Gli affari di Brugnaro e l’investimento dei veneziani

GUIDO MOLTEDO
Il via vai tra la realtà degli affari e la sfera della politica (e viceversa) si è fatto così intenso, frequente e diffuso nel mondo che non c’è da stupirsi se a Venezia un imprenditore si candidi alla carica di sindaco della città.

I casi di padroni folgorati dalla politica, le vicende di uomini d’affari in corsa per una poltrona di sindaco, di presidente, di ministro sono numerosissimi, se ne parla già dalla fine degli anni 80, inizio anni 90, e ora sempre più spesso capita di leggere di un businessman candidato a qualcosa da qualche parte. [nota a piè di pagina]*

La porta girevole affari-politica ormai ruota vorticosamente in un senso e nell’altro. Quanti ex-politici li rivediamo nei panni di imprenditori, consulenti lobbisti? [nota]**

Questo connubio, a dir poco amorale, funziona bene per gli interessati, in entrambi i sensi, sia nel senso dell’imprenditore che entra in politica sia nel senso dell’ex-politico che diventa ricco dopo aver lasciato l’attività politica. È però un pessimo affare per i cittadini.

Non bisogna generalizzare? È vero, molti politici oggi, non certo quelli del vitalizio, in realtà stentano quando sono costretti a lasciare la carriera politica. Ma sono tanti i politici della prima e della seconda repubblica che hanno fatto un sacco di soldi come imprenditori, consulenti, lobbisti.

Così come ci saranno pure imprenditori, entrati in politica, che non si sono ulteriormente arricchiti, sono rimasti al riparo dal confitto d’interessi, e hanno fatto bene la loro parte. Ce n’è almeno uno noto, di questa schiera, ed è l’ex-sindaco di New York Michael Bloomberg. Ma forse è un caso più unico che raro.

La crisi della politica favorisce l’arrivo dei ricchi nel giro alto delle poltrone del potere.

Ci sono numerosi studi politologici sul fenomeno, un tempo tipico dei paesi “immaturi” democraticamente, con una debole strutturazione partitica e una forte influenza delle dinastie, delle grandi famiglie che controllano paesi anche importanti, sia politicamente sia economicamente. [nota]***

Su Berlusconi c’è una sterminata serie di libri, articoli, inchieste televisive dedicata al consolidamento dei suoi interessi in seguito alla sua “discesa in campo”.
L’enorme vantaggio patrimoniale conseguito è fuori discussione. A Berlusconi, alle sue aziende, è convenuto molto questo suo ventennio in politica.

In più, la sua vicenda conferma quel che pensa la maggioranza dei politologi, di fronte al fenomeno dell’imprenditore in politica, quando sostengono che appare difficilmente accettabile la pretesa di voler servire l’interesse generale quando si è trascorso l’essenziale della propria carriera a perseguire il proprio interesse particolare. (È purtroppo vero anche l’inverso quando un ex-politico va al servizio di una lobby o di un gruppo, e autorizza a “leggere” retrospettivamente la sua carriera politica in chiave di asservimento a quel potere).

Un imprenditore entra in politica, oggi, in tempi di vacche magre, perché ha i soldi per farlo, mentre i politici di professione o i candidati di associazioni, non ne dispongono, di soldi. L’investimento nella politica è un azzardo modesto e sostenibile per un agiato imprenditore e può rivelarsi vincente. E redditizio. Per mentalità, un imprenditore ragiona appunto in termini di investimento e di resa di un certo investimento. Se a lui conviene, agli elettori conviene averlo sempre presente, che a lui conviene, quando decidono su chi investire il loro voto, per non regalarlo a chi già ha tanto e vuole di più.

La propaganda corrente, che fa breccia in certi settori dell’elettorato, è che chi ha i soldi difficilmente li ruberà. Questa rosea narrativa non solo è molto discutibile ed è contraddetta da diversi dei casi che abbiamo citato nella nota*, ma non implica che un imprenditore, una volta in politica, non favorisca interessi di categorie o grumi d’interesse a lui affini. Il principale rischio di un ricco al comando è esattamente questo.

Certo, la conversione di un capitale economico in capitale politico non è semplice neppure oggi, ma è sicuramente favorita da una serie di fattori, compreso l’ormai comune credenza secondo la quale un comune, un ente pubblico, possa, anzi debba, essere gestito alla stregua di un’impresa.

Anche questa deriva è stata alimentata dagli stessi politici, negli ultimi anni, perfino con il loro linguaggio. Quando il leader di una forza di sinistra definisce il suo partito “ditta”, lo farà pure con un po’ d’ironia, ma dà esattamente l’idea dell’asservimento anche semantico a una concezione imprenditoriale della politica.

