Del co-sentire, del co-esistere e della convivenza

JANDIRA MORENO DO NASCIMENTO
Gli irlandesi chiamati a dire la loro sulle nozze gay e hanno risposto con una valanga di sì; a Roma 17 coppie di fatto si sono iscritte al registro delle unioni civili del Campidoglio alla presenza del sindaco, tre di queste erano gay; il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni ha messo al bando l’omosessualità nel suo paese; il Regno Unito si rifiuta di adattarsi alle nuove direttive europee sulle quote di rifugiati da ospitare; alcuni episodi di intolleranza razziale e religiosa tra minori si sono verificati in Italia nell’ultima settima.

Un quadro sicuramente incoraggiante per certi aspetti ma non ancora soddisfacente, quello che emerge dagli avvenimenti di quest’ultima settimana. Se da un lato stiamo facendo dei progressi verso l’inclusione e l’accettazione di alcune frange della società mi sembra altrettanto evidente che sembriamo poco preparati per un’ulteriore apertura.

Ci sarebbe molto da dire sul dove sia finito il senso dell’ospitalità e dell’accoglienza che abbiamo ereditato dagli antichi greci e che poi i romani hanno trasformato in inclusione dando la cittadinanza a quelli che si ritrovavano ad essere sottomessi, loro malgrado anche, al loro dominio. Mi si potrebbe obiettare che c’è un limite all’ospitalità, che non li possiamo ospitare tutti noi, che noi e gli antichi romani non siamo poi proprio la stessa cosa, visti i trascorsi temporali e storici etc etc.
Ma non accetto di buon grado quelle motivazioni che si danno oggigiorno: “non ci sono le condizioni per noi, come facciamo ad aiutare anche i diseredati” e via discorrendo, non posso accettare che le ristrettezze economiche ci facciano diventare homo homini lupus, che appiattiscano la nostra intersogettività, il nostro co-sentire.

Già perché come altre specie animali esistenti anche noi siamo dotati di neuroni specchio, situati nella parte ventrale del lobo frontale inferiore, che imitano esattamente il linguaggio gestuale che l’individuo sotto i nostri occhi compie facendoci partecipare delle sue azioni.

È così che ci riconosciamo tra uomini, che capiamo che abbiamo di fronte un altro essere del tutto simile a noi e capiamo che quello è un uomo ancora prima di pensarlo. La scoperta, resa nota da tre ricercatori italiani dell’università di Parma, Giacomo Rizzolatti, Vittorio Gallese e Leonardo Fogassi nel 2003, è valso loro il Grawemeyer Award for Psychology nel 2007. Dicendo che il nostro co-sentire è automatico e irriflesso e che le interazioni del nostro organismo corporeo con il mondo esterno sono sempre pubbliche e quindi condivise anche dagli altri hanno posto le basi per una fisiologia dell’empatia.

Quando sopraggiunge il linguaggio e con esso anche la possibilità di negare ciò che è reale allora sì che possiamo dire che quello di fronte a noi non è un uomo, ma è qualcos’altro, è diverso, non siamo noi. Ecco allora che la nostra capacità di co-sentire viene meno e diamo priorità a quelle forme linguistiche che possono anche negare la realtà e convincerci che essa sia un’altra, diversa da quella che percepiamo. E agiamo di conseguenza, disumanizziamo chi ci sta di fronte, basta un “non”.

Ma c’è un modo per riappropriarci della nostra capacità neurologica: possiamo affermare, attraverso la negazione della negazione, ciò che vogliamo siano gli altri per noi: non diversi, non brutti, non sporchi, non cattivi, non violenti, non parassiti. È una questione di costrutti linguistici ma che riporterebbe tutti alla condizione biologica di partenza.

Naturalmente, direbbero Gallese, Rizzolatti e Fogassi, siamo predisposti all’empatia che ci potrebbe a sua volta disporre alla co-esistenza e alla convivenza, evitando di annullare l’altro sulle basi delle piccole diversità che ci contraddistinguono, siano esse religiose, sociali, culturali di origine e di orientamento sessuale, con un mero costrutto linguistico che è la negazione.

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