Chicago, dove la Storia studierà Barack Obama

Sarà Chicago, la metropoli dell’Illinois, a ospitare The Barack Obama Presidential Library, la biblioteca presidenziale di Barack Obama, dove gli storici e chi vorrà studieranno i documenti del primo presidente africano americano, il 44mo della storia degli Stati Uniti.

CHICAGO. Barack Obama ha scelto la città a cui si sente più legato e dove iniziò la sua carriera politica, preferendola a New York, dove studiò, alla Columbia, e a Honolulu, dove nacque, il 4 agosto 1961.
“Sono diventato veramente un uomo quando mi sono trasferito a Chicago. Ogni valore, ogni ricordo, ogni relazione importante per me è a Chicago. Mi considero un cittadino di South Side”, ha dichiarato Obama con un annuncio pubblicato anche su YouTube.

Obama lavorò Chicago, dopo gli studi, come community organizer nel South Side, i quartieri poveri della metropoli, prevalentemente abitati da africano-americani, una scelta coraggiosa, considerando che aveva davanti a sé una sicura e ben remunerata carriera di successo come avvocato, con studi a Harvard e Columbia. Fu poi eletto al senato dello stato dell’Illinois. Sua moglie, Michelle Robinson, è di Chicago e ha lavorato nell’amministrazione dell’University of Chicago. Le due figlie, Malia e Sasha, sono nate a Chicago.

Il Centro presidenziale comprenderà la biblioteca, il museo e l’istituto accademico da dove Obama lancerà programmi educativi e iniziative. La sua sede, dove, è ancora da decidere. La University of Chicago propone o il Washington Park o il Jackson Park, due aree verdi che si trovano entrambi nel South Side.
Gli uffici della Barack Obama Foundation, attualmente a Chicago, saranno invece trasferiti a New York, in un’area nel West Harlem offerta dalla Columbia University. La fondazione è stata creata nel gennaio 2014 da familiari e amici del presidente e della first lady per sovrintendere la scelta del luogo e la costruzione del Centro presidenziale.

Chicago, la chiamano “The Second City”. In realtà, con una popolazione di oltre 9.4 milioni di abitanti, è la terza città metropolitana in America, dopo New York e Los Angeles, che la sorpassò negli anni 80. La chiamano anche “The Windy City”, ma ce ne sono tante altre, di città ventose, nel nord degli Stati Uniti. E infatti non è solo la meteorologia a definirla così, ma soprattutto i suoi politici “long-winded” (chiacchieroni). È la città che ha visto Barack Obama maturare e affermarsi politicamente. Chicago.

Metropoli multiculturale, con una rilevante componente africano-americana e con una miscela etnica in costante e rapido cambiamento. Cuore economico nel centro del Midwest, che ha attraversato le diverse ere dello sviluppo, dall’agricoltura e dall’allevamento alla grande industria conserviera e manifatturiera, fino all’economia finanziaria e immateriale. Città-chiave del Partito Democratico, forte di un’organizzazione locale per molti versi simile a quella dei partiti di massa europei, degenerazioni clientelari comprese.

Città di cultura “alta” (sulla facciata della Chicago Symphony Orchestra c’è la gigantografia del suo direttore, Riccardo Muti, quasi di fronte lo splendido museo d’arte moderna, con la nuova ala di Renzo Piano), città di cultura popolare di qualità, musica blues e jazz eccellenti, centro universitario al top. Non ultimo, città carica di valenze simboliche: epicentro del ‘68 studentesco e poi, negli anni 80, della rivincita reaganiana, grazie al motore ideologico dei Chicago Boys. È la città di Harold Washington, il suo 51mo sindaco e primo sindaco africano-americano della metropoli, figura di spicco tra i leader di governo neri degli anno 80, i precursori di Obama. È una città dalle tante sfaccettature, Chicago, un prisma in cui si rispecchia bene la complessa biografia di Barack Obama, politica e non solo.

Nella metropoli dell’Illinois Barack Obama era stato per la prima volta a undici anni, un’estate, poco dopo la breve, ultima, visita di suo padre a Honolulu. Era arrivato il momento di conoscere il continente, aveva decretato la nonna Toot, forse anche nel tentativo di aiutare Barack a elaborare il dolore del nuovo, definitivo distacco dal papà. Seattle, Disneyland, il Gran Canyon, le Great Plains fino a Kansas City, poi lo Yellowstone Park. Un mese in giro sugli autobus Greyhound e nei motel della catena Howard Johnson. Ci fu anche un tappa, tre giorni, a Chicago, nel South Loop. Nella metropoli lungo il lago Michigan sarebbe tornato quattordici anni dopo, un’altra estate, fresco di specializzazione alla Columbia. Sarebbe diventata la sua città. E la sua attività di community organizer sarebbe via via diventata impegno politico professionale.

Nella metropoli in cui si mangia pane e politica e dove vigono ancora regole e rituali molto locali, l’affermazione di un personaggio venuto da fuori ed estraneo a quei meccanismi di cooptazione ha qualcosa di notevole.

Ho imparato a fare politica a Chicago”, ripeteva spesso, con il piglio di chi mette bene in chiaro che, dietro il suo aspetto affabile, c’è una scuola ruvida, che non consente debolezze e cedimenti. La sua città, avverte, “non è certo conosciuta per essere un posto che produce imbelli. Se ci danno addosso, rispondiamo”.
La politica, a Chicago, si chiama ancora Daley. Da oltre mezzo secolo, quel nome, non solo per i chicagoans, è sinonimo di un modo peculiare, e discutibile, di gestire il potere. Prima che Richard J. Daley, Dick per gli amici, fosse eletto sindaco, nel 1955, vigeva un sistema politico frammentato e inefficiente, condizionato dagli interessi dei quartieri e dei clan, a detrimento dell’interesse generale della città, una metropoli che riuniva e riunisce in sé diverse comunità. A Daley è intitolato il Daley Center

In epoche diverse è stata la più grande città lituana al mondo, la seconda più grande città ceca, la terza ebraica, svedese, polacca e irlandese. Senza contare le forti presenze italiana e africano-americana, e adesso quella dirompente dei latinos.

Oggi è guidata dal sindaco Rahm Emanuel, uomo-chiave nella prima campagna presidenziale di Obama e poi suo massimo consigliere alla Casa Bianca nel prima mandato. Non è un sindaco amato, è molto discusso, e piace poco alla popolazione africano americana, che ha contribuito di mala voglia alla sua rielezione lo scorso settembre per un secondo mandato in un sudatissimo ballottaggio contro Jesus “Chuy” Garcia, ex assessore della città e funzionario della contea di Cook, in Illinois. Emanuel ha ottenuto il 56 per cento dei voti contro il 44 per cento di Garcia, che se fosse stato eletto sarebbe diventato il primo sindaco latinoamericano della città. Entrambi appartengono al Partito Democratico ma ne rappresentano rispettivamente l’ala più centrista e liberale, e quella più a sinistra.

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