Il voto degli astensionisti? Casson l’avrà se davvero volta pagina

SILVIO TESTA
Per la prima volta da oltre un ventennio il centrodestra veneziano ha la concreta possibilità di conquistare il governo della città, e questo solo fatto, unito al grandissimo astensionismo che al primo turno elettorale ha contribuito a determinare una situazione che può davvero dirsi storica, dovrebbe spingere i contendenti a un’attenta analisi del voto e delle ragioni che l’hanno determinato.

Nel centrosinistra, invece, nella coalizione di Felice Casson dove dovrebbero esserci i più diretti interessati a questa analisi, sono emerse alcune poche letture della dèbacle elettorale, riassumibili in banali considerazioni: “Dobbiamo far conoscere la nostra idea di città” (il segretario comunale del Pd, Emanuele Rosteghin), ovvero, ammesso che un’idea di città ci sia, la coalizione non sarebbe riuscita a presentarla al corpo elettorale; “Forse l’elettorato a sinistra del Pd cercava un’alternativa (l’ex assessore all’Ambiente e candidato presidente per la Municipalità di Marghera, Gianfranco Bettin); già, forse…; “Il comune sentire ha attribuito al Centrosinistra le colpe dello scandalo Mose e i danni derivati dalla caduta dell’amministrazione comunale” (Felice Casson).

Manca del tutto l’unica ragione vera della sconfitta, che paradossalmente è chiara, lampante, sotto gli occhi di tutti: vent’anni di centrosinistra hanno portato la Città a un disastro epocale e la gente, soprattutto gli elettori di sinistra ai quali va attribuito il grosso dell’astensionismo, hanno detto in modo brutale che di questa classe politica sorda e autoreferenziale non ne possono più.

Il turismo non governato ha ridotto Venezia a una Disneyland invivibile, impoverita di funzioni e di residenti, degradata e volgare, col corollario di moto ondoso, sporcizia, degrado sociale, proliferare di alberghi, b&b, affittacamere più o meno abusivi facilitato dalle scelte urbanistiche fatte negli anni e dal mancato controllo da parte dei vigili urbani, chiusi negli uffici o indirizzati a funzioni di ordine pubblico anziché di controllo amministrativo.

Sul Lido è meglio stendere un velo pietoso, tanto è lontano il “buco” del Palacinema dai fasti dell’ex isola d’oro, e comunque per paradosso sarebbero quasi più accettabili l’impoverimento e l’abbandono che non i progetti di “valorizzazione” a suo tempo proposti e poi per fortuna travolti dal fallimento della gestione commissariale così fortemente sostenuta da Cacciari.

Mestre è un centro in via di desertificazione di funzioni commerciali e sociali, minacciato dovunque vi siano aree libere a suo tempo destinate a servizi da colate di cemento e da speculazioni private di cui l’altro “buco”, quello dell’Umberto I, e il quadrante di Tessera o il cosiddetto Terminal dei Poletti sono solo gli esempi più eclatanti, ma tanti altri se ne potrebbero fare.

Se a questo si aggiunge il proliferare di inutili partecipate, la scarsa efficienza dei servizi pubblici, la debacle del Casinò, il dissesto del bilancio, la svendita del patrimonio pubblico, il disperato tentativo di fare cassa con operazioni discutibili come quella ormai malamente conclusa del Fontego dei Tedeschi o quella in fieri dell’Arsenale, il quadro è completo.

Sul tema delle grandi navi meglio stendere un velo pietoso: in quattro anni il centrosinistra ha detto tutto e il contrario di tutto e l’assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin, non ha battuto un colpo. Esclusa, ovviamente, qualche sparata mediatica.

Nelle analisi, manca, insomma, un minimo di mea culpa per gli esiti di oltre vent’anni di un governo cittadino che, partito nel 1993 sotto i migliori auspici per il carisma di Massimo Cacciari, si è pian piano trasformato nel tempo in un mero blocco di potere colluso coi peggiori interessi delle lobby cittadine, più teso a perpetuarsi che a mettersi in gioco per dei principi fondamentali, autoreferenziale.

Esemplare, da questo punto di vista, la vicenda del Mose, non tanto nelle sue conclusioni giudiziarie quanto nella procedura di approvazione: doveva essere la madre di tutte le battaglie ambientaliste ma, nel 2003, sindaco Paolo Costa, il polo rosso–verde, che dell’ambiente faceva la sua bandiera, se lo ingoiò tutto intero, senza colpo ferire.

