I “possibilisti” di sinistra che sostengono Brugnaro (cioè lo status quo)

Caro direttore,
leggo di tanto in tanto
ytali, ma, spiace dirlo, mi avete proprio deluso. L’ultimo articolo su Brugnaro è prevenuto e fazioso, diversamente da altri articoli che avete pubblicato, anche su Brugnaro stesso, alcuni decisamente lusinghieri.

Specifico che sono di Chioggia, ma voto a Venezia, e – se voterò domenica 14 – non voterò certo per il mio concittadino Casson. Mi basta già quello che è sindaco della città dove sono nato.

Guarda caso, nell’articolo manca ogni riferimento ai diversi uomini d’affari e imprenditori schierati negli anni scorsi dal centrosinistra nel Nordest, primo fra tutti Illy.

Se la destra candida un imprenditore, è un affronto. è amorale, se lo fa la sinistra, è una manovra intelligente.

Le omissioni doppiopesistiche sono peggio delle bugie e minano l’autorevolezza e la credibilità di un giornale. Mi dispiace che a farle sia una rivista che apprezzavo proprio per la sua apertura (leggo che si definisce “rivista plurale”!). In realtà, constato che è solo una pubblicazione di estrema sinistra.

Cordialmente
Michele C. Vianello

Caro Vianello,

spero proprio che non smetta di leggere ytali. Che è una “rivista plurale”, come giustamente ricorda lei, sia pure con un esclamativo, e intende continuare a esserlo, non solo per la varietà degli autori che vi scrivono, ma innanzitutto perché vuole rivolgersi a un pubblico variegato, per sensibilità politica e culturale.

Internet è pieno zeppo di pubblicazioni di nicchia, ossessivamente parziali, schierate e antagoniste a prescindere. Aggiungerne un’altra non sarebbe né saggio né conveniente né interessante, per chi la fa e per chi la legge.

Plurale, dunque. Il buon giornalismo lo è. Non per un’impossibile oggettività, ma perché è sempre teso a considerare la complessità dei fattori in campo, con il fine di raccontarli e analizzarli. La differenza tra una buona pubblicazione progressista e un’altra buona pubblicazione conservatrice è solo nella connessione tra i diversi dati della realtà portati in luce e descritti. Ma i dati ci devono essere.

Nel caso del voto veneziano, questo abbiamo inteso fare finora, cercando di collegare tra loro i diversi punti dello scenario, per come appare e dietro le quinte, e disegnare così una narrativa di questa complicata competizione, che sia comprensibile, anche ai non veneziani (ytali ha l’ambizione di essere una rivista, basata a Venezia, ma di respiro nazionale e internazionale).

Abbiamo scritto numerosi articoli, analisi, interviste, e credo che, nel complesso, si possa dire che abbiamo fatto finora un buon lavoro. Continueremo su questa strada.

Non è facile fare del buon giornalismo in Italia. La polarizzazione ha avvelenato il dibattito. Ogni articolo è letto – specie dai politici e dai loro sostenitori, ma anche da molti giornalisti e politologi – con l’assillo di etichettarlo e sistemarlo in qualche categoria predefinita. Addirittura un mio articolo su Casson è stato definito una “marchetta”. Ed era una dichiarazione di voto, esplicitamente tale, come fanno normalmente tanti giornali nel mondo. Prostituirsi per Casson? Con un endorsement?

A dirlo è qualcuno che fa quel tipo di attività sul fronte opposto, e pensa che tutto il mondo intorno a sé sia popolato da personaggi come lui, come loro. Siccome non intendo pormi sul loro stesso livello, mi rivolgo al pubblico più ampio che sa quanti siano gli articoli non proprio benevoli verso Casson, che abbiamo pubblicato, e quelli invece benevoli, anche molto, verso Brugnaro, che personalmente non mi sarei neppure sognato di scrivere ma che, come direttore di ytali, ho considerato utili e interessanti nel quadro – di nuovo – di uno spirito di osservazione variegato e plurale della realtà veneziana e del nostro lettorato veneziano.

