“Francesco, il primo papa post-conciliare”. Parla Massimo Faggioli

JOÃO VITOR SANTOS
Papa Francesco, la sua chiesa, il suo rapporto con il Concilio Vaticano II, il suo orizzonte, i suoi avversari. Ne parla Massimo Faggioli, professore di storia del cristianesimo alla University of St. Thomas a Minneapolis/St. Paul in una conversazione pubblicata dal sito on line dell’Instituto Humanitas Unisinos di São Leopoldo (Rio Grande do Sul, Brasile).

A che punto si trovava la Chiesa quando è stato eletto Papa Jorge Mario Bergoglio?
La chiesa era in un momento di crisi grave: non solo per gli scandali della Curia romana, ma anche per la sensazione chiara che il cattolicesimo non potesse sopportare ulteriori spinte all’indietro rispetto al concilio Vaticano II (liturgia, ecumenismo, ecclesiologia, etc.). Le dimissioni di Benedetto XVI sono anche, in un certo senso, la presa d’atto della crisi di un paradigma teologico. In questo senso Jorge Mario Bergoglio-Francesco del 2013 è un papa diverso da quello che sarebbe stato se fosse stato eletto nel 2005.

Francesco desacralizza la figura del Papa? Con quali conseguenze, anche rispetto a suoi predecessori?
Francesco la desacralizza nel senso di spogliarla del tutto degli elementi della corte romana, anche dall’aura di infallibilità retroattiva: quando Francesco parla di sé e del suo passato nella celebre intervista con Antonio Spadaro SJ a Civiltà Cattolica (19 settembre 2013) ci offre uno spaccato straordinario della sua biografia in termini molto umani. Francesco prosegue sulla via aperta da Giovanni XXIII e i successori, con la differenza che la sua carriera ecclesiastica non è stata affatto lineare, ma molto “incidentata” e imprevista. Questo offre un contributo-chiave al tema del pontificato, la misericordia.

In che relazione si pone con le idee del Concilio Vaticano II e in che modo è diverso da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI erano uomini del concilio Vaticano II e il loro pontificato è impegnato anche a correggere le traiettorie del concilio. Francesco accetta il concilio come il dato fondamentale della chiesa oggi, senza impegnarsi a ridiscutere il post-concilio. È una differenza fondamentale. In un certo senso Francesco è il primo papa pienamente post-conciliare, con nessuna nostalgia per il pre-concilio.

Il suo atteggiamento post-conciliare contribuisce a “riformare” la Chiesa. Come?
Essenzialmente in una recezione piena del concilio Vaticano II, ma specialmente dell’intuizione fondamentale di Gaudium et Spes sul rapporto tra chiesa e mondo: un’accettazione della dimensione storica e umana della chiesa, senza venire meno alla vocazione profetica della chiesa nel mondo. Le riforme che Francesco propone sono volte a de-mondanizzare la chiesa, ma senza astrarla dal mondo concreto.

Oltre ai temi conciliari, e considerando la storia della Chiesa, dove trae ispirazione Papa Francesco? Chi potrebbe essere il predecessore più vicino a Francesco?
Il più vicino è certamente Giovanni XXIII: ci sono molte somiglianze non solo tra le loro biografie, ma anche tra i loro pontificati. Ma ci sono dal punto di vista intellettuale anche alcune affinità con Paolo VI, specialmente con l’esortazione Evangelii Nuntiandi di Paolo VI.

C’è opposizione a Bergoglio? E come si configura?
Ci sono radici diverse tra loro. C’è una opposizione istituzionale (quelli dello status quo ecclesiastico), una opposizione teologica (gli stessi che sono contro il Vaticano II) e una opposizione politica (quelli che vedono in Francesco un papa che non comprenderebbe la necessità per il cattolicesimo di essere politicamente conservatore). Coloro che si oppongono a Francesco hanno un mix di queste tre diverse mentalità. Ma l’ostacolo certamente maggiore è quello rappresentato dagli episcopati, dai vescovi nominati nei trenta anni precedenti, specialmente in alcuni paesi come gli USA.

