Venezia, un disegno per vincere

MARA RUMIZ
Si apre una sfida non facile per Venezia. Per affrontarla è necessario cercare di capire quali sono i fattori che hanno determinato i risultati del 31 maggio, certamente al di sotto delle aspettative del centrosinistra. Alcuni commenti fatti a caldo rischiano di portarci nella direzione sbagliata.

È indubitabile, ad esempio, che il Pd abbia subito un ridimensionamento ma non si può leggere il risultato della lista Casson come se questa fosse contrapposta a quella del Pd, tant’è che nelle Municipalità i voti sono confluiti sotto il simbolo del partito. Del resto, è da tempo che, con l’approssimarsi delle elezioni, nei partiti (in quei pochi rimasti) si studiano e si propongono liste civiche che si affianchino a quelle tradizionali per allargare le possibilità di attrazione.

Altra considerazione è che le altre liste di sinistra hanno raccolto magrissimi risultati, per non parlare di quelle che, con un po’ di presunzione e autoreferenzialità, candidavano sindaci alternativi e che sono rimaste tutte sotto lo zerovirgola.

C’è, poi, da registrare una maggiore mobilità nel voto. L’elettore è diventato più laico, se così si può dire: può votare Zaia in Regione, Cinque Stelle in Comune, Pd in Municipalità.
In questa tornata elettorale si è sviluppata una forsennata campagna personalistica: ogni candidato, anche quello per la Municipalità, correva per sé, sottolineando ciò che lo distingueva dagli altri e dallo stesso schieramento per il quale si presentava. Mai visti tanti santini, manifesti, inviti a spritz …

Ma questa si è responsabilità del Pd, che da tempo (non da ieri o l’altro ieri) ha smesso di pensare al progetto e alla squadra e ha trasmesso solo la spinta a salvare sé stessi e il proprio piccolo cerchio. Questa campagna fatta di tanti singoli non è stata apprezzata, tant’è che i voti di preferenza sono stati davvero pochi.

Il centrosinistra non ha saputo trasmettere quell’idea di città che non sia semplicemente discontinuità con il passato, più o meno recente. Quel che manca è un’idea che abbia un senso, in cui ci si possa riconoscere, che non sia semplicemente un no, pur condivisibile, alle grandi navi e alle grandi opere.

L’ultima elaborazione sulla città risale al 1988, quell’“Idea di Venezia”, nata all’interno dell’Istituto Gramsci e frutto dell’analisi e della progettualità di tanti intellettuali e politici, che prima portò all’esperienza de “Il Ponte” e poi, nel 1993, all’insediamento della prima giunta Cacciari. Da allora si è andati avanti sulla base di quel progetto e, di volta in volta, di amministrazione in amministrazione, si è aggiustato il tiro, modificato qualcosa ma senza un vero innovativo e meditato disegno strategico.

Nel frattempo la città è profondamente cambiata: a Marghera è rimasta solo l’ombra del polo industriale; a Mestre non c’è traccia di quel centro del terziario che si era immaginato; Venezia è travolta da un flusso turistico non governato. E non c’è stata quell’integrazione, costruita sulla base del riconoscimento delle differenze, che sarebbe stata necessaria per fare dell’articolata complessità di Venezia, città d’acqua e di terra, una grande città dalle grandi potenzialità. Si pensi, ad esempio, al ritornello sulla provenienza del sindaco – deve essere mestrino – che ha accompagnato la vigilia delle ultime tornate elettorali.

Manca un disegno in cui possano riconoscersi i cittadini del centro storico e delle isole, o quelli di Marghera o quelli di Mestre e non ci sono più (e sarebbe fuorviante andarle a cercare come si trattasse del cast di un film) figure carismatiche che, da sole, possano rappresentare un’idea di futuro.

Il ballottaggio si dovrà giocare sulla Venezia che vorremmo più che sulla sottoscrizione di patti tra liste, andando soprattutto a cercare e a convincere coloro che il 31 maggio non sono andati a votare.

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