È vero, gentile Vianello, nel mio articolo non cito Illy. In un tweet, Lazzaro Pietragnoli, che i veneziani conoscono, mi indica con il ditino severo anche i nomi di Bortolussi, Mario Carraro, e perfino il mitico Calearo (tutti perdenti). Potrei anche aggiungere, uscendo dal perimetro veneziano e alludendo al fronte opposto, cioè a chi lascia la politica e fa soldi, il nome di Romano Prodi, che da ex-presidente del consiglio ed ex-presidente della commissione europea fa importanti consulenze internazionali, anche per governi come quelli russo e cinese, non proprio campioni dei diritti umani e democratici.

Perché cito anche lui? Perché è proprio questo il punto che il mio articolo intendeva stigmatizzare e mettere in luce: quello della porta girevole (revolving door) tra la politica e gli affari, tra gli affari e la politica, che, in Italia, ha contribuito al collasso della credibilità stessa della politica.

Non ho tralasciato i nomi che cita Lazzaro per chissà quale ragione. Ammetto che non averlo fatto è un errore, nel senso della completezza dell’informazione ma non in punto di analisi. Che è focalizzata su un altro tema. Ripeto: quello della porta girevole e/o su quello del conflitto d’interessi.

Secondo me è la questione nevralgica intorno a cui riflettere per far ripartire la buona politica. Il caso veneziano è importante, oltre il suo perimetro, anche per questa ragione. Cosa dice Lazzaro, su questo? È una discussione futile? A Londra se ne parla? Da noi invece è tabù? Non è questo il mestiere del giornalismo? Lazzaro ha scritto in passato articoli molto belli dall’Inghilterra, ma forse è stata un’esperienza troppo breve, la sua, per capire che il giornalismo, anche il giornalismo politico, anche quello schierato, non può non porre e porsi domande, specie quelle scomode. Ed è la principale differenza tra chi fa politica politica e chi fa giornalismo, tra chi fa politica di professione e chi fa politica ma con quello strumento libero e specifico che è un giornale. Io, questo ho imparato da Luigi Pintor.

Indagare dunque sul terreno della commistione affari e politica, in vista di un voto vitale per Venezia, ed esprimere anche il proprio punto di vista, non solo è legittimo ma doveroso per chi fa un giornale che parla anche di politica.

Lasciamo pure da parte il giornalismo militante. Dobbiamo scomodare l’America e ricordare che il problema numero uno di Hillary continua a essere quello dei soldi? I Clinton sono ormai visti come un’impresa, e per questo invisi a parti consistenti dell’elettorato liberal.

E chi è il più intransigente nell’indagare su questo fronte? Il New York Times. Il Washington Post. La tv Msnbc. Insomma, tutti i media progressisti. Fanno forse un favore ai repubblicani? Secondo la logica della sua lettera, caro Vianello, la risposta è sì. Ancora di più lo sarebbe, se lei leggesse tutto il resto che è scritto sulla Clinton e sugli altri candidati da questi stessi media.

Non è questione di mitizzare la stampa anglo. Semplicemente, in un sistema democratico nel quale l’organizzazione partitica è tradizionalmente debole, come in America, il ruolo dei media è a maggior ragione quello dell’indagatore che fornisce ai lettori e agli elettori il massimo numero di dati ed elementi per formarsi un giudizio sui candidati, anche sul lato personale, e scegliere consapevolmente.

In Italia, dove ormai la crisi dei partiti sembra inarrestabile, alla stampa, nelle sue varie articolazioni, è affidato un compito democratico ancora più delicato e importante.

Trovo dunque essenziale e doveroso, per chiunque faccia il mio mestiere, andare ancora più a fondo nell’indagine su un candidato che si propone di guidare una città, una città importante come Venezia, delicata come Venezia, una comunità di cittadini traumatizzata da un gravissimo scandalo di corruzione. Uno scandalo che rivela l’esistenza di un vasto e consolidato sistema in diversi modi collegato all’epicentro dello scandalo stesso. Lazzaro propone di essere propositivi. Anche Alessandra Poggiani. Parlano come politici. Lo sono. Io faccio un altro lavoro. Il giornalista. E, peraltro, di parti propositive, è già piena ytali.