Con l’annuncio del “Giubileo della misericordia”, Papa Francesco imprime un cambiamento, un “riorientamento” nella Chiesa? Come e di quale portata?
Il cattolicesimo di papa Francesco si esprime nella capacità di unire vecchio e nuovo, radicalismo evangelico e devozioni. Uno di questi casi è il giubileo straordinario della misericordia, annunciato il 13 marzo scorso e delineato con la bolla pubblicata l’11 aprile, Misericordiae Vultus. Gli elementi tradizionali si rifanno a quelli dello strumento giubilare della cristianità medievale, ma il contesto in cui si colloca la decisione del papa promette di preparare un giubileo diverso da quello dell’anno 2000. In questo senso è carico di significato l’ampio paragrafo in cui Francesco motiva la scelta della data dell’8 dicembre 2015: “nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia” (par. 4). La lunga citazione del discorso di apertura del concilio da parte di Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia, ha un rilievo simile a quello che ha la stessa citazione nell’esortazione Evangelii Gaudium: la decisione di un giubileo attorno al tema della misericordia a partire da una cesura storica iniziata col Vaticano II conferma i parallelismi tra Francesco e Giovanni XXIII e tra le due stagioni storico-teologiche. Francesco non tralascia di richiamare le potenzialità ecumeniche e interreligiose del giubileo – una delle continuità col giubileo di Wojtyla, tra molte discontinuità. I tempi e i modi del giubileo di Francesco, così come alcuni passaggi tematici della bolla, fanno sperare in un giubileo meno centrato su Roma e meno giocato sui grandi eventi: l’enfasi sui poveri e sulle periferie, l’accento posto sulla corruzione e sulle lusinghe del denaro promettono un giubileo di segno diverso da quello di Giovanni Paolo II. Era solo quindici anni fa, ma sembra passato un secolo.

La figura di Francesco è entrata nelle grazie della stampa internazionale. A cosa si deve?
La stampa gradisce le novità e questo è sicuramente un fattore per la simpatia verso un nuovo papa. Ma ci sono novità di sostanza in papa Francesco che hanno catturato l’attenzione: i poveri, l’immigrazione, lo stile di vita del papa. Sono cose che rientrano nella percezione che l’opinione pubblica mondiale (cattolica e non) ha della chiesa cattolica, di quello che la chiesa cattolica dovrebbe anche occuparsi. In questo senso l’attenzione della stampa e quella dei fedeli di tutto il mondo sono molto simili.

In un articolo pubblicato su Global Pulse, nel febbraio di quest’anno, Lei caratterizza le conversazioni con i giornalisti a bordo dell’aereo papale come un segno distintivo dei viaggi di Papa Francesco. Perché?
Perché in quelle occasioni Francesco ha sempre detto cose notevoli, quasi come se la distanza da Roma lo facesse sentire libero di affrontare argomenti nuovi e diversi. Ma c’è anche la consapevolezza che durante i viaggi la copertura mediatica del papa è maggiore e quindi è il momento opportuno per dire certe cose.

Nello stesso articolo, Lei dice che “Papa Francesco entra nel sistema dei simulacri della nostra società attraverso la porta postmoderna dei media globali”. Cosa vuol dire?
Il sistema dei “simulacri” (per citare il filosofo francese Jean Baudrillard) è tipico del sistema comunicativo globale come sistema di simboli la cui realtà fattuale, il contenuto, può essere pieno o vuoto. Francesco è consapevole della necessità di riempire di contenuti la sua dimensione mediatica. In questo senso Francesco è rispetto a Giovanni Paolo II meno una star, ma maggiormente consapevole dei rischi del sistema mediatico.

Qual è la lettura geopolitica e geoculturale che Francesco ha dell’Europa? E del mondo
Dal punto di vista globale l’elezione di Bergoglio al pontificato assume il significato di una correzione di rotta impressa alla chiesa cattolica anche dal punto di vista della geopolitica del cattolicesimo. La chiesa latinoamericana, che divenne laboratorio della dottrina sociale della chiesa sotto Paolo VI, ha sofferto durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: per la lotta contro la teologia della liberazione prima, e per un chiaro eurocentrismo poi. Questa parte del cattolicesimo mondiale è emersa dal conclave con il cardinale gesuita, nonostante un’evidente mancanza di rappresentanza nel collegio cardinalizio: al momento del conclave del 2013 l’America Latina aveva il 42% dei fedeli cattolici di tutto il mondo (mezzo miliardo su un totale di 1,2 miliardi), ma solo 19 cardinali su 117, contro i 62 dall’Europa (dove oggi vive soltanto il 25% di tutti i cattolici). È una geopolitica nuova, che riconsidera il sud del mondo come decisivo per le sorti del globo e della chiesa. Il ruolo dell’Europa nel cattolicesimo globale è tutto da riscrivere.

traduzione di Sandra Dall’Onder

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