Perché Renzi ha perso anche se ha vinto

GUIDO MOLTEDO
Ha ragione eppure ha torto il senatore politologo Stefano Ceccanti quando, a commento delle elezioni regionali, scrive in un suo tweet: “Non so se Hollande, Komorowsky e Rajoy pensano che Renzi sia andato male, visto quello che è successo a loro in elezioni di mid term”.

Ha ragione perché una vittoria cinque a due, in qualsiasi democrazia occidentale, specie di questi tempi, sarebbe considerata un indiscutibile, solido, successo per il partito che le ha conseguite, specie se è partito di governo.

Ha torto perché i risultati di qualsiasi competizione elettorale sono oggi misurati sempre meno sui numeri reali e sempre più in rapporto a categorie “pre-politiche”, che però ormai sono considerate pienamente “politiche”: l’attesa, le previsioni, la percezione.

Nel caso delle regionali di domenica, l’attesa generale si è concentrata su un improbabile paragone con il risultato delle elezioni europee, per misurare la tenuta della forza di Matteo Renzi e del “suo” Pd: un’asticella altissima, oltre il quaranta per cento, quella del voto del 25 maggio 2014.

Renzi, secondo le generali aspettative, avrebbe dovuto anche superare un altro test, quello della Liguria, considerato cruciale per un intreccio di ragioni, la prima delle quali l’averci messo la faccia, lui, e l’aver umiliato le aspirazioni di Sergio Cofferati e della sinistra interna che lo sosteneva. La sconfitta ligure è “pareggiata” dalla vittoria in Campania, se non fosse che a vincere sia stato un personaggio a dir poco controverso come De Luca.

Di converso, la vittoria del berlusconiano Toti, in Liguria, perché del tutto imprevista, è assunta come unico dato politico per parlare di resilienza politica di un Silvio dato orami per spacciato. Non si capisce proprio come un risultato locale, frutto di peculiari dinamiche e di fenomeni di cannibalismo politico nella sinistra, possa essere letto come un successo del Cavaliere. Questioni, appunto, di una percezione che sovrasta i dati reali.

Renzi deve essere l’ultimo a lamentarsi del fatto che le valutazioni post-voto si basino prevalentemente sul gioco delle aspettative – esattamente come accade nel mercato e in borsa – avendo contribuito largamente a spostare il gioco della politica su un piano impressionistico, epidermico, effimero, mediatico, sondaggistico. Abbiamo detto “contribuito”, perché questo gioco è condiviso ormai da tutti e da tanto tempo. Ed è diventato “il problema” della nostra democrazia, più che in altri paesi occidentali.

E’ stato puerile il mettere le mani avanti, da parte del presidente del consiglio, nel chiarire che questo voto, lui, non lo considerava un test politico nazionale. Come poteva non esserlo?
Se i sondaggi, oggi, sono considerati l’unico metro per analizzare gli umori dei cittadini nei confronti del potere politico, figuriamoci se non lo è un voto che coinvolge una ventina di milioni di elettori in diverse parti d’Italia.

Quindi, per Renzi, se non altro a caldo, questa domenica di fine maggio non è stata proprio una bella giornata.
Lo è stata per i suoi avversari interni? Il cupio dissolvi che divora la sinistra italiana ha raggiunto livelli tali che sì, l’esito delle regionali è considerato un buon risultato che irrobustisce le posizioni del variegato fronte di opposizione interna a Renzi.

Che un elettore su due abbia disertato le urne, appare un problema secondario, di fronte a un dibattito che ha più il sapore di una resa dei conti all’interno del partito di maggioranza relativa. Passa perfino in secondo piano, nel perimetro del Pd, la vittoria notevole riportata da Luca Zaia, considerata piuttosto come la sconfitta bruciante della renziana Alessandra Moretti (anche qui totalmente vista prima e dopo non in rapporto diretto ai reali rapporti di forza dentro la regione, ma come un test della capacità di Renzi di ripetere il successo in Veneto delle europee, grazie alla candidatura di una sua fedelissima).

Sotto la scorza sottile del gioco perverso delle aspettative, quali sono i dati reali sui quali riflettere, quando si dovrà pur ragionare più freddamente?

