Todo cambia in Spagna, ma Podemos non è grillismo né antipolitica

ETTORE SINISCALCHI
Todo cambia. Il voto di ieri rivoluziona la mappa amministrativa spagnola e mette una decisa ipoteca sul bipartitismo. Pp e Psoe perdono quasi il tredici per cento e 3,3 milioni di voti rispetto alle amministrative del 2011. Il crollo del Pp è imponente, oltre 2,5 milioni di voti e la maggioranza assoluta ovunque, anche nei feudi dove appariva impensabile. Le città più importanti passano alla sinistra, Barcellona è già vinta, o potrebbero con alleanze, come la capitale Madrid.

Il Psoe è il partito più votato nei municipi e riconquista regioni e città, pur perdendo quasi 800mila voti. Trionfa Podemos e va bene anche Ciudanos, ma molto al di sotto delle aspettative. Ridimensionati anche i partiti nazionalisti ma, se il Partito nazionalista basco (Pnv) mantiene il controllo dei suoi bastioni e riprende città alla sinistra nazionalista di Bildu, i partiti nazionalisti catalani perdono molte città. Pessimi risultati per Izquierda unida e UPyD, soppiantati dai due partiti nuovi. Iniziano da oggi settimane di passione per la formazione delle maggioranze nelle assemblee e per l’investitura dei presidenti e sindaci e dei governi regionali e municipali, in uno scenario di costruzione di alleanze tra pari, inedito per la democrazia spagnola.

Partiamo dal successo di Podemos
, il movimento nato nel maggio del 2011 che un anno fa si è fatto partito col programma di cambiare la politica spagnola. Le sue liste, spesso in coalizione con partiti e associazioni di base locali, ottengono grandi successi in città come Barcellona, Madrid, Saragozza, Valencia, Cadice e Santiago. In coalizione col Psoe potrà governare città e regioni. I risultati più emblematici sono quelli di Ada Colau, alcaldessa di Barcellona, e di Manuela Carmena, giudice emerito della Corte costituzionale spagnola, che è a un passo dalla poltrona della capitale.

In Italia si racconta Podemos come un’incognita, una lista populista, chavista e grillina che non ha ceto in grado di governare. Non è così. Il populismo si esaurisce nella retorica della Casta, inventata in Italia e di grande successo anche in Spagna, ma alla crisi dei partiti e della democrazia rappresentativa Podemos reagisce non chiedendo semplificazioni del processo democratico ma apertura del sistema e maggiore partecipazione, partiti democratici e fine della cooptazione anziché liderismo rottamatore. I totem della sinistra anticapitalista e internazionalista sono patrimonio di pochi e marginali. Podemos si è fatto partito aperto per cambiare la politica e i partiti concorrendo alle elezioni, non movimento padronale e verticistico come i 5 stelle, con sensibilità reazionarie e destrorse.

Ma, se non un’incognita, certamente è una prova, quella del governo e del governo di coalizione. Il passaggio da denuncia e rivendicazione alla gestione dei conflitti e dell’amministrazione. Un compito irto di incognite, peraltro già iniziato anche a prezzo di tensioni e abbandoni, ma che si poggia sull’ossatura di quella estesa rete civica spagnola di associazioni di vicinato e movimenti locali che costituiscono da sempre, anche durante il franchismo, la spina dorsale della società civile spagnola, ben più delle organizzazioni dei partiti e dei sindacati.

Il volto simbolo della nuova politica è Ada Colau. Fondatrice della Piattaforma vittime dell’ipoteca (Pah), che si è opposta al espropriazioni da parte delle banche delle case acquistate coi mutui, possibili dopo pochi ritardi nei pagamenti, aiutando soprattutto quella piccola borghesia proprietaria in affanno per la crisi economica e la perdita di lavoro. Ora, i responsabili della sicurezza catalana che organizzavano gli sgombri e le requisizioni e che più volte l’hanno fatta manganellare se la ritrovano come senyora alcaldessa di Barcellona.

Manuela Carmena, a Madrid, rappresenta invece la continuità con la storia della sinistra spagnola e le istituzioni democratiche. Fondatrice dello studio di avvocati del lavoro scenario della strage di calle Atocha, a Madrid, nella quale nel 1977 vennero uccisi a colpi di mitragliatrice cinque giuslavoristi dei sindacati e del Partito comunista, evento chiave di volta della legalizzazione del Pc e della costruzione della Transizione spagnola, è stata giudice costituzionale in quota Iu ed è riuscita a mobilitare gli elettori di sinistra in una città da anni bastione del Pp.

L’altro partito nuovo, Ciudadanos, ha ottenuto buoni risultati ma minori alle aspettative. Solo nella Comunità di Madrid, il distretto della capitale è equiparato a una regione, può essere determinante per permettere ai popolari di restare al potere tramite un’alleanza. In molti municipi è la terza forza ma i risultati sono molto inferiori alle aspettative e ai sondaggi. Quasi certamente ha pagato il fatto di essere destinato ad allearsi coi popolari, ricoprendo il ruolo di predestinata stampella del potere del Pp, malgrado gli slogan su rinnovamento e lotta alla corruzione.

Il partito del presidente del governo, Mariano Rajoy, è il grande sconfitto. Il fatto di essere ancora il primo per numero di voti assoluti non nasconde la realtà di una perdita di potere reale che pareva inimmaginabile. Sono perdute Extremadura, Castilla-La Mancha e la Comunità Valenziana, assieme a tutte le maggioranze assolute. Ciudadanos non ha i voti per aiutare nella formazione dei governi. Restano Castilla y León, La Rioja, Murcia e Cantabria.

