Clinton, che cosa c’è in un nome?

GUIDO MOLTEDO
Hillary Clinton, si votasse oggi, sarebbe presidente degli Stati Uniti, il numero 45 nella storia americana. La prima donna presidente entrerebbe alla Casa Bianca, non con il suo cognome, Rodham, ma con quello del marito, Bill Clinton. ENGLISH VERSION

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Se le cose andassero diversamente e, tra i suoi avversari repubblicani, dovesse prevalere Carly Fiorina, l’ex numero uno di Hewlett-Packard, anche in questo caso la presidentessa avrebbe al suo fianco un First Man a cui deve il suo cognome, Frank Fiorina.

Nella politica americana, ai più alti vertici, sono numerose le donne con il cognome del marito, come Nancy Pelosi, nata D’Alesandro, già presidente della camera e attuale capogruppo dei democratici, o la senatrice Barbara Boxer, nata Levy, o la giudice della Corte suprema Ruth Ginsburg, nata Bader. Elizabeth Warren, nata Herring, portabandiera della sinistra democratica, è sposata dal 1980 con Bruce Mann, e porta il cognome del primo marito, Jim Warren.

I giornali, d’altra parte, se non raramente, riportano il cognome da nubile di una politica o di una manager, anche se, curiosamente, è di prassi scrivere anche l’iniziale del secondo nome di un personaggio pubblico, specie se membro di una dinastia (George W. Bush).

Nell’etichetta corrente, è ancora in uso in America che una coppia sia presentata, nelle occasioni formali, addirittura solo con il nome e il cognome del marito. Il nome della moglie non è neppure menzionato.

Eppure, negli Stati Uniti, dove non c’è università di alto o basso rango che non abbia un dipartimento o un field di women studies e/o di studi di genere, e dove è tuttora molto elevata l’attenzione alla “correttezza politica”, non sorprende la scelta di Hillary (e di Carly) e di altre donne di potere.

Il costume però sta cambiando, le eccezioni sono sempre più numerose, in tante sfere della vita americana, anche per via del notevole aumento delle donne in carriera e in posti di potere.

Quel che spinge verso questo cambiamento – usare ognuno il proprio cognome – è anche la presenza sempre più visibile dei gay nella società, nella politica, nelle forze armate, nelle religioni, negli affari. Che tra l’altro pone problemi inediti nei “codici di comportamento” (la stessa distinzione dei bagni pubblici, per donne e per uomini, è messa in questione nelle aree liberal degli Usa). Già ci si chiede come riferirsi al partner o alla partner di un futuro presidente gay o lesbica, uno scenario non così lontano, dopo l’elezione del primo africano-americano e, forse, della prima donna.

Interessante notare come nelle campagne elettorali sia sempre più d’uso lasciare cadere il cognome di un candidato, puntando solo sul nome, specie se è un nome facile da memorizzare o che può facilmente diventare iconico. Nella campagna di Clinton, lei è solo Hillary ormai, c’è solo il suo nome sulle spille, sugli adesivi e sui manifesti della sua campagna. Anche Carly Fiorina, quando combatté lo scorso anno contro Barbara Boxer per uno dei due seggi senatoriali della California, e perse, guidò la sua campagna semplicemente come Carly.

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Questo “stratagemma” comunicativo non solo serve ad avvicinare il candidato al suo pubblico, a farlo apparire uno come tutti gli altri, ma in certi casi serve anche a tenere in bilico, su un doppio livello di comunicazione, la questione del nome e del cognome. Nel caso di Jeb Bush, è evidente che egli punti più sul suo nome che sul cognome, senza per questo ovviamente rinunciare a tirarlo fuori, se e quando serve (per esempio quando incontra i grandi finanziatori della sua campagna elettorale, per i quali Bush è un marchio di garanzia).

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Barack Obama aveva un problema opposto. Far dimenticare il suo secondo nome, Hussein, e non far sembrare troppo esotico e “non americano” il suo “funny name”, il suo nome buffo, come lui stesso lo definiva, assumendo un atteggiamento il più possibile improntato alla gravitas della sua alta carica, come si conviene a un ex di Harvard e della Columbia. Fino ad apparire altezzoso e cerebrale, l’opposto dello stereotipo caricaturale in genere cucito addosso agli africano-americani. Ciononostante, la campagna della destra più cretina e brutale contro la sua cittadinanza americana “abusiva” è stata ed è uno dei fenomeni più vergognosi che hanno accompagnato la sua presidenza.

