La “diversità” emiliana che resiste pure al terremoto

PIERGIORGIO PATERLINI
Bologna-L’Aquila sono 399 chilometri. Nemmeno nel Medioevo sarebbe stata chissà quale distanza, ma oggi fa ridere. Eppure in questi giorni penso che l’Aquila sia più lontana da Bologna che Venezia dalle Indie ai tempi di Marco Polo. Sono passati tre anni dal terremoto che ha devastato un pezzo della nostra regione. Non dico si sia fatto tutto, ma si è ricostruito, e la vita è ricominciata, perfino dentro la spaventosa crisi di questi anni. L’Aquila, a uno sputo da qui, sembra un altro continente. Sta esattamente come stava non tre ma sei anni fa. Macerie, immobilismo, malaffare. So quanto questo discorso sia pericoloso. Peggio, quanto sia odioso trattare le vittime da colpevoli. Dunque non azzarderò risposte in tre righe, ma una domanda voglio porla, a voce alta, per quanto scivolosa sia. Perché? Perché qui sì e là no? Qui una volta tanto la buona amministrazione – insieme alla buona volontà della gente – si è vista. Finanziamenti (chiesti, arrivati, spesi, e nessuna delle tre cose è scontata in Italia), olio di gomito, una diuturna lotta contro i due pericoli mortali, la burocrazia e la criminalità organizzata. Lo scrivo non per cerchiobottismo – un giorno addosso alla politica, un giorno a esaltare il defunto “modello emiliano” – ma perché da qualche tempo sento proprio i politici locali predicare che è ora di smetterla con l’idea che noi siamo più bravi. Come se quel poco di “diversità” che ancora riusciamo a mettere in campo fosse il residuo della vecchia ideologia comunista. Basta con la “diversità”, dunque. Sarà per questo che vogliono chiudere il Cassero.

la Repubblica/Bologna 22 maggio 2015

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