Cattolicesimo 2015-2025, cosa succederà nel prossimo decennio?

MASSIMO FAGGIOLI
I cambiamenti avvenuti nel cattolicesimo mondiale nel decennio 2005-2015 dovrebbero scoraggiare chiunque dal fare previsioni sul cattolicesimo nel prossimo decennio 2015-2025. Dieci anni fa, nell’aprile 2005, un conclave alle prese con l’ingombrante eredità di Giovanni Paolo II eleggeva al papato Joseph Ratzinger, il candidato naturale.

L’elezione di Benedetto XVI era il trionfo di soltanto una delle tante e diverse anime di Karol Wojtyla: per qualcuno era la fine di un certo “cattolicesimo sociale” e l’inizio di un cattolicesimo solidamente dottrinario. Ma si è visto che il papa teologo non è un’interpretazione del ruolo del papato sostenibile da parte di un cattolicesimo in cui la teologia è molto più l’esegesi che il dettato della fede.

Le sorprendenti dimissioni di papa Benedetto XVI nel febbraio 2013 giunsero alla fine di un pontificato riluttante ad assumersi tutte le responsabilità connesse al ministero di vescovo di Roma, sul piano pastorale, ecumenico, interreligioso, e diplomatico. L’elezione di papa Francesco il 13 marzo 2013 avvenne in una chiesa più scioccata e lacerata di quanto essa non volesse ammettere. La polarizzazione intraecclesiale è il primo elemento centrale per azzardare qualsiasi congettura rispetto al prossimo decennio: non è sempre una polarizzazione politico-ideologica (come negli Stati Uniti), ma anche una polarizzazione tra chiesa locale-nazionale e il Vaticano (come, per esempio, in Germania), tra i vescovi e nuovi movimenti ecclesiali (come in Giappone), tra una chiesa missionaria e una chiesa istituzionale dello status quo (in Italia e un po’ ovunque).

È una polarizzazione di cui papa Francesco è ben cosciente e che rende il papato essenziale oggi più di prima, come simbolo di unità dopo due pontificati che non sono ricordati dai cattolici dell’una e dell’altra parte come particolarmente efficaci nel tenere unita la chiesa. In questo senso la questione istituzionale della chiesa cattolica appare, per la gran maggioranza dei cattolici che non si appassionano alla politica interna al Vaticano, molto meno urgente di altre. Ma il decennio prossimo sarà decisivo per dimostrare la capacità o incapacità della chiesa di riformarsi. Il governo centrale della chiesa, la Curia Romana, oggi è ancora somigliante in un modo impressionante a quella creata nel 1588; le riforme del secolo XX l’hanno ritoccata senza mai incidere su una struttura creata in un’epoca premoderna. Il ruolo della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) è ancora sostanzialmente un ruolo di censura: da qui la decisione di papa Francesco di ridimensionare radicalmente la voce di quella Congregazione nel corso del suo pontificato.

Ma la questione istituzionale è aperta: Paolo VI tentò di riformare la Curia, Giovanni Paolo II si affidò al Sant’Uffizio per governare, e l’ex prefetto di quella Congregazione (1981-2005), Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, mai vide il governo dell’istituzione ecclesiastica come uno dei suoi compiti principali. I risultati di questo ultimo mezzo secolo sono sotto gli occhi di tutti, cattolici e non. Non è una questione soltanto formale di collegialità, decentralizzazione e sussidiarietà del processo decisionale, ma una questione sostanziale. Chiunque sia a conoscenza dei risultati dell’accentramento degli ultimi anni precedenti a papa Francesco (un esempio: la nuova traduzione in inglese del messale) conosce i disastri causati da una “romanizzazione” imposta dal Vaticano ad una chiesa sempre più globale.

Se si guarda al tentativo di nuova “romanizzazione” avviata prima dell’elezione di papa Francesco, è ovvio che il decennio precedente – e specialmente il pontificato di Benedetto XVI -coincise con le tensioni più gravi circa l’unità della chiesa attorno ad alcune questioni relative all’insegnamento della chiesa, specialmente sulla sessualità e sul ruolo della donna nella chiesa. Non a caso, quel periodo è anche quello della tentazione da parte di molti (ma non di papa Benedetto) di archiviare il concilio Vaticano II nell’armadio della storia, tra le idee e le dottrine non più adatte al nostro tempo. Papa Francesco ha ripreso in mano il concilio Vaticano II, che non aveva affrontato direttamente le questioni della sessualità e del ruolo della donna nella chiesa, per arrivare a parlare anche di quelle questioni. Papa Francesco ha di fronte a sé, dopo un decennio di tradizionalismo incoraggiato dal Vaticano, il compito al fine di presentare una chiesa conscia di quello che, nella tradizione, si può cambiare. Nel decennio futuro questo sarà il dibattito, in una chiesa molto più globale che mai, in cui la lista delle questioni da esaminare – sessualità e omosessualità, donna, matrimonio e famiglia, giustizia sociale e ambiente – fa parte di elenco che ha priorità diverse secondo la latitudine dei cattolicesimi. Per questo motivo il Sinodo dei Vescovi convocato da papa Francesco in Vaticano in due puntate (ottobre 2015 e ottobre 2015 – un fatto senza precedenti) è un nuovo inizio per una chiesa che nel decennio prossimo scoprirà se la collegialità di papa Francesco rimarrà come una delle caratteristiche del cattolicesimo del secolo XXI (recependo finalmente il dettato del Vaticano II) o se invece la chiesa è destinata a rimanere un sistema imperiale.

Ma quello cattolico è comunque un impero fragile e molto diverso da quello dei secoli precedenti, anche dal secolo XX. Le due questioni più immediate e drammatiche sono la gestione di una chiesa di oltre un miliardo di fedeli con un corpo di clero e ordini religiosi sempre più ridotto, e le persecuzioni anticristiane in molti paesi d’Africa e d’Asia. Queste due sfide riportano la chiesa, in un certo senso, alle sue origini e ai primi secoli. Il 2025 sarà l’anniversario del primo concilio della chiesa universale, quello celebrato a Nicea nell’anno 325: potrebbe essere l’occasione per un nuovo meeting ecumenico tra cattolicesimo e altre chiese cristiane. Quello che papa Francesco ha chiamato “l’ecumenismo del sangue” potrebbe condurre il cattolicesimo su vie imprevedibilmente nuove.
dal blog di Massimo Faggioli

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