Nella società americana, mobile e demograficamente estremamente variegata, nella quale la pronuncia dei nomi e dei cognomi non anglosassoni è spesso sorprendentemente deformata, e dove tanti cognomi, proprio per la difficoltà della loro pronuncia e del loro spelling, sono stati modificati o cambiati, o sono cambiati anche solo per capriccio e con facilità, può però accadere che a un candidato sia chiesto non perché abbia cambiato cognome ma perché l’abbia fatto e non l’abbia comunicato come si deve alla stampa e al pubblico.

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Capitò a Gary Hart, nel 1988, il “new democrat” che aveva non solo il sorriso ma tutte le carte in regola per diventare un nuovo John Kennedy, e che fallì miseramente nell’impresa non solo per le sue vicende piccanti di tradimento coniugale ma anche per aver cambiato a venticinque anni il suo cognome da Hartpence in Hart, e aver fornito date di nascita diverse, dando di volta in volta spiegazioni curiose. Il che rafforzava l’immagine del bugiardo (a proposito della sua relazione con Donna Rice) e inaffidabile che gli aveva costruito addosso la campagna mediatica avversaria (fu il primo scandalo sessuale a pesare sulle sorti di un politico americano).

È chiaro che la prospettiva di una Madam President offre una gran quantità di temi a un circo mediatico affamato che guarda sempre più agli aspetti “very personal” dei candidati. E naturalmente la curiosità giornalistica è già almeno al cinquanta per cento indirizzata verso Bill, a cosa farà durante la campagna elettorale e a come si comporterà una volta, di nuovo, alla Casa bianca, questa volta come First Man.

Già, come chiamarlo? Lo scorso gennaio, alla giornalista Rachael Ray che gli chiedeva come volesse che fosse chiamato, ha scherzato: “Adam”. Come il Primo Uomo sulla terra.

Inevitabilmente riemergerà la storia triste e dura che accompagna questo cognome celebre.

Il cognome del padre di Bill è Blythe, come ha raccontato lo stesso ex-presidente nelle sue memorie, “My Life”. William Jefferson Bltyhe, che era un commesso viaggiatore, morì in un incidente stradale, il 17 maggio 1946, mentre guidava da Chicago a Hope, in Arkansas, per tornare da sua moglie, Virginia. Lo scoppio di una gomma lo portò fuori strada, in un canale di drenaggio. E “morì annegato, aveva 28 anni, era sposato da due anni e otto mesi, solo sette dei quali passati con mia madre”.

MY LIFE

William Jefferson III, che poi tutti avrebbero chiamato Bill, sarebbe nato tre mesi dopo. Nel 1950 Virginia sposa Roger Clinton, un concessionario locale di automobili Buick. Personaggio difficile, dedito all’alcool, violento con la moglie e con Roger jr, il fratellastro di Bill, e spesso Bill deve intervenire fisicamente per fermarlo. Ma vuole bene al patrigno, da cui prenderà il cognome, quando la madre si risposerà con Roger dopo un breve divorzio, e gli sarà molto vicino quando morirà di cancro.

Il cognome di quell’uomo irascibile e violento, morto per l’abuso dell’alcol, è entrato nella storia presidenziale d’America. Come il funny name di Barack Obama. Perché tutta la storia americana, dell’ordinary Joe e del presidente, è fatta anche di queste storie, spesso proprio di queste storie.

Una risposta a “Clinton, che cosa c’è in un nome?

  1. In tutta franchezza negli USA (e ,credo,non solo là)i nomi e i cognomi sono misteri. Alle donne converrebbe non sposarsi : nascere con un cognome e quello mantenere.Se personalmente mi presentassero col cognome – e non parliamo del nome – di mio marito,sarei imbufalita.Quanto ai gay,non vedo proprio il problema. Relativamente infine al nome (noi lo chiamavamo “di battesimo”),anche da noi si inizia ad indicare una persona così,soprattutto fra i giovani. Giovani che cominciano una frase con “mi ha detto Giovanni,mi ha detto Giuseppe,mi ha detto Maria….”.Chi siano,mah !.L”abitudine poi si comincia a diffondere anche fra i non giovani ; ai call center ad esempio si presentano senza cognome. Fa più giovane,fa più amichevole ?

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