Turchia, quale futuro dopo le elezioni

VALERIA GIANNOTTA*
Il 7 giugno 2015 ha segnato un altro importante turning point per la Turchia. L’Akp, partito incontrastato al potere dal 2002 perde la maggioranza in Parlamento e non è in grado di formare un governo monocolore.

Selahattin Demirtaş

Selahattin Demirtaş

Con un totale di 550 seggi suddivisi tra quattro partiti: 132 al CHP (Partito Repubblicano del Popolo), 80 al MHP (Partito Nazionalista turco) e 80 all’HDP (Partito Democratico del Popolo) i 258 seggi guadagnati dalla formazione guidata da Ahmet Davutoglu, non essendo sufficienti a garantire la continuità di governo a partito unico, costringono ad assicurarsi il sostegno o il voto di fiducia di uno o più gruppi all’opposizione.

La drastica caduta del sostegno elettorale dal cinquanta per cento del 2011 al 41 per cento di oggi ha essenzialmente due motivazioni.
La prima è la determinazione del Presidente Recep Tayyip Erdoğan nel modificare il sistema parlamentare turco in uno presidenziale con un debole meccanismo di check and balances, che è stata chiaramente smentita dalle urne. Per l’osservatore più attento, infatti, queste elezioni sono considerate una sorta di referendum sul ruolo del Presidente. Legittimato da un sostegno popolare del 52 per cento Erdogan ha raggiunto la Presidenza lo scorso agosto con il chiaro intento di svolgere un ruolo attivo in politica, proponendo la modifica costituzionale. Il popolo turco, invece ha optato per il mantenimento del sistema parlamentare, dimostrando di non preferire un’eccessiva ingerenza negli affari politici.

Il secondo elemento che ha cambiato le sorti politiche del Paese è l’emergere sulla scena del Partito Democratico del Popolo (HDP) che, seppur abbia una forte identità curda, è stato in grado di trasformarsi in un partito nazionale di sinistra libertaria e di ricevere quasi il tredici per cento dei consensi sorpassando cosi la rigida soglia di sbarramento del dieci per cento imposta dalla costituzione militare turca. Il giovane Selahattin Demirtaş appare come un promettente leader in grado di scompaginare le logiche nazionaliste, caldeggiando soluzioni politiche plurali che garantiscano il mantenimento del regime parlamentare e assicurino la continuazione delle negoziazioni con i settori curdi della società.

A questo punto, sebbene i numeri parlino chiaro, non è così definito lo scenario che si aprirà nei giorni a venire. Verosimilmente si intavoleranno negoziazioni tra l’AKP e il MHP riguardo la creazione di un governo di coalizione o l’eventuale supporto a un governo di minoranza, con l’eventualità – mal digerita dagli attuali membri del Parlamento – che si vada ad elezioni anticipate prima di Novembre. Mentre una coalizione tripartita tra CHP-HDP e MHP è un’opzione ad oggi non avvalorata, come non sembra del tutto percorribile un asse AKP – HDP, proprio in queste ore si stanno avviando consultazioni non ufficiali tra il Davutoglu e il leader repubblicano Kılıçdaroglu.

In ogni caso, tuttavia, la storia insegna che i governi di coalizione in Turchia significano incertezza perché portano con sé il rischio del default economico. In questo specifico caso il pericolo è di perdere lo slancio economico e la disciplina fiscale che Ankara ha costruito e consolidato nell’ultimo decennio. Già le borse hanno mostrato una caduta della Lira Turca riguardo il dollaro, il che spingerebbe nel medio periodo ad un aumento del tasso di interessi con conseguenti ricadute negative sui principali parametri economici turchi.
A parte il dato economico, con ogni probabilità di governo (una coalizione con l’MHP, un governo dell’AKP di minoranza sostenuto dal MHP, un governo di coalizione con HDP o CHP), la questione spinosa per l’AKP è chi andrà a sostituire Ahmet Davutoglu a capo del partito, sempre se la riunione di una nuova convention per il rinnovo dei quadri verrà ritenuta opportuna. A quel punto il nome di Abdullah Gul, l’ex presidente della Turchia, e membro fondatore dell’ AKP, potrebbe tornare in scena.
La perdita di supporto dell’AKP significa anche rivisitare l’agenda in politica estera, soprattutto per quanto riguarda le questioni regionali che hanno ramificazioni interne, come la crisi in Siria, puntando a far uscire Ankara da quel “prezioso isolamento” in cui si è recentemente autoconfinata. La stabilità regionale, infatti, passa dalla Turchia in quanto partner “affidabile” dell’occidente e attore chiave nello scacchiere mediorientale.

Se è vero che del domani non vi è certezza, oggi il dato inconfutabile è l’ acquisita consapevolezza che il popolo turco persegue valori e approcci democratici. Nonostante le divisioni di colore – e i timori di brogli – il 7 giugno si è assistito a una mobilitazione senza precedenti per il monitoraggio dei seggi che complessivamente si sono svolte con regolarità in un clima pacifico. Il Parlamento avrà anche quattro rappresentanti della minoranza cristiana, distribuiti tra AKP (1), CHP (1) e HDP (2) a cui si aggiungono due membri yazidi. Senza dubbio, queste elezioni, il cui esito è stato ben accolto anche dall’Unione Europea, sono l’esame di maturità di un Paese che, inserito in un contesto regionale fatto di divisioni settarie e di guerre civili, sta dimostrando un vivace zelo politico.

* Valeria Giannotta è Assistant Professor in Relazioni Internazionali presso la Business School della Turk Hava Kurumu Universitesi di Ankara.

CIPMO

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