“La partecipazione in Comune”. Parla Giampietro Pizzo, candidato sindaco di Venezia

CLAUDIO MADRICARDO
Giampietro Pizzo è uno dei veneziani che hanno deciso di darsi da fare e impegnarsi per questa città. In una conversazione con ytali. racconta delle sue esperienze e di cosa l’ha portato all’attuale impegno.

pizzo

“In realtà – chiarisce il capolista di Venezia Cambia 2015 – io sono originario di Adria, qui ci sono venuto per studiare economia. Ovviamente Venezia è diventata subito il teatro non solo dei miei studi, ma anche del mio impegno politico nel PCI. Ricordo che ero presente all’ultimo comizio di Berlinguer a Padova, quando Enrico si è sentito male. E’ stata una sorta di spartiacque. Qui in città avrei avuto un destino di ricercatore universitario dopo la laurea. Ho preferito fare altro”.

E cosa hai fatto?
Me ne sono andato proprio nella metà degli anni ’80. Prima in Bolivia, che usciva dalla dittatura, dove ho lavorato nella cooperazione con i contadini della selva che coltivavano cacao e caffè. E da questa esperienza ha mosso i primi passi il progetto del commercio equo e solidale. Poi sono andato in Africa, a Dakar, dove ho lavorato nei quartieri periferici sulla sperimentazione di strumenti finanziari alternativi. In totale tra America Latina e Africa sono stato via una quindicina di anni. Finché alla fine degli anni ’90 ho fatto ritorno a Venezia.

Mi pare che ti sia ancora occupato di finanza se non sbaglio.
Sì, hai ragione, mi sono occupato della parte internazionale del processo di Banca Etica, lavorando alla finanza inclusiva, sociale e per lo sviluppo. Perché non tutta la finanza è cattiva, esiste anche la finanza buona che è uno strumento di sviluppo. Sono tornato a Venezia nel 2008 andando su e giù a Roma, visto che mia moglie e mio figlio vivono qui. Mi sono anche occupato dei temi del Mediterraneo e ora presiedo una società che si occupa di micro finanza.

E per quanto riguarda l’impegno politico?
Quando sono tornato, ho cominciato a frequentare un gruppo di amici con cui abbiamo avviato una riflessione sulla crisi della democrazia e sulle forme della rappresentanza. Un lungo processo che col tempo è maturato ed è sfociato nella nascita di un movimento cittadino cui abbiamo dato il nome di Venezia Cambia. Qualche settimana prima della Grande Retata, quel 4 giugno di un anno fa, l’abbiamo presentato alla cittadinanza. Era il 15 maggio del 2014, quando abbiamo organizzato il primo incontro enunciando i temi ai quali abbiamo ancorato la nostra riflessione. Ovvero che i partiti non possono autoriformarsi e che la partecipazione è la colonna portante della nostra azione politica.

Tu che parli di forme di partecipazione, che giudizio dai della situazione spagnola e dell’esempio di Podemos?
Penso sia la reazione alla crisi del PSOE che ha perso la capacità di dare risposte ai bisogni della gente. La situazione spagnola è ben più grave e differente rispetto alla nostra. Basta girare nelle periferie di grandi città come Madrid o Barcellona. Per fortuna da noi gli ammortizzatori sociali hanno ridotto gli effetti devastanti della crisi, ma ciò non toglie che si debba dare vita a una prospettiva di sviluppo diversa prima che anche da noi la situazione diventi esplosiva. Il problema è che in questa campagna elettorale i media non prestano attenzione alle problematiche. Concedono spazi sulla base del potenziale peso elettorale, e non alla forza delle idee e della proposta. E’ un problema che con la mia lista sentiamo. Del resto, per tornare all’esempio di Podemos, sia Pablo Iglesias sia Juan Carlos Monedero tengono delle trasmissioni televisive, ed è una cosa che fa riflettere.

Che mi puoi dire di Venezia Cambia 2015?
Che è il frutto di un lungo processo di partecipazione condotto attraverso numerose assemblee cittadine che hanno ospitato un dibattito molto forte. In questi mesi ho verificato che c’è molta voglia di parlare di politica. Avevamo indicato contenuti e metodo. Poi le vicende sono andate come sono andate. Con Casson eravamo in disaccordo sul programma, assolutamente generico. E sulla squadra, che deve essere verificabile. Dice che vuole il nuovo e invece si porta appresso pezzi interi della vecchia amministrazione. Dopo le primarie abbiamo avviato un confronto politico che ci ha portato in un primo momento a collaborare. Poi per volontà di Gianfranco Bettin siamo stati esclusi, e mi sono molto stupito dell’incapacità di un candidato sindaco di esercitare una sua leadership sulla coalizione che lo sostiene.

E quindi la decisione di correre da soli e di candidarti a sindaco.
Esatto. Noi vogliamo provare a costruire una cosa diversa, ricercare e trovare spazi dove si costruisce un luogo di ascolto. Il problema non è Brugnaro e il pericolo che s’imponga una visione privatistica. Il problema è quello della necessità di una nuova governance dei beni comuni che coinvolga i cittadini. Il problema è quello di mettere in campo una forte regia pubblica che rimetta al centro l’ambiente, la tutela della città, della laguna, la manutenzione urbana e la cura del territorio. In questa partita Felice Casson sta seguendo una pura logica per vincere, ma il giorno dopo non saprà dove andare, non ha prospettiva. Il suo scopo è quello di tenere assieme anime diverse, e intanto fa finta di niente. Recentemente mi sono fatto promotore di un incontro dei candidati sindaci con il commissario governativo Zappalorto. Ebbene quello che era più tiepido nei giudizi sulla macelleria che il commissario ci annunciava, era proprio Felice Casson. Tanto che nutro il sospetto che gli vada più che bene che a fare il lavoro sporco sia Zappalorto.

Allora tanti auguri
Grazie

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