Costa andò a Roma in Comitatone con il no del consiglio comunale al passaggio alla progettazione esecutiva del Mose, pronto a diventare un sì se il Governo avesse accettato 11 condizioni, proposte appunto dal polo rosso – verde, tali, si diceva, da rimettere in discussione tutto il progetto. Costa ne fece strame, trattandone la realizzazione burletta col Consorzio Venezia Nuova, e se ne tornò a casa, nel silenzio imbarazzato dell’assessore diessino alla legge speciale, Giampaolo Sprocati, a Roma con lui, non solo col sì alla progettazione esecutiva, ma anche alla realizzazione del Mose, passaggio che non era neppure all’ordine del giorno.

Crisi di giunta? Ma quando mai. “Dobbiamo essere responsabili” dissero all’unisono gli allora capigruppo di Verdi e Rifondazione, Gianfranco Bettin e Pietrangelo Pettenò, e gli assessori alla sicurezza sociale Beppe Caccia (Verdi) e all’Ambiente, Paolo Cacciari (Rifondazione). Il capolavoro fu poi compiuto quando Cacciari partorì l’idea della conca di navigazione a Malamocco, che spianò definitivamente la strada alla dighe mobili smussando l’ostilità del Porto al progetto.

Questa logica – tiriamo la corda fin che si può ma non spezziamola mai perché stare al governo della città paga comunque e in tanti modi – ha trasformato una coalizione politica in un mero blocco di potere, che anno dopo anno, voto dopo voto, compromesso dopo compromesso, ha portato Venezia e Mestre agli esiti di cui si è detto.

Indubbiamente nel tempo ha pesato l’incapacità di costruire un sentire comune tra le anime cattolica e ex comunista del centrosinistra, che vede oggi nel renzismo e nei mali di pancia che produce nella sinistra italiana la sua esemplificazione più chiara, ma ha pesato certamente di più l’inesistenza di una vera forza di opposizione, data la povertà progettuale del centrodestra, la distanza tra i circoli di base e i vertici del Pd, la collusione col potere anche delle forze apparentemente più radicali del centrosinistra. Il legame osmotico tra il duo Bettin & Caccia coi centri sociali ha di fatto sterilizzato anche la possibile forza dirompente dei cosiddetti antagonisti.

Certo, in tutto questo Casson non ha colpe, ma il suo errore è stato non smarcarsi da questo sfascio, perché non basta presentarsi a parole come l’uomo della discontinuità, forte di una storia personale pulita, e poi circondarsi direttamente o indirettamente di tutti quegli apparatniki perennemente al governo della città. L’operazione Pellicani, la candidatura di Bettin alla Municipalità di Marghera (che è più di un assessorato), l’accettazione del niet di Bettin, Caccia e Pettenò all’entrata di Venezia Cambia 2015 nella sua coalizione dimostrano quanto anche Casson abbia dei pesanti pedaggi da pagare.

Votare Casson al ballottaggio significa in certa misura accettare questo quadro di continuità, ma è evidente che l’eventuale vittoria di Luigi Brugnaro costerebbe a Venezia danni incalcolabili in termini ambientali e sociali: il meno che potrebbe capitare sarebbero la riproposizione della Torre Cardin e la ruota panoramica a Sacca Fisola con contorno di parco tematico sulla battaglia di Lepanto, dirimpetto a una Marittima costipata di mostri del mare.

Ma se Casson vorrà i voti dei delusi dal centrosinistra, astensionisti o grillini che siano stati il 31 maggio, dovrà esplicitamente riconoscere il fallimento di un progetto politico usurato dalla troppa dimestichezza col potere e voltare chiaramente pagina proponendo – prima del voto! – una squadra di governo che sia, almeno questa, incontrovertibilmente espressione di una visione diversa della politica e della città.

4 risposte a “Il voto degli astensionisti? Casson l’avrà se davvero volta pagina

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  2. Caro Silvio, condivido appieno la tua analisi. Eccetto per un piccolo ma sostanziale particolare: la Torre Cardin, oltre a Brugnaro, piaceva anche alla coalizione di centro-sinistra della scorsa giunta Orsoni. Basta scorrere la stampa dell’epoca per trovare “gradimenti” al progetto da parte dei “verdi” Bettin e Dal Corso. Grazie per il tuo contributo. Giampietro Pizzo

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  3. Dopo 25 anni caro Testa la Tua è solo propaganda 100 milioni di buco oltre 300 di debiti ma cosa cambia davvero con due campioni di incasso come Pellicani e Ferrazzi la Vostra strategia è come al solito la strategia della menzogna illiberale e arrogante!

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