Un Comune sentire per Casson

GUIDO MOLTEDO
Per chi voterà ytali.? Ce lo chiedono in tanti. ytali. dà una limpida indicazione di voto per le elezioni comunali a Venezia e per le elezioni regionali venete: Felice Casson e Alessandra Moretti. Limpida perché semplice, semplice perché l’opposto del politicismo inutilmente complicato, tuttora, purtroppo, molto in voga.

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Nelle circostanze date, nella presente fase politica, in città e nel paese, il principale candidato del centrosinistra in corsa per Ca’ Farsetti andrebbe votato massicciamente dal popolo di sinistra e di centrosinistra (e si spera anche da altri elettorati diversi), già al primo turno: dovrebbe poter contare su un forte e indiscutibile mandato conferitogli dalla maggioranza degli elettori.

Si sente dire in giro, tra chi è in politica, che Felice Casson fa troppo di testa sua, ed è testardo, è imponderabile, va avanti senza mediazioni, e che, dunque, sarebbe bene se la sua elezione fosse temperata e condizionata da altre forze, da altre componenti, in modo tale che la composizione del Consiglio e quella della sua giunta risultino più articolate, plurali. Cosicché la sua azione di sindaco debba costantemente tener conto di altri punti di vista, rappresentativi di diverse sensibilità politiche. Non un decider ma un presider, non un decisore ma il capo di un organo collegiale.

Volessimo pure prendere il lato nobile di simili posizioni (e non insinuare, neppure larvatamente, che esse siano niente altro che pretese di poltrone, pretese tipiche dell’inviso ceto politico e di aspiranti a farne parte, ben inteso, in nome dell’anti-casta), sarebbe comunque l’opposto di quel che serve alla città oggi.

A una città traumatizzata, ancora incredula per quanto successe proprio un anno fa, a un Comune indebitato oltre ogni ragionevole spiegazione e incapace da anni di rimodellare le sue finanze e i servizi erogati ai cittadini, col venir meno dei proventi del casinò, serve adesso un sindaco forte e che si senta forte perché investito e legittimato da un largo e indiscusso mandato popolare.

Ai cittadini che l’hanno eletto così, dovrà rendere conto. Con loro, con le loro esigenti aspettative, dovrà misurarsi, non con una pluralità di forze politiche, in competizione tra loro – spesso in modo opaco e meschino agli occhi stessi dei loro militanti e simpatizzanti -, la principale delle quali, il Pd, è alle prese con una crisi profonda di credibilità, anche al cospetto dei tanti cittadini veneziani che l’hanno sempre sostenuta e votata.

Non vogliamo neppure prendere in considerazione lo scenario di un sindaco che trascorra una parte rilevante del suo tempo in trattative e mediazioni con forze politiche verso cui è in debito per i voti ricevuti, forze peraltro ideologicamente del tutto affini a quella prevalente del sindaco eletto. Trascorrere tempo prezioso per cosa, per la distribuzione dei posti apicali nelle aziende comunali? Nel sottogoverno amministrativo? Invece di dedicarsi ai problemi immani che avrà di fronte?

Per questo dovrà dotarsi di una giunta di alto profilo, frutto (di nuovo) non di strampalate alchimie partitiche, ma esito di un saggio dosaggio di assessori scelti tra gli esponenti più rappresentativi della sua lista (e anche di altre liste) e di esperti davvero tali e, se servirà, provenienti da realtà lontane. Per essere chiari, un personaggio come Fabrizio Barca sarebbe un “giocatore” perfetto nella squadra di Casson, per la sua notevole e riconosciuta esperienza in Bankitalia, per la sua ottima performance nel governo Monti, e, non ultimo, per la sua sensibilità politica.

L’emergenza veneziana, dopo l’uscita del commissario prefettizio, continuerà, sarà anzi anche più acuta e difficile. A una guida robusta, responsabile, integerrima sarà affidato un Comune in estrema difficoltà, che è il centro nevralgico di una città a cui tutti riconoscono incredibili risorse e potenzialità, eppure finita nella trappola del declino.

Conosco e rispetto le obiezioni di chi pone in primo piano il tema della rappresentanza e della democrazia, sacrificate sull’altare della “governabilità”. La paura dell’uomo solo al comando. È che non sarebbe un uomo solo, Casson.

Venezia è città di tante associazioni e organizzazioni non profit, molte delle quali hanno anche sviluppato relazioni strette e non sempre sane, perfino clientelari, con le forze politiche della città, con il Comune e con le altre istituzioni locali. È una rete diffusa e robusta che deve anch’essa trovare un percorso nuovo, nell’autonomia dai poteri locali, politici ed economici. C’è ancora molta buona politica in questo mondo di volontariato, concreta, fattiva, ed è di lì che una nuova partecipazione può riprendere slancio e ridare una propulsione rinnovata a forze politiche esauste e screditate.