Nelle condizioni date, un politico di professione ha sicuramente meno credibilità di un imprenditore che si proponga di rubargli il mestiere, per giunta di fronte all’elettorato di una città – parliamo di Venezia – ancora sotto shock per lo scandalo che decapitò il Comune un anno fa.

Sta di fatto che l’imprenditore in questione, Luigi Brugnaro, non ha di fronte un avversario della casta screditata. Non ha di fronte un aspirante sindaco con un piede già nella porta girevole per passare dopo il mandato a un mestiere lucroso, frutto dell’incredibile rete di relazioni che costruisce il sindaco di una città come Venezia. Con la mentalità dell’imprenditore, sarà Brugnaro a ricavare un grande vantaggio per il suo futuro – non il solo vantaggio – dell’essere stato sindaco di Venezia. Di certo, Felice Casson non potrà farsi gli affari suoi, né quelli di un partito (non è anche per questo che l’hanno osteggiato?), presenti e futuri, ma solo quelli dei veneziani. Perché la sua forza è quella di non essere dentro il meccanismo della porta girevole.

Come ha recentemente osservato lo stratega di Barack Obama, David Axelrod, “il mondo della politica, ovunque, si divide in due categorie, la prima e la più comune è quella delle persone che si candidano per una carica pubblica perché vogliono essere qualcuno. Un numero più piccolo è fatto di persone rispettabili che vogliono fare qualcosa: qualcosa di positivo”.

A Venezia, a ben vedere, il 14 giugno, la scelta tra Brugnaro e Casson sarà proprio questa.

* Ovviamente, in cima alla lista c’è il nostro Silvio, che ha fatto scuola, dal momento che la categoria degli imprenditori nei media e nello sport è la più folta: in Francia nessuno dimentica l’effervescente Bernard Tapie, fortemente incoraggiato a entrare in politica da Francois Mitterrand. Altri nomi noti: il gollista Thierry Breton: Marc Ravolomanana in Madagascar; il thailandese Thaksin Shinawatra; Christoph Blocher in Svizzera; gli oligarchi russi; l’attuale presidente ucraino Petro Oleksijovyč Porošenko, il più grande produttore di dolciumi del paese; Henrique Neto, 78 anni, che ha da poco annunciato la sua candidatura alla presidenza del Portogallo. In Liberia scalda i muscoli per la prossima corsa presidenziale, l’ex-star del Milan George Weah, pallone d’oro 1995, avendo già investito parte dei suoi proventi per farsi eleggere senatore. In America, il drappello degli imprenditori finiti in politica è particolarmente numeroso: come dimenticare Ross Perot, il “terzo” aspirante alla presidenza degli Stati Uniti che impedì la rielezione di George H. Bush nel 1992 e favorì l’elezione di Bill Clinton? E Michael Bloomberg, il sindaco di New York? È di un paio di giorni fa l’annuncio della candidatura alle primarie democratiche del businessman di Chicago Willie Wilson. Sul versante opposto c’è Ben Carson, anch’egli africano americano come Wilson, magnate della sanità in Michigan.

**Il più noto è l’ex-cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, nominato dalla russa Gazprom a capo del consorzio Nord Stream AG. E se negli Usa, è considerato normale che un politico, una volta uscito di scena, si porti con sé la sua ricca agenda di contatti privilegiati, per entrare nel consiglio d’amministrazione di una grande azienda, di una università e al servizio di una lobby, in Italia la prassi è diffusissima, con il grosso dei politici della prima repubblica e seguenti che si sono reinventati nel campo degli affari, e in diversi hanno accumulato patrimoni ragguardevoli. In alcuni casi basati anche sul reinvestimento di soldi non proprio limpidi, accumulati in politica.
Ma in Italia avviene al riparo dalla curiosità dei giornali.

***In molti di questi paesi, la classe politica è corrotta e asservita ai poteri forti, ed è per questo che periodicamente o si fanno avanti le forze armate o entrano in campo personaggi ricchi e conosciuti, con l’idea che sia meglio farsi governare direttamente da loro piuttosto che dai loro servi corrotti.

Ma in Occidente? Negli Stati Uniti l’impasto soldi politica è così intenso, l’intreccio tra media e politica così stretto, che alcune “macchine” politiche – si pensi a quelle delle campagne elettorali – che può essere considerato un buon investimento, da parte di un miliardario, entrare direttamente in politica piuttosto che far rappresentare i propri interessi da un politico a cui dare il proprio sostegno finanziario.

2 risposte a “Gli affari di Brugnaro e l’investimento dei veneziani

  1. Pingback: I “possibilisti” di sinistra che sostengono Brugnaro (cioè lo status quo) | ytali·

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