Per chi vota il patriarca? Già, ma interessa a qualcuno?

CLAUDIO MADRICARDO
Come voterà domenica prossima il mondo cattolico? O per meglio dire, come si accinge al voto l’universo dei cattolici veneziani? Venuto meno, senza troppi rimpianti, il partito di riferimento, quel mondo che forse più di altri sente il dovere dell’impegno per una città migliore, giusta e equilibrata, appare come una immensa diaspora.

Non che i cattolici non siano presenti nella prossima tornata elettorale. Tutto il contrario. Dato che sono a tal punto ben rappresentati da costituire addirittura la schiacciante maggioranza dei candidati in campo. Elemento che parrebbe, a distanza di decenni, suggellare il postulato di Giorgio La Pira: dopo la preghiera, l’azione più importante per il cristiano è la politica.

Solo che questa presenza sembrerebbe più l’affermazione, per altro assolutamente lecita, di ambizioni personali. E non il risultato di una riflessione e di un dibattito del mondo cristiano sulle sorti della città, di un’azione culturale prima che religiosa, che porti quel mondo a esprimere e a individuare valori e azioni su cui dovrebbe fondarsi il futuro della comunità cittadina.

Perché se una sensazione si può cogliere diffusa in questo universo, è che alla sostanziale mancanza di peso, al contare poco o nulla nel dibattito cittadino che da qualche tempo si registra, si è supplito riducendosi a una sorta di “guerra di trincea”, a difesa dei valori tradizionali prediletti, come quelli della famiglia, del rispetto della vita, contro il matrimonio dei gay e via dicendo. Come se tutta la comunità fosse parzialmente ammutolita, paga di guardarsi l’ombelico, senza una chiave di lettura e gli strumenti che le consentano di orientarsi in una difficile realtà sempre più multiculturale. E che forse potrebbe portare ad alimentare una tentazione che pare farsi avanti in qualche frangia, quella cioè di esercitare un voto disgiunto alla prossima consultazione amministrativa, se non di ingrossare le fila di coloro che si asterranno.

LA CRISI DEI MEDIA DIOCESANI

Segnali di un progressivo impoverimento, di una crescente marginalità del dibattito e del ruolo dei cattolici, che si sono registrati anche nel recente passato. Come nel caso rappresentato da Piazza Maggiore, il giornale del Duomo di Mestre, organo d’informazione di una parrocchia che credeva nella cultura e nella comunicazione come strumenti di “missionarietà” nella società civile, testimoniando l’impegno e la responsabilità dei cristiani per la loro città.

Nato ai tempi del bicentenario del Duomo, nel 2005, è uscito mensilmente fino alla sua recente chiusura un anno fa, trattando temi come i trasporti urbani, l’edilizia e l’urbanistica, l’M9 e la cultura, i giovani e gli anziani, i poveri, la città metropolitana e la musica giovane. Seguito dall’esperimento di PMonline, la versione digitale di PiazzaMaggiore, che è durato poco, ma che ha rappresentato la voce dei cristiani sulla città, e sui social network.

Se queste due palestre del dibattito hanno chiuso, non meglio sembra passarsela il settimanale Gente Veneta, negli anni ’90 uno dei settimanali diocesani più vivaci in Italia. Che dal passaggio di consegne nel 2002 nella direzione tra don Fausto Bonini a don Sandro Vigani ha subito una sorta d’involuzione, caratterizzandosi sempre più come il giornale della diocesi e delle parrocchie, e sempre meno come voce autorevole dei cristiani sulla città. Fino alla situazione odierna di grave crisi, con don Vigani che si è ritirato dalla guida del giornale da quasi due anni, sia per ragioni personali sia per l’invito del Patriarca, ma che continua a firmarlo, con una redazione che lo manda avanti senza di lui.

L’EPOCA DI CE’ E L’EPOCA DI SCOLA

Passata l’epoca di Marco Cè, che sapeva parlare alla città e al suo cuore, e quella del risveglio culturale rappresentato da Angelo Scola, sempre più la comunità cattolica cittadina pare a disagio e puntare il dito contro l’attuale Patriarca, alle cui scelte sarebbe da imputare la situazione di sostanziale disorientamento per mancanza di guida.

Di certo, il ligure Francesco Moraglia, appartenente alla cordata dei cardinali Bagnasco e Bertone, in disgrazia, specie il secondo, nel Vaticano di Bergoglio, ha ereditato una sede difficile, che forse nessuno voleva. Non che la situazione fosse pesante a causa del clero, che anzi il vescovo al suo arrivo ha potuto trovare ben strutturato e operante. Semmai difficile lo era per l’eredità pastorale dei suoi predecessori, e per quella pesante sul piano finanziario lasciata da Scola per la sua gestione complessiva della diocesi, ivi compreso il progetto sulla Fondazione Marcianum. Di fronte a un indebitamento che, al tempo della ricerca del successore di Scola, si vociferava aggirarsi su una cifra dai venti ai quaranta milioni di euro. Elemento che aveva anche contribuito, si diceva, a far sì che nessuno trovasse appetibile la sede veneziana.