È da questo mondo che può arrivare il giusto “condizionamento” all’azione di governo della città. Da solo, senza i cittadini, Casson non potrà governare. Dovrà dunque porsi in atteggiamento di ascolto. Ma non potrà farlo attraverso organizzazioni politiche che faticano a essere tali essendo per lo più dominate da dinamiche di ceto politico, ma attraverso forme, anche creative, di democrazia partecipata.

Altri candidati, altre liste politiche sono in corsa per Ca’ Farsetti. Sono esponenti politici conosciuti e stimati, come Giampietro Pizzo e Camilla Seibezzi. Ma hanno possibilità di affermarsi? Non c’è bisogno di fare sondaggi per trovare la riposta. Dunque, la loro presenza in lista sembra finalizzata al condizionamento di Casson nel secondo turno, perché in debito dei loro voti.

Operazione politica legittima. Ma risponde appunto alla previsione di uno scenario nel quale il futuro sindaco dovrà contrattare e mediare. Che poi questo scenario sia considerato il più probabile, non significa che sia il più auspicabile.

Peraltro, la frammentazione delle liste a sinistra è l’esito di mancati accordi con Casson. Non c’interessa qui entrare nei retroscena di queste mancate intese. Ma in tutta evidenza, esse seguono una logica suicida che ormai guida la sinistra, non solo in Italia, secondo la quale l’idea stessa di essere minoranza in un partito, o chiamiamolo pure contenitore, non è più neppure presa in considerazione. Non è neppure contemplata l’idea del conflitto all’interno dello stesso campo. E il conflitto produce immancabilmente separazione, e la divisione porta con sé spesso alla sconfitta. In questi ultimi anni, dalla Bolognina in poi, è stato un susseguirsi di scissioni nel campo un tempo comunista e di sinistra, un proliferare di gruppi parlamentari e consiliari, un fiorire di liste d’ogni sorta, con l’iconografia vecchia e nuova dei movimenti. Scenari nei quali il concorrente principale, spesso il tuo nemico, lo scegli inevitabilmente nel tuo stesso perimetro.

Sì, un voto utile, oggi, è innanzitutto un voto contro questa logica perversa che piace unicamente ai ceti e ai sottaceti politici, non all’elettorato di sinistra.
Ed è la stessa ragione che ci porta a collegare il nostro voto per Casson con quello per Moretti.
È importante l’affermazione di un “ticket”. Importante per i veneziani, per i veneti, per il Paese, per il centrosinistra.

La lettura del voto a Venezia e in Veneto sarà inevitabilmente nazionale. L’affermazione di Casson, anche al secondo turno, accompagnata dall’insuccesso di Moretti, sarebbe un brutto affare, innanzitutto per Venezia, perché di nuovo il sindaco della città avrebbe come suo principale interlocutore istituzionale un avversario politico.

Inoltre, un’eventuale vittoria di Casson e un’eventuale sconfitta di Moretti sarebbero “lette” come il successo delle componenti antirenziane nel Pd e una batosta per Renzi. Casson, e la città che guiderà, di tutto avrà bisogno tranne che di diventare il paladino di alcune correnti in dissidio con il premier.
Non abbiamo citato le possibili alternative a Casson sul lato opposto, tanto meno a Moretti. Perché non sono alternative possibili. Non ci sono alternative possibili.

In giro si sente anche dire che la città ha risentito dell’assenza di alternanza politica in questi anni. Il Pd e prima i Ds hanno beneficiato di una delega in bianco dagli elettori di centrosinistra, anche sulla base della paura di finire governati da personaggi come Brunetta, e hanno abusato della delega. Un po’ di sana opposizione sarebbe stata educativa. Dirlo adesso, però, ha un altro senso, un altro sapore, copre calcoli non proprio nobili.

C’è anche chi dice e non dice che voterà Brugnaro, per provocare, per vedere l’effetto che fa, e c’è chi lo farà davvero. Perché? Per convenienza, alcuni, immaginando che lo sceriffo Felice sarà implacabile con chi sgarra. Altri perché sono attratti da un Berlusconi “temperato”, l’uomo del fare che ci vuole per Venezia, e finalmente possono votare un Silvio potabile. Altri ancora, la maggioranza, perché il “libera tutti” dell’appartenenza e della fedeltà è andato molto più avanti di quanto non si tenda a pensare. Ed è una delle conseguenze più serie della crisi della sinistra. Il movimento 5 stelle ne è stato il principale beneficiario. Forse è ingeneroso misurare i candidati locali con il metro della performance dei loro rappresentanti e dirigenti nazionali, ma è inevitabile farlo, in un movimento assolutamente leaderistico che ha non ha voluto e saputo investire costruttivamente l’ampio mandato ricevuto. È ancora un movimento del disfare più che del fare. Un voto “inutile”.

Così, se ci sarà un sussulto di responsabilità, domenica, non disertando le urne e votando i due principali candidati del centrosinistra, non solo si renderà un importante servizio alla città e alla Regione, ma si darà un segnale importante perché la politica e le ragioni della sinistra riprendano forza, credibilità e attrazione.

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