Se un candidato si fa avanti forte dei suoi rispettabilissimi soldi e delle sue rispettabilissime attività in città, il minimo che si possa chiedergli è: perché ti candidi? Come connetti la tua attività finora seguita, per diversi decenni, con la carica che intendi ricoprire (si presume per due mandati, per una decina d’anni)? Come concilierai la tua funzione di sindaco con quella di imprenditore? Per Brugnaro è normale parlare della sua Reyer e dei suoi risultati, compulsando il telefonino, in un dibattito politico con altri candidati. Non è una caduta di stile, ma l’autenticità di chi tiene il piede in due staffe.

In attesa di risposte estremamente circostanziate, intanto mi documento sui precedenti e come è andata in questi casi analoghi a quello che si profila a Venezia; m’interrogo sul perché oggi, a dispetto degli scandali, legati in gran parte a relazioni patologiche tra affari e politica e tra politica e affari, con la partecipazione crescente di affarismo malavitoso, si continui a far finta di niente, e non sia invece logico che si stimoli l’elettorato a essere estremamente esigente con un personaggio che è dentro una dinamica di intrecci politica-affari-politica. La massima limpidezza è d’obbligo. Brugnaro ritiene di aver detto tutto in proposito? Se sì, perché non credergli. Ma sarà pur dovere dei giornalisti pretendere di più, ponendo domande molto puntuali o con le classiche inchieste giornalistiche, che si fanno in ogni parte del mondo democratico.

I diversi autonominatisi maître à penser della città rivolgono la loro attenzione a quanto scrivono altri giornalisti e analisti più che pretendere la massima glasnost dai candidati. Non sarebbe più limpida una dichiarazione di voto esplicita per Brugnaro? È una categoria di “pensatori” possibilisti, che vorrebbero tanto candidamente poter ormai porre la domanda: Brugnaro? Perché no? E detestano chi pone la vera domanda: Brugnaro, perché sì?

Questo imbarazzato non detto sull’imprenditore in corsa per Ca’ Farsetti finisce così per basarsi su attacchi a chi osa solo accennare al suo conflitto d’interessi. Siccome sono in corso spostamenti di parte del mondo di centrosinistra verso Brugnaro, certe critiche rivolte a chi cerca di fare il mestiere del giornalista hanno tutta l’aria di essere la costruzione gattopardesca di una narrativa che a posteriori possa giustificare fastidiose verità. Verità di chi intende con ogni mezzo disponibile, con ogni arma propagandistica, conservare e difendere lo status quo. Sbarrando la strada a Casson.

Casson, lo sanno pure le pietre, non elargirà favori, non alimenterà clientele, non solo perché non è nel suo temperamento e nella sua cultura, ma anche perché, fosse pure nel frattempo impazzito, non avrà un euro in cassa, né nel suo portafoglio. Farà il contrario. La sua nota intransigenza sarà il tratto saliente del suo mandato. Una prospettiva che a tanti non piace proprio, e per questo fanno strani ragionamenti, di fatto molto aperti, molto disponibili, verso un candidato di scuola e tempra berlusconiana, che si propone come un nuovo Gentilini, che immagina la laguna come un arcipelago di isole da acquistare (o far acquistare) e che, nonostante il fucsia che domina la sua campagna, si trova a suo agio con la destra misogina, omofoba e xenofoba.

Il vecchio status quo avrebbe una verniciata di moderno, i colori dell’impresa e della destra. Padronissimi di votare per lui, anche da parte di chi ha finora votato nel centrosinistra, la scelta è solo politica e sarebbe anche moralmente irreprensibile. Ma, per piacere, lo si dica apertamente, senza opachi e vagamente minacciosi attacchi verso chi invita a mettere in chiaro come stanno veramente le cose.

3 risposte a “I “possibilisti” di sinistra che sostengono Brugnaro (cioè lo status quo)

  1. Bravo, Guido. Apprezzo molto il tuo modo di concepire il giornalismo. Il rammarico è che ben pochi giornalisti seguano tale metodo. Non si fanno più inchieste, non si cerca riscontro alle notizie, si pubblicano così come stanno le veline che arrivano dai vari uffici stampa. E anche l’uso della lingua italiana lascia molto a desiderare!

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