Democrazia a Hong Kong, un passo avanti e due indietro

CLAUDIO LANDI
Il prossimo 17 giugno il Consiglio legislativo della Regione amministrativa speciale di Hong Kong dovrà votare sulle proposte di sistema elettorale e di voto per le consultazioni dirette del 2017 valide per Hong Kong (The Hong Kong Chief Executive election of 2017)

Si tratta di regole piuttosto contestate e molto controverse, poiché sostanzialmente affidano a un comitato made in China il vaglio delle ipotesi di candidature per il prossimo chief executive, capo esecutivo, della regione prima della decisione del voto popolare. Nel 2014, queste proposte sono state alla base di manifestazione e di proteste. Che cosa accadrà stavolta e quale sarà la strategia dei Democratici di Hong Kong?

Dunque, qualche settimana or sono, la Cina ha confermato l’impostazione della regole elettorali per la designazione popolare a suffragio universale per il capo esecutivo di Hong Kong il prossimo 2017 e nei giorni prossimi su queste regole si dovrà pronunciare il Consiglio legislativo della ex colonia inglese. Sono regole che prevedono effettivamente la scelta del capo esecutivo da parte dei cittadini della Regione amministrativa speciale, ma solamente tra candidati scrutinati da un apposito Comitato nominato da Pechino.

Insomma, Pechino terrà, secondo questa impostazione, una specie di “primarie alla cinese” per i candidati a capo esecutivo della ex colonia inglese, primarie controllate, diciamo così, dalla leadership cinese. Al contrario del 2014, stavolta, per ora, non ci sono stati movimenti di protesta a Hong Kong. Ovviamente, l’impostazione cinese rimane poco accettabile per un segmento rilevante della società civile hongkonghese.

Ora che cosa accadrà nel futuro nell’ex colonia inglese? Non lo sappiamo. Qui noi possiamo solamente interpretare questa, delicata, e importante questione, secondo la nostra sensibilità politica e culturale.
Ad esempio, possiamo chiederci: ma quelle proposte di regole elettorali di Pechino, che non sono soddisfacenti dal nostro punto di vista liberale, nonostante ciò, possono comunque rappresentare una piccola chance per i Democratici della ex colonia inglese? D’altra parte, Pechino potrebbe pensare di usare la democratizzazione di Hong Kong come fattore geopolitico?

La situazione, dunque, nella Regione, alla luce anche delle proposte elettorali di Pechino, può essere considerata come una sfida, una doppia sfida per la società civile democratica di Hong Kong, e per la leadership del Partito stato di Pechino? Secondo la nostra opinione, si.

Uno. La sfida per la società civile democratica hongkonghina. È evidente che la regole elettorali per ora scelte da Pechino non corrispondono agli standard delle democrazie pluralistiche di stampo pluripartitico. I militanti della società di Hong Kong hanno ragione: essi, in buona parte, vogliono istituzioni più aperte per Hong Kong, istituzioni che consentano la difesa e la tutela dell’identità civica di Hong Kong.

Il punto è che il sistema elettorale e istituzionale proposto da Pechino, pur, lo ripetiamo, non avendo le garanzie di stampo occidentale, costituisce almeno potenzialmente un’innovazione per il sistema politico della Repubblica Popolare. In una parte, limitata ma comunque significativa, della Repubblica Popolare, i cittadini si recherebbero a votare per scegliere il loro capo di governo: se il processo elettorale fosse davvero fair and free in termini di diritto e stato di diritto, l’innovazione ci pare interessante.

Ovviamente i candidati, nello schema made in China, come abbia detto, sarebbero scrutinati da Pechino e quindi la scelta dei cittadini di Hong Kong potrebbe rivelarsi alquanto illusoria. Però qui c’è un punto sul quale fare attenzione: è vero che i candidati proposti e accettati da Pechino potrebbero risultare non particolarmente competitivi, ma è anche vero che, qualora fosse garantita la correttezza del processo elettorale (questo ci pare il punto chiave!), comunque i cittadini di Hong Kong potrebbero avere una arma elettorale, quella dell’astensione e della scheda bianca, per delegittimare politicamente il governo locale. Non ci pare, in teoria, una arma del tutto secondaria: se essa fosse usata in modo organizzato dalla società civile democratica, per Pechino sarebbe difficile non tenere in alcun conto delle domande della società civile di Hong Kong.

E qui proponiamo una nostra suggestione, per carità discutibile! I Democratici di Hong Kong ovviamente hanno tutto il diritto di protestare e manifestare per chiedere un sistema elettorale più aperto e più pluralistico di quello che Pechino continua a proporre e indicare per l’ex colonia inglese, ora Regione speciale. Ma, secondo noi, se la società civile democratica di Hong Kong decidesse alla fine, di usare gli strumenti e di infilarsi nei pertugi del sistema politico hongkonghese made in China, pur con tutti i suoi limiti che vediamo bene, essa da un lato avrebbe uno strumento di pressione potente se ben organizzato, e dall’altro lato essa potrebbe persino diventare un potenziale interlocutore per la leadership cinese. Ci pare una sfida non piccola per la società democratica di Hong Kong.

Due. La sfida per la leadership cinese. L’intera faccenda, ovvero la situazione politica di Hong Kong, è una grossa sfida per il Partito stato cinese. Il movimento degli ombrelli del 2014, mentre non pare aver provocato proteste nella Cina popolare, ha invece avuto effetti politici rilevanti a Taiwan nelle successive elezioni locali.

Ciò ha mostrato un fatto politico evidente: caratteri e comportamenti non democratici da parte cinese a Hong Kong erodono e indeboliscono la posizione geopolitica e strategica regionale della Repubblica Popolare. Il fatto è appunto rilevante: la Cina ha iniziato un processo di ascesa politico e geopolitico molto importante. Pechino non intende, secondo noi, sfidare le posizioni americane, non è secondo noi una potenza “revisionistica”, ma la sua stessa massa critica rende la Cina un attore politico potentissimo anche ora che essa presenta ancora settori ed aree di arretratezza vaste. Insomma la Cina è così grossa e grande che di per sé che già ora incute timori in alcuni paesi vicini e lontani. In questa cornice comportamenti o atteggiamenti non democratici in quel pezzo di territorio nazionale che ha una Basic Law come ordinamento, ha costi geopolitici rilevanti!

La sfida per Pechino è quindi evidente: la Cina deve saper rispondere alle domande sociali, politiche, culturali democratiche di Hong Kong; deve saper trovare soluzioni, ipotesi, innovazioni originali se vuole evitare indebolimenti o erosioni geopolitiche regionali. Hong Kong costituisce un laboratorio politico importantissimo, per la Cina e per i Democratici. Se gli attori in gioco sapranno produrre innovazioni, secondo noi, potremo avere anche sorprese positive.

BUONGIORNO ASIA

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