Sta di fatto che, a fronte di una tale situazione, Moraglia ha deciso di tagliare tutto il tagliabile della Fondazione voluta dal suo predecessore, avvalendosi, sul lato finanziario, della collaborazione stretta di don Dino Pistolato, ex Caritas e attualmente vicario episcopale. E senza andar troppo per il sottile in quello che sull’altare della ragione economica veniva sacrificato, anche se ciò poteva andare a discapito della vitalità culturale della comunità in cui è stato chiamato ad esercitare la funzione di pastore.

UN PATRIARCA SENZA PORPORA

Ultima vittima, in ordine di tempo, l’ Istituto Superiore di Scienze Religiose. Ma più che per quanto fatto nel mettere al sicuro la situazione finanziaria della Curia, Moraglia viene giudicato sostanzialmente incapace di tessere un rapporto con la città, che continua a non conoscere, che sembra non ascoltare e a cui non saprebbe parlare. Risultando alla fine isolato all’interno della propria diocesi. Come del resto pare esserlo all’interno della stessa Conferenza Episcopale Italiana.

Si narra che recentemente si sia candidato alla presidenza nord della CEI, racimolando una ventina di voti dalla cordata Bagnasco-Bertone e dai vescovi del Nord Est. E gli è stato preferito il vescovo di Novara Brambilla. E se a ciò si aggiunge quanto su di lui si mormora nella sala stampa vaticana, ovvero che vivo Francesco, mai avrà la berretta cardinalizia, il quadro del suo isolamento pare completo. E Venezia, come si sa, è tradizionalmente diocesi cardinalizia.

In molti descrivono con stupore il primo atto fatto da vescovo di una città che sostanzialmente non conosceva, quando ha scelto come suo segretario un pretino di prima nomina. Mentre della sua azione pastorale lamentano la sua predilezione per le processioni, in special modo mariane. E la “volatilità” del suo pensiero e del suo messaggio pastorale, testimoniata da un libricino “Atti degli Apostoli. Gli inizi della Chiesa” pubblicato nel 2013, che non ha lasciato traccia per esser pieno di affermazioni illustrative generali, le cui pagine hanno l’odore delle biblioteche, più che delle pecore. Tanto che dopo tre anni passati in una città che pare immobile nella sua immagine da cartolina ed è immobilizzata tragicamente dal suo rebus amministrativo, il tempo degli esordi di Francesco Moraglia sembra non passare mai.

IL NUOVO PROCURATORE DI SAN MARCO

Invero, anche su altre scelte le critiche non mancano, come nel caso della nomina a Procuratore di San Marco del navigato Carlo Alberto Tesserin, ex consigliere regionale in quota Alfano. Un personaggio politico di secondo piano, una sorta di premio di fine carriera offerto con una carica che in passato è stata occupata da uomini del calibro di Cini, di Benvenuti e Cosulich, o dello stesso Orsoni, come allievo prediletto di Benvenuti.

E di Moraglia si critica anche l’aver coscientemente smantellato tutto quanto fatto dai propri predecessori, e l’aver sbaragliato e messo in disparte quella piccola schiera di preti cinquantenni che erano cresciuti all’ombra di Cè e Scola, e che lo avrebbero potuto aiutare a governare la diocesi, facendogliela conoscere.
Qualcuno perfino ricorda il caso delle case di Via del Gaggian a Zelarino, di proprietà dell’Opera Santa Maria della Carità in cui, venendo incontro a una richiesta della Prefettura del 2011, si era accettato di ospitare dei profughi. Col risultato che il progetto di accoglienza, mal governato, ha permesso l’infiltrazione di clandestini, deteriorando il rapporto col vicinato e costringendo alla fine la stessa Caritas a chiedere lo sgombero con la forza pubblica. Oppure il caso della Mensa dei poveri a Marghera, in cui il giorno dell’inaugurazione non c’era un barbone, e il vescovo si è trovato da solo col grembiulino a servire ai tavoli. A riprova di come Moraglia, osservano i suoi critici, sia uno che è venuto da fuori e che non ha capito la città, la Chiesa e Venezia.

Non si è fidato di nulla di ciò che c’era, e di nessuno. Ha tagliato e chiuso, riducendo, dicono molti fedeli, la Chiesa di Venezia a un cumulo di macerie, senza prospettive, priva d’idee. Contribuendo a far sì che tra la situazione di profonda crisi vissuta dalla città alla fine corrispondesse una speculare e uguale situazione di profonda crisi della Chiesa veneziana.

A Moraglia, infine, sembrano non interessare le cose che si muovono sul fronte della cultura, della comunicazione, della presenza dentro il contesto civico. Sono cose che il vescovo non sente, lontane. Come estranei gli devono esser parsi il Marcianum, il Duomo di Mestre, perfino la Fondazione Oasis, che continua a sopravvivere in un locale di Viale Ancona a Mestre, con presidente Scola.

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