Spagna al voto in uno “scenario italiano”

ETTORE SINISCALCHI
La Spagna affronta le elezioni amministrative. Si vota per il rinnovo delle Comunità autonome, 13 su 17, e per le municipali su tutto il territorio nazionale. Dopo il crollo delle europee di un anno fa, in cui gli elettori hanno potuto esprimere per la prima volta la disaffezione verso i partiti tradizionali – soprattutto verso Pp e Psoe, i cui voti complessivi erano crollati dall’81 per cento del 2009 al 45,7 – adesso il castello della “vecchia politica” trema davanti a un voto che non è più in gran parte d’opinione, ma assegna seggi veri e decide i governi delle città e delle regioni.

Il sistema politico spagnolo, come l’abbiamo conosciuto finora, era retto da un sostanziale bipartitismo, un contorno di partiti nazionalisti (in Catalogna, Paesi baschi e Galizia), della la sinistra rosso-verde e di qualche altro partito minore. Il sistema elettorale garantisce una sovrarappresentazione dei partiti nazionalisti rispetto ai voti assoluti, in genere speso, laddove la situazione lo consentiva, per trattare quote sempre maggiori di autogoverno in cambio dell’appoggio alle maggioranze di Madrid. Questo scenario, adesso, non esiste più e il voto si appresta a misurare la vastità dello sconvolgimento in atto.

Alle europee la sorpresa fu Podemos, il partito guidato dal giovane professore dell’Università Complutense di Madrid, Pablo Iglesias, che con la lista elettorale post-Indignados conquistò 7,9 per cento e 5 deputati, imponendosi come quarta forza. In quell’occasione venne anche registrata una lieve crescita della partecipazione, minore all’uno per cento, ma significativa, come vedremo più avanti. Quel voto fu il primo concreto segnale di una frattura profonda che in questo anno è proseguita incessantemente, come i sondaggi di voto e le inchieste di opinione hanno descritto, e che si prepara a esplodere nelle urne. Una frattura che si è allargata e che ha visto anche l’imporsi di un altro partito, Ciudadanos, che pesca però nel bacino elettorale del centrodestra.

Secondo tutti i sondaggi le elezioni sanciranno la crisi del sistema, anche se solo parzialmente questo cambiamento rappresenterà una rivoluzione della mappa amministrativa per quanto riguarda i governi delle Comunità autonome. Sommovimenti profondi invece si prospettano nei comuni e quanto a spostamento dei voti. Vediamo quindi lo scenario ipotetico con l’analisi delle inchieste elettorali degli ultimi mesi, fino allo stop della loro diffusione per l’ultima settimana di campagna.

Saltando il dettaglio delle cifre e restando nell’ambito dei governi delle Comunità autonome, il Pp ne uscirà ancora vincitore, conquistando probabilmente 9 regioni su 13, battendosela in Extremadura e Canarie e risultando il primo partito ma perdendo, rispetto alle scorse amministrative, almeno il 25 per cento dei suffragi. Il Psoe riconquisterà probabilmente le Asturie, e tornerà a governare una Comunità, ma perderà oltre il 15 per cento dei voti assoluti. Izquierda unida, che non governa nessuna Comunità, perderà un elettore su cinque.

Tutti partiti storici sono in grande affanno e regalano voti a Podemos e Ciudadanos che però non si limitano a conquistare i voti dei delusi. Tutte le indicazioni, infatti, fanno pensare che vi sarà un’affluenza maggiore rispetto alle scorse amministrative e che questi voti andranno ai due nuovi partiti. Grande impulso alla crescita dell’affluenza verrà dal voto giovanile, tra i 25 e i 35 anni, che conosce una mobilitazione importante, con un aumento stimato della partecipazione superiore al 5 per cento.

Più aperta la situazione nei comuni, dove lo sconvolgimento della mappa elettorale apre a cambi di governo nelle città. Da Madrid a Barcellona le amministrazioni potranno cambiare uscendo dal solco dell’alternanza Pp-Psoe (con la variabile dei partiti nazionalisti). I due partiti maggiori, infatti, molto difficilmente conquisteranno la maggioranza assoluta e dovranno aprire ad alleanze.

E non sarà facile, a guardare a quanto succede in Andalusia, dove il partito di maggioranza relativa, il Psoe, a sessanta giorni dal voto che si tenne in marzo, ancora non è riuscito a formare il governo e prosegue le trattative con Podemos, Ciudadanos e Iu. Non che i patti di governo locale siano inusuali ma in genere avvengono tra un partito ampiamente maggioritario e alleati minori. Questa volta tra il primo e il quarto partito ci saranno differenze percentuali inferiori al 10 per cento e questo apre uno scenario, assolutamente inedito per la politica spagnola, di alleanze tra uguali. Anzi, tra potenziali competitori per la leadership negli gli elettorati di riferimento, a destra come a sinistra. i commentatori spagnoli lo hanno già chiamato lo “scenario italiano”. E tutto sarà complicato dal fatto che a novembre ci saranno le elezioni generali e i partiti giocheranno sul tavolo dei governi locali con un occhio al prossimo voto. Questo vale soprattutto per Ciudadanos e Podemos, per i quali le giunte locali saranno il biglietto da visita ma anche la cartina di tornasole della loro reale capacità di innovare la politica e rispondere alla fiducia che gli elettori si apprestano a dimostrargli nelle urne. Il voto, e lo scenario politico che ne uscirà, li costringerà a misurarsi con la politica di governo, passando dalla rivendicazione e dalla denuncia della “Casta” alla realtà delle alleanze elettorali di governo, riuscendo a non perdere credibilità presso i propri elettori.

I popolari affrontano preoccupati questo voto. A differenza delle altre volte, quando comunque le esigenze e le influenze locali prendevano il sopravvento al momento delle urne, si trovano con un partito pronto a raccogliere i voti di elettori delusi da corruzione e scandali. Ciudadanos è cresciuto nei sondaggi in maniera rapida e impressionante. Formazione nata in Catalogna nel 2006, per rispondere agli elettori socialisti contrari alla svolta nazionalista del partito socialista locale, si è presto spostata a destra su temi come l’immigrazione. Uscendo dai confini della regione ha iniziato a intercettare il voto del Pp

Un’alternativa di destra che chiede buon senso, la fine della casta e lotta corruzione, presentandosi però sempre come moderata e di buon senso e non come populismo di destra. Il Psoe deve vedersela con un crollo deciso della credibilità e l’emorragia di votanti verso Podemos pare inarrestabile. Il giovane segretario Pedro Sanchez non è ancora riuscito a invertire la tendenza e il partito non ha ancora affrontato quel rinnovamento necessario per tornare a essere considerato un’alternativa credibile. Pur se locale e amministrativo, questo voto darà anche indicazioni sulla longevità della sua segreteria. Podemos affronta una prova importante. Giunto nei sondaggi a essere il primo partito del Paese, rientra sulla terra del voto vero mirando a consolidarsi per mettersi alla prova del governo. Avrà certamente un buon risultato ma punta soprattutto su città simbolo, come Madrid. Una vittoria della candidata Manuela Carmena, nella lista Ahora Madrid, sarebbe eccezionale per il movimento che, guidato da un ristretto gruppo di docenti e intellettuali, si fece partito per cambiare la democrazia spagnola.

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