Bibi III, un governicchio dopo la vittoria squillante

JANIKI CINGOLI*
Se si parte dalla squillante e inaspettata vittoria di Bibi Netanyahu nelle ultime elezioni israeliane, con i trenta seggi vinti, il punto di arrivo nella formazione del Governo, che può contare solo su 61 seggi su un totale di 120 della Knesset, è sconsolante.

Knesset

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Si tratta di un governo fragile, lacerato dalle contraddizioni, esposto alle bizze non solo di un ministro ma anche di un singolo parlamentare. E che già deve fare i conti con la rivolta in atto nel Likud contro le eccessive concessioni ai partner.

Forse la radice di questo risultato così magro sta proprio in quella vittoria: per arrivarci, il leader israeliano non ha esitato a cannibalizzare i suoi alleati della destra, spolpandoli. Le elezioni non hanno segnato uno spostamento a destra, ma solo una ridislocazione all’interno della destra, a favore del Likud. E quei partiti minori gli hanno reso la pariglia, come ha fatto Avigdor Lieberman, il suo ex Ministro degli Esteri, leader di Yisrael Beytenu, che a tre giorni dalla scadenza del mandato presidenziale per la formazione del governo ha annunciato che non vi avrebbe partecipato. Nella posizione assunta da Avigdor Lieberman vi era anche una motivazione politica: il peso essenziale assunto dai Partiti religiosi, i primi a chiudere l’accordo con il Premier incaricato: con la messa in discussione delle leggi approvate nella passata legislatura sulla coscrizione obbligatoria.

La mossa di Lieberman ha lasciato Netanyahu indifeso di fronte alle estorsioni di Naftali Bennet, leader del partito di estrema destra “La casa ebraica” (HaBayit HaYehudi), che con otto seggi (rispetto ai dodici precedenti) ha ottenuto tre ministri “pesanti” (Educazione, Giustizia e agricoltura), recuperando così in termini di ministri quanto gli era stato sottratto in termini di voti.

Si può immaginare quanto progressista potrà essere la legislazione che verrà portata avanti dal nuovo ministro, a quali principi di pluralismo sarà improntato il sistema scolastico.

Ai partiti religiosi, Shas (sefardita) e Degel Ha Torah (Aschenazita), Netanyahu aveva già concesso tutto il possibile, dal Ministero dell’Economia a quello degli Affari Religiosi, alla messa in mora delle possibili incriminazioni per i giovani ortodossi renitenti alla coscrizione obbligatoria.
Ma la regressione sui temi della uguaglianza dei giovani coscritti di fronte alla leva rischia di cozzare contro il diffuso senso comune, che sempre più fortemente richiede di “dividere il carico” tra tutti i cittadini, e mal sopporta che una componente così larga della popolazione si sottragga al processo produttivo, rifugiandosi nelle scuole talmudiche a spese dello Stato.

L’altro partito vincitore delle ultime elezioni, con dieci seggi, Kulanu, che era uscito dal Likud caratterizzandosi come partito moderato di centro, ottiene per il suo leader Kahlon il prestigioso ministero delle finanze. Ma occorrerà vedere quanto spazio una coalizione così fragile sarà in grado di garantire al suo ambizioso piano di riforme dell’economia.

L’impressione più diffusa è che questa coalizione così precaria sia destinata a durare poco: molti pensano che Netanyahu cercherà di trovare “volenterosi” nella formazione di Lieberman, o anche in quella diretta da Yair Lapid, Yesh Atid partito di centro-sinistra laico. Secondo altri, egli spera che nel il Partito Laburista ci siano sconvolgimenti, con la sostituzione di Herzog e l’elezione di una leadership più favorevole alla formazione di un governo di unità nazionale.

Ma non si può certo escludere che si tratti dei soliti “wishful thinking<!–mo”. Il nuovo governo ora sarà misurato alla prova dei fatti.

A livello internazionale, nessuno punta un soldo bucato sulla ripresa del processo negoziale. Non si può non cogliere un filo di ironia nella dichiarazione di Obama, che si dichiara pronto a lavorare con il nuovo Governo israeliano sugli aspetti militari, di intelligence e di sicurezza, nonché sull’Iran e buon’ultima, la ricerca di una soluzione a Due Stati tra Israele e Palestina. La realtà e che fino a dopo giugno tutto l’impegno di Obama sarà finalizzato alla conclusione dell’accordo con l’Iran sul nucleare, e qualsiasi altra questione, incluso il conflitto israelo-palestinese, è vista solo come fastidioso elemento di potenziale disturbo, da accantonare fino a nuovo ordine.

E’ quanto gli USA hanno detto ai francesi e in generale agli europei, che si proponevano di riproporre nuovamente una proposta di risoluzione su quel conflitto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU: fino a dopo giugno non se ne parla, se non si vuole andare incontro al nostro veto.
Dopo giugno… Ma dopo giugno gli Stati Uniti andranno incontro alla campagna per le primarie presidenziali, e la finestra di opportunità rischia di chiudersi di nuovo.

*direttore del CIPMO

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