle Unità Tecniche Locali, il personale a contratto locale. Si tratta di numeri modesti rispetto ad organismi di cooperazione governativi di altri paesi europei, se pensiamo che nel Regno Unito, ad esempio, il Dipartimento della Cooperazione ha più di 2.000 unità distribuite in 28 uffici del mondo e che l’equivalente organismo tedesco conta addirittura più di 15.000 addetti.

Nell’agosto dello scorso anno il Parlamento ha approvato la nuova e lungamente attesa Riforma della Cooperazione. Quali i segnali fin qui dei cambiamenti introdotti?
Intanto un grande dibattito tra istituzioni, società civile e settore privato sulla configurazione della nuova cooperazione. Un confronto utile c’è stato anche sul ruolo importante che potranno avere le imprese e Cassa Depositi e Prestiti. A breve sarà convocato per la prima volta il Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo che riunisce le varie componenti, da quelle istituzionali, al settore privato, dalla società civile, alle fondazioni. Anche i vari testi regolamentari sono in fase di attuazione. Ritengo che tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo entrerà in funzione il nuovo assetto istituzionale e organizzativo della Cooperazione.

Terminiamo, tornando a Milano: con uno sforzo di proiezione, cosa la farebbe sentire, in qualità di Direttore Generale della Cooperazione allo Sviluppo, soddisfatto a fine evento? In altre parole, qual è l’auspicio che, aldilà delle polemiche che ne hanno caratterizzato la fase di preparazione, lei si sente di pronunciare, ad Expo 2015 appena inaugurata, in materia di cooperazione allo sviluppo?
Noi abbiamo di fronte un obiettivo complesso nella realizzazione, ma direi semplice nella comunicazione, che è quello di fare informazione e di rendere i visitatori, sia quelli effettivi di Expo, ma anche i visitatori virtuali che saranno tantissimi da ogni parte del mondo, più consapevoli della visione dello sviluppo sostenibile. Il che si traduce, senza dubbio, nell’uso più razionale delle risorse, come anche in comportamenti individuali in tema per esempio di abitudini alimentari e nutrizionali. Tuttavia lo sforzo che sottende il tema di Expo è quello di andare oltre e rendere noi tutti consapevoli che il problema non si esaurisce nella corretta nutrizione o nel corretto stile di vita, ma che la tematica è globale, riguarda tutte le parti del pianeta. Quello che per noi è lo spreco alimentare, nei paesi in via di sviluppo è un problema di perdite alimentari, le perdite cosiddette post-raccolto, è un problema di accesso ai mercati, è un problema di riconoscimento del ruolo fondamentale della donna nella produzione agricola e nella distribuzione del cibo, è un problema di accesso al micro-credito. Quello di cui vogliamo rendere consapevoli – e di questo consapevoli soprattutto le giovani generazioni – è che il futuro del pianeta appartiene a loro.

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