L’Italia del lavoro multietnico. Fileni, un caso esemplare

LUNA MOLTEDO
Non sappiamo se è un primato, certo la presenza in una stessa azienda di lavoratori con una cinquantina di retroterra ognuno diverso dall’altro, per cultura, religione, etnia, è una sorprendente e positiva realtà. Accade alla Fileni, terzo produttore in Italia di carni avicole. È un caso da studiare, e infatti esso è oggetto di una ricerca condotta dalla Uila – Uil, da cui poi è scaturito un convegno, che si è svolto il 15 maggio scorso, a Cingoli (Marche), “Fileni: il lavoro ha mille colori”.

Dall’indagine emerge un quadro interessante sugli aspetti legati alla convivenza tra persone di etnie e culture diverse e sulla loro percezione dell’ambiente lavorativo e sociale. Ne abbiamo parlato con Alice Mocci, responsabile del Coordinamento Immigrati della Uila – Uil.

“L’idea del progetto – racconta Mocci – è stata mia e di Pasquale Papiccio che è stato segretario della Uila per diversi anni e, a mio parere, è uno dei massimi conoscitori del settore agricolo. Ora è in pensione e collabora con il nostro centro studi. Nel 2011/2012 stavamo facendo un corso per dirigenti sindacali stranieri e, in quell’occasione, la nostra responsabile territoriale ci raccontava di questa realtà multietnica: un mondo con tradizioni, culture, religioni diverse racchiuso in un unico luogo di lavoro. Siamo rimasti colpiti da quella realtà multicolore che, all’interno del nostro studio, abbiamo chiamato fotografia al futuro. Perché ci auguriamo che nel futuro l’Italia sia migliore”.

Qual è la peculiarità dell’azienda Fileni?

La Fileni è la terza azienda avicola in Italia dopo Aia e Amadori. È un’azienda più piccola rispetto alle altre, con un carattere molto più locale e che, negli ultimi anni, si è ingrandita molto.

Una delle peculiarità è che all’interno dell’aziendalavorano oltre 50 etnie diverse e che il 50% dei lavoratori, al netto degli impiegati, quindi considerando solo gli operai, sono donne. L’assunzione di lavoratori stranieri è avvenuta dagli anni ’90 in poi.

Un altro aspetto peculiare è che la Fileni ha una filiera integrata: dagli allevamenti alla macellazione fino ai prodotti pronti. L’azienda nasce nelle Marche e ha anche altri stabilimenti su altri territori. Negli ultimi anni sono stati costituiti degli allevamenti molto vicini agli stabilimenti di produzione.

Vorrei affrontare il tema delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori di cui, in Italia, si parla troppo poco. Attraverso le relazioni sindacali e le iniziative di welfare sussidiario avete visto dei progressi all’interno della Fileni?

La Fileni si trova a Cingoli, nelle Marche, e nei due siti produttivi su cui noi abbiamo fatto l’indagine, non ha un tipo di contrattazione di gruppo a livello nazionale, bensì oltre al contratto collettivo nazionale del settore agricolo si applica solo ed esclusivamente quello provinciale.

Penso che le condizioni di lavoro siano quelle che sono perché il lavoro è sempre molto faticoso. Questo, per me, è l’assunto di base. Dopodiché, a livello di integrazione, l’azienda, avendo maestranze di nazionalità diverse, è molto attenta a tanti aspetti. Ad esempio i manuali sulla sicurezza sono stati tradotti in 14 lingue. Ma dai nostri questionari, fatti per la nostra ricerca, emerge il fatto che mancano delle accortezze comequella di adibire un luogo di culto per la religione islamica. Però sono tutti aspetti che si possono migliorare con il tempo, è un’azienda positiva.

Un sistema di welfare sussidiario potrebbe andare incontro a tutte le criticità emerse dai questionari che abbiamo fatto per il nostro studio e sono molto fiduciosa. Voglio sottolineare che sia da parte delle organizzazioni sindacali, Uila in primis, sia da parte dell’azienda c’è sempre l’obiettivo di migliorare gli aspetti critici.