Sconfitte anche le figure forti del partito. Nelle città, con Esperanza Aguirre a Madrid e Rita Barberá a Valencia che, malgrado guidino le liste più votate, rischiano di perdere la poltrona. Poi nelle Comunità autonome, con la segretaria generale del partito María Dolores de Cospedal, che non ha abbastanza seggi in Castilla-La Mancha, e Alberto Fabra, nella ex- roccaforte della Generalitat Valenciana.

L’impegno personale di Rajoy in campagna non è bastato, come la rivendicazione del miglioramento delle condizioni dell’economia propagandata in ogni modo dal governo. La corruzione che travolge il partito presenta il conto. Anche qui i giornali italiani mettono sullo stesso piano Pp e Psoe, confondendo episodi di corruzione locale che hanno coinvolto i socialisti con lo spaventoso sistema di accumulazione di fondi neri che per 30 anni ha finanziato correnti e stipendi in nero per tutti i maggiori dirigenti nazionali del partito, che le inchieste stanno portando alla luce. Per i popolari si apre un periodo di grande incertezza e i mesi che ci separano dalle elezioni generali di novembre rischiano di essere all’insegna di feroci lotte intestine.

Veniamo dunque al Psoe, che perde voti ma non troppi, torna primo partito nel voto municipale, e può rivendicare una tenuta che fa bene al morale. Un paio di punti in meno e la mantenuta leadership nella sinistra costituiscono un sollievo ma non nascondono il fatto che a Barcelona, Madrid, La Coruña, Santiago e Cadice stanno dietro a Podemos con la metà dei suffragi.

Sono la prima forza nelle Asturie e in Extremadura, e possono recuperare dopo decenni, con accordi a sinistra, i governi di Valencia, Castilla-La Mancha, Aragón e delle Baleari. Il crollo del Pp permette un notevole guadagno di potere territoriale ma in coalizione. Un voto che costituisce un buon risultato per continuare a lavorare sull’indispensabile rinnovamento delle facce e delle pratiche di governo e di democrazia interna ma non certo una sicurezza in vista delle prossime politiche.

Il risultato dei partiti nuovi condanna alla marginalità e quasi alla scomparsa Izquierda unida (Iu), assorbita da Podemos, e la Unión Progreso y Democracia (UPyD), assorbita da Ciudadanos. Se Iu resiste in alcuni municipi, la UPyD, fondata dalla ex socialista Rosa Díez in polemica con le politiche di decentramento del Psoe, è sull’orlo della scomparsa.

E questo ci porta all’ultimo ambito, quello dei partiti nazionalisti. Lo sfondamento di Podemos e delle sue liste riporta al centro della politica le scelte economiche e le politiche di welfare, ricreando di fatto una dialettica destra – sinistra che marginalizza i discorsi nazionalisti. Se i baschi del Pnv reggono bene, riprendendo anzi potere rispetto alla sinistra radicale nazionalista di Bildu (che perde verso le liste locali affini a Podemos), in Catalogna le cose vanno molto diversamente. Non solo Convergencia i Uniò perde voti e potere ma anche la Esquerra republicana (Erc) esce ridimensionata, pesantemente sconfitta da Podemos ma anche dai socialisti catalani. Il progetto di superare CiU divenendo il nuovo “partito nazionale” catalano, al quale Erc ha sacrificato ogni iniziativa politica, sembra evaporare. Il ridimensionamento del discorso nazionalista pare essere un altro apporto della vittoria di Podemos e dell’affermazione di Ciudadanos al risanamento della politica spagnola. E non il meno importante.

Facendo le somme possiamo dire che si apre un periodo fecondo e incerto per la politica spagnola. Senza maggioranze assolute i partiti sono costretti a costruire alleanze di governo tra soci alla pari, e su questo si misureranno Psoe e Podemos. Non sarà facile ma il segnale che viene dalle urne e il mandato ai partiti di sinistra è un forte richiamo alla responsabilità. Il fatto che a novembre si voterà per il Parlamento nazionale rende il momento ancor più delicato. Socialisti e Podemos dovranno governare insieme con la prospettiva di affrontare a breve un voto che dovrà decidere della supremazia a sinistra fra i due partiti. I popolari, invece, arriveranno al voto senza quell’apparato di potere locale che rappresenta una solida base. Hanno perso molti voti non solo verso Ciudadanos ma nell’astensione. Se le sinistre sono riuscite a mobilitare vecchi e nuovi elettori il Pp ha perso entrambi. La tentazione di trovare un sostituto di Mariano Rajoy per le prossime politiche potrebbe scatenare un periodo terribile per il Pp, che si aggiungerà alle inchieste dei magistrati sulla corruzione.

E’ presto per dire se il voto del 24 maggio sancisce per sempre la fine del bipartitismo spagnolo e delle maggioranze assolute, certamente è così per questa fase. Una fase in cui, sotto la spinta di una forte domanda di tutta la cittadinanza, da destra a sinistra, la politica deve rinnovarsi. Lo scenario rappresenta la reazione degli spagnoli alla crisi della “Spagna delle autonomie”, nata dalla Transizione dal franchismo alla democrazia, ma sottolinea anche le risorse civili e politiche di un paese che può sperimentare un rinnovamento peculiare e importante, un esempio da studiare, davanti alla crisi che travolge le democrazie rappresentative europee.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...