Il dato dell’astensione non solo è grave in sé, ma, nella sua enorme portata, complica la lettura dei numeri usciti dalle urne, sia in cifre assolute (che restano le più importanti), sia in termini percentuali, e rende più difficile l’importantissimo studio dei flussi elettorali.

È un elettorato -quello che non vota – che cresce e si va consolidando, molto tra i giovani, e nei confronti del quale non sembra che ci siano stati, nella campagna elettorale, tentativi concreti per farlo tornare a votare. Sembra che i politici, di ogni orientamento, siano stati presi dalla competizione, nel proprio bacino elettorale innanzitutto, con le forze simili, e che si siano rivolti soprattutto ai propri elettori, molto più che a quelli di altre aree o quelli, appunto, rassegnati, disillusi, arrabbiati, i non votanti.

L’altro dato evidente è la personalizzazione esasperata della politica che ha definitivamente soppiantato la logica partitica. A Venezia, città di sinistra e centrosinistra, Luca Zaia ha avuto un notevole successo, ma (lo vedremo tra poco), non è detto che abbia trainato con sé i candidati del centrodestra a sindaco della città.

Al tempo stesso, appare del tutto illusoria l’idea che un personaggio locale forte possa avere successo indossando disinvoltamente una maglia diversa da quella della “squadra” d’origine, oppure giocando unicamente sulla propria notorietà. Il flop di Flavio Tosi è il caso più evidente, addirittura clamorosa ed esemplare l’umiliazione subita nelle Marche dal ras Gian Mario Spacca, ex Pd, candidato del centrodestra, dopo avere rotto con il centrosinistra, alla guida della Regione, presidente per due mandati dal 2005, assessore o vice presidente nei dieci anni precedenti.

In questo inarrestabile “libera tutti” rispetto alle vecchie appartenenze, fedeltà e consuetudini elettorali, resta però ancora relativamente forte la tradizionale ripartizione tra un elettorato di destra e un elettorato di sinistra, con il centrosinistra che continua a muoversi sostanzialmente dentro il perimetro del vecchio Pci (e suoi eredi), andando ancora bene nelle tradizionali roccaforti rosse e in quelle di recente conquista come le Puglia. Ma anche qui, il dato dell’astensionismo rende problematica la cognizione di quanto sia attualmente e realmente esteso, almeno potenzialmente, il campo della sinistra e del centrosinistra, in tutte le sue variazioni, in Italia.

In un quadro così instabile e imponderabile, colpisce la considerevole tenuta di una forza politica come quella dei grillini. Anche qui le analisi politologiche che andavano per la maggiore possono essere gettate nel cestino. Chi affermava che era solo Beppe Grillo il traino dei Cinque Stelle, cosa dice oggi? Chi affermava che, a livello locale, non avevano personale politico attraente, cosa dice oggi? Antonio Padellaro ha detto che la scelta di andare in televisione, dopo il lungo divieto imposto da Grillo, ha dato i suoi frutti. Già, ma il grandissimo successo conseguito prima da Grillo e Casaleggio prescindeva totalmente dalla loro presenza nei talk show. Si direbbe, piuttosto, che M5S si stia consolidando territorialmente. Con quali conseguenze rispetto alle vecchie dinamiche politiche locali e nazionali?

Il successo della Lega sta dando la stura alle più diverse interpretazioni. La netta vittoria di Luca Zaia (e il fiasco di Tosi) non ha però lo stesso segno di quelle in altre regioni dove la Lega non c’era o non contava niente. In Veneto resta cruciale ed è diffusamente sentito uno dei punti cardine del leghismo – il federalismo – unito all’indubbia popolarità personale del presidente uscente e confermato, mentre altrove, nelle altre competizioni dove Matteo Salvini è andato molto bene, ha pesato soprattutto la trasformazione che ha impresso al suo movimento, lasciando da parte le parole d’ordine del separatismo nordista e facendo prevalere gli aspetti estremistici del leghismo più grezzo, come la xenofobia, per farla diventare una forza di destra dura a livello nazionale. Non ci vorrà molto per capire se tra il leghismo veneto e quello “nuovo” la contraddizione non produca conflitto più che complementarietà.

Lo spoglio delle schede nelle città offrirà ulteriori dati politici sui quali ragionare.

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