La Fileni se vuole essere un vero competitor di Aia e Amadori,con i quali noi facciamo una contrattazione di secondo livello, deve iniziare a fare anch’essa una contrattazione di questo tipo. È auspicabile che venga istituito anche un premio di produzione che incentivi a lavorare di più e meglio.

Vorrei tornare al tema dell’integrazione: all’interno del vostro studio viene individuata nella lingua italiana una prima “barriera”. Potresti darmi un po’ di percentuali per capire meglio la situazione? E quale potrebbe essere, a tuo parere, una soluzione che rompa questa “barriera” visto che i corsi di italiano all’interno dell’azienda non sembra siano sufficienti?

Il dibattito durante il convegno a Cingoli ha permesso di analizzare quanto emerso dell’esperienza dei 294 lavoratori intervistati nel corso del 2014, a partire dalla conoscenza della lingua italiana che – a parte il 25% che è madrelingua – il 32% ammette di non saper leggere e il 50% di non riuscire a scrivere. La maggioranza dei lavoratori intervistati ha un basso livello di istruzione – il 69% ha conseguito l’obbligo scolastico e il 49% ha abbandonato gli studi per motivi economici.

Una soluzione per superare questa “barriera” della lingua potrebbe essere, a mio avviso, inserire all’interno degli uffici amministrativi dei mediatori culturali. E quando si fa un corso di formazione bisogna cercare il più possibile di coinvolgere le persone. Così si sentono partecipi.

Inoltre vorrei aggiungere un dato importante: il Comune di Cingoli ha un sindaco molto attento che controlla personalmente che gli stranieri che prendono la residenza facciano corsi di italiano.

Leggo che su 1464 dipendenti, 699 sono donne. Dunque la Fileni ha circa il cinquanta per cento di occupazione femminile. Il reddito e le mansioni delle donne sono gli stessi degli uomini all’interno dell’azienda?

A livello di reddito, c’è un lieve gap, una disparità. Però l’azienda sta compensando questa differenza di reddito. La cosa interessante è che le progressioni di carriera sono identiche per uomini e donne. Abbiamo condotto la nostra ricerca a Cingoli e Castelplanio, dove ci sono i due stabilimenti Fileni. Fra le donne impiegate, la maggioranza è assunta a tempo indeterminato.

Le altre sigle sindacali collaborano a questo progetto?

Quando abbiamo cominciato questo progetto abbiamo cercato di includere sia la Flai-Cgil sia la Fai-Cisl, volevamo fare anche una piattaforma comune. Però, anche se entrambe ritenevano fosse un buon progetto, ce lo hanno lasciato gestire completamente a noi. Comunque sia la Flai-Cgil che la Fai-Cisl sono intervenute al convegno del 15 maggio a Cingoli e, se si farà una trattativa, ovviamente siamo per l’unità sindacale anche se ci piace essere un po’ le “locomotive” in questo progetto.

Sempre rimanendo aderenti al tema dell’integrazione nei posti di lavoro, mi hai parlato di un progetto interessante in provincia di Brescia. Di che si tratta?

Sono andata a vedere, in provincia di Brescia, una realtà interessante dove c’è una comunità di allevatori Sikh. E lì si potrebbero portare avanti progetti interessanti anche in collaborazione con i Comuni. A Brescia abbiamo una nostra funzionaria di nazionalità indiana che si chiama Satinder Kaur che studia moltissimo, parla bene l’italiano e conosce perfettamente i problemi che si hanno quando uno straniero arriva in Italia. Lei, oltre al suo lavoro, cerca di risolvere tutti i problemi che riguardano l’integrazione e organizza i corsi di lingua italiana durante i quali insegna anche educazione civica. Satinder segue molto le donne, fa dei progetti molto belli e abbiamo iniziato una collaborazione.

satinder

Rispetto ad altre aziende, la Fileni, nonostante tutte le ‘barriere’ di cui abbiamo parlato, può essere considerata come un esempio di integrazione, un modello da imitare in Italia?

Sì, come esempio di integrazione, è da imitare. La Fileni è un po’ un unicum nel suo genere. Vorremmo estendere questo progetto al resto del settore agricolo. Il lavoro ha